Interview: Kalpa

Angelo Mallardo, in arte Kalpa, ha pubblicato di recente il secondo album, intitolato Post. Sono stato subito colpito da questo lavoro per il suo mix assolutamente personale e accattivante fra tradizione e contemporaneità. Per questo, sono stato molto contento di mandare all’artista una serie di domande, in modo da approfondire come meritano la genesi e gli intendimenti di un album assolutamente meritevole di attenzione.

Il disco punta molto sulle suggestioni date da come interagiscono tutti gli elementi della canzone: suoni, ritmi, timbro vocale, melodie, testi. Non funzionerebbe minimamente allo stesso modo anche senza uno solo di questi elementi. Come si riesce a concepire una canzone dovendo necessariamente mettere assieme tutto? Riesci davvero ad avere la visione complessiva fin da subito o procedi “a strati”?
È abbastanza una via di mezzo. Sovente ho un quadro complessivo sin da subito ma mi baso sempre su un sistema di “trial and error”, capita spesso che un brano inizi con un arrangiamento e finisca con tutt’altro: un brano come “PRIMA VERA”, ad esempio, ha cambiato forma parecchie volte prima di raggiungere quella finale, ma è abbastanza normale sbattere la testa contro il muro prima di trovare una quadra.

Se dovessi indovinare una risposta alla domanda precedente, direi che tutto deve partire da ciò che vuoi raccontare e/o evocare, quindi dai testi. Se anche non fosse così, essi ricoprono, evidentemente, un ruolo particolarmente centrale. Prendi ispirazione solo da ciò che vivi e vedi attorno a te? O magari da un libro, o da un film, o forse può capitare che sia un’idea musicale che fa scoccare la scintilla?
Nel mio caso i testi arrivano quasi sempre dopo: è un processo quasi archeologico di ricerca delle parole dentro alla musica, come se si fossero lì dal principio. Solitamente scrivo molto di getto, faccio uscire tutto quello che ho dentro e poi cerco di riordinare. Infatti mi accorgo solo dopo, quando ho un corpo collettivo di canzoni, che hanno tutte un tema comune: lì è quando decido il titolo e il significato dell’album.

Mi piace l’idea, che rende ancora più interessante l’ascolto, di proporre alcuni abbinamenti testo/ musica “per contrasto”, ovvero con una veste sonora che sembra quasi voler nascondere il tono di ciò che viene detto. Vuoi dirmi qualcosa in più su questo?
Mi piace l’idea di dover far indagare l’ascoltatore sul vero significato delle canzoni, senza farlo fermare alla superficie di ciò che sta ascoltando: in un momento in cui la musica fa sempre più da rumore di sottofondo trovo che sia importante cercare di stimolare l’attenzione di chi ci ascolta.

Un’altra alternanza che mi piace è quella tra momenti di continua evoluzione compositiva e altri in cui si sfrutta il potere suggestivo della circolarità. Anche qui ti chiedo di approfondire questo aspetto.
Io di base non soffro particolarmente la ripetitività nelle canzoni, il che forse è dovuto al fatto che sono cresciuto ascoltando molta musica elettronica da clubbing. Ma anche qui c’è bisogno di un giusto mezzo: in “POST” spesso ci sono frasi che si ripetono compulsivamente (ad esempio “Ho ancora un po’ di tempo per decidere” in NON MUORI MAI), tuttavia l’arrangiamento attorno muta in continuazione, aggiungendo man mano elementi fino all’esplosione finale. Mi sembrava un giusto modo di esprimere sonoramente i concetti del disco.

Proporre intricate trame sonore con la continuità che fai tu nel disco e far sì che, allo stesso tempo, l’ascolto risulti facile e coinvolgente fin da subito dev’essere stata una bella sfida. Ci vogliono una spontaneità e un’organicità che difficilmente si avrebbero se foste in più di uno a mettere assieme gli arrangiamenti, perché ogni cervello umano è diverso e l’intesa dovrebbe essere davvero speciale. Sei d’accordo, o pensi che invece non sarebbe così impossibile trovare altre persone con le quali stabilire questo tipo di intesa? Se la pensi così, quanto ti piacerebbe riuscirci davvero?
Sicuramente non dover far conto ad altre teste pensanti in questo aiuta: già è una fatica mettere in ordine tutte le mie influenze, figuriamoci se fossi in una band di altre quattro persone. Allo stesso tempo, trovare delle persone con cui si ha un’intesa e una visione comune è di vitale importanza, innanzitutto perché il lavoro diventa molto più facile, ma soprattutto perché stagnarsi a lungo sulle stesse cose non porta quasi mai a nulla di buono.

In ogni caso, il disco ha un produttore artistico, per cui almeno il cosiddetto “occhio esterno” lo sfrutti prima di rendere disponibile il risultato compiuto. Come funziona il lavoro con lui?
Ho avuto la fortuna di lavorare al disco insieme a Novecento, un produttore di grandissimo gusto e abilità che fortunatamente ha subito capito la direzione su cui puntavo. Nonostante fossi arrivato da lui già a buon punto a livello di produzione e arrangiamento, Tobia è stato di vitale importanza per rendere tutto più colorato, più coeso e soprattutto più bello da sentire.

La mia canzone preferita è “Lo Sai (Che Non È Facile”), ovvero quella in cui, secondo me, funziona meglio l’abbinamento per contrasto di cui parlavo sopra. Ti chiedo di dirmi tutto quello che vuoi sulla canzone.
L’intuizione di renderlo un pezzo country-folk è stata di Novecento, una scelta radicale il giusto per rendere comunque originale un brano a mio avviso estremamente pop. L’idea di un cowboy, l’emblema del machismo e della self-confidence, che canta di sindrome dell’impostore e mascolinità fragile era troppo golosa per essere scartata.

Come riesci e hai pensato di proporre live un disco come questo?
È fondamentalmente un album molto suonato, perciò non ho avuto molta difficoltà nel riarrangiare i brani per un setting live. Ho la fortuna di suonare in giro (dove possibile) con dei ragazzi estremamente competenti, che hanno sia grande gusto che una formazione di grande livello, perciò ogni concerto si trasforma un po’ in una sorta di jam session comune.

Ultimamente, si sentono molte voci che cercano di mettere in guardia dalla musica prodotta sfruttando unicamente furbizie e trucchetti di vario tipo, però, secondo me, se ne sta parlando in modo troppo dozzinale, condannando aprioristicamente tutte le proposte che contengono una componente digitale. Del resto, Paul McCartney in persona ha detto che se i Beatles avessero avuto l’autotune, l’avrebbero usato, ovviamente per far capire che la tecnologia può anche portare a risultati di eccellenza, se usata nel giusto modo. Tu che, appunto, la tecnologia la usi non certo come un fine ma come un mezzo espressivo, come vivi queste affermazioni a mo’ di slogan senza un minimo di criterio?
Credo che sia assurdo nel 2026 pensare di omettere del tutto la tecnologia dalla musica, l’importante è utilizzarla come mezzo espressivo e non come scorciatoia. Io amo l’auto-tune ad esempio, lo uso spesso nei miei brani come effetto in maniera anche eccessiva, voglio proprio che si percepisca: quando però sento a Sanremo cantanti che lo utilizzano per mascherare le proprie lacune, non ne trovo il senso, a quel punto meglio un po’ di imprecisione che almeno rende la performance più vera ed espressiva. Tra l’altro se andiamo a vedere le due band rock più in voga degli ultimi due anni, ovvero i Fontaines D.C. e i Geese, in entrambi casi non stiamo parlando di voci particolarmente intonate, eppure funzionano benissimo perchè comunicano qualcosa. Quindi, dicendo una banalità che però forse è necessario ricordare, dobbiamo imparare a utilizzare la tecnologia come mezzo per esaltarci, non per nasconderci, sennò finiamo per esserne totalmente asserviti.

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