Interview: Julia Bardo

Ci ha incuriosito subito il progetto solista della bresciana Julia Bardo, che è andata a vivere a Manchester e faanche parte dei Working Men’s Club. Pochi giorni fa abbiamo recensito il suo EP Phase, uscito per Wichita Records, nel nostro spazio apposito, e ora siamo contenti di condividere lo scambio di domane e risposte che abbiamo avuto via mail. Nella sue risposte, l’autrice racconta con dovizia di particolari diversi aspetti del proprio processo creativo, delle proprie intenzioni artistiche e di altre cose che ruotano attorno all’essere una musicista oggi.

La foto è di Ashton Hugh

Queste sono le tue prime canzoni soliste dopo un’intensa attività di songwriter all’interno di progetti collettivi. Avevi deciso fin da quando hai iniziato a scriverle che queste sarebbero state canzoni tue, o hai scritto come al solito e poi ti sei resa conto che sarebbero andate bene per te da sola?
Quando ho iniziato a scrivere sapevo che queste erano così personali che sarebbero dovute essere mie soltanto e che necessitavano di tempo, tempo da dedicare a me stessa, di iniziare un mio progetto completamente da sola, dove io decido il tempo, il testo, la musica, l’arrangiamento. E così è stato.

Hai, in generale, un processo collaudato per scrivere una canzone, o lo fai in diversi modi e in diversi momenti?
Lo faccio sicuramente in diversi momenti, non ho ancora deciso se il mio è un processo collaudato però so che per il momento per me funziona. Tendenzialmente scrivo quando sono sola perchè mi sento libera di esprimermi meglio. Prendo in mano la chitarra, suono quello che sento in quel momento e ci canto sopra mentre suono. I testi li scrivo dopo.

Un aspetto che ritengo importante nella tua proposta è il suono e il modo in cui vengono utilizzati gli strumenti suonati. Leggo che in fase di produzione hai lavorato con Henry Carlyle Wade degli Orielles, quindi ti chiedo quanto peso ha lui in questo aspetto che ho menzionato e, in generale, come avete lavorato insieme.
Una cosa che ho imparato nel corso del tempo è di avere sempre in mente come vedo e sento le mie canzoni finite, non è stato così in passato e infatti è stata una lezione che mi è servita. Ora ho sempre una visione finale del mio suono, quando finisco di scrivere. Registro tutto a casa da sola, chitarra, basso, batteria (drum machine), tastiere e poi ovviamente quando vado in studio tutto può cambiare ma la mia personale direzione rimane. Con Henry è iniziato tutto quando abbiamo iniziato a frequentarci; gli ho suonato una mia canzone e mentre suonavo lui mi ha accompagnato con la sua chitarra e il giorno stesso abbiamo registrato una versione demo. Quando ci siamo fidanzati  e siamo andati a vivere insieme, abbiamo avuto modo di conoscere meglio i nostri rispettivi metodi di scrittura e conoscere le nostre personalità musicali. Henry ha avuto modo di ascoltare tutte le mie canzoni e se ne è innamorato e molto umilmente mi ha chiesto se poteva produrre il mio EP ed io ovviamente ho detto sì. Penso che come nascita del mio primo EP Henry sia stato perfetto come produttore perché ha visto queste canzoni nude prendere forma col tempo e nessuno meglio di lui avrebbe potuto capire me e il mio suono.

L’affermazione che ho fatto sopra è anche collegata all’impressione che mi sono fatto secondo cui uno dei pregi dell’EP è l’equilibrio tra la varietà tra una canzone e l’altra e la riconoscibilità della stessa mano in ognuna di esse. Era un obiettivo che ti eri posta fin dall’inizio?
Io penso che quando un artista è fedele a se stesso lo si sente attraverso la sua musica. Il mio obiettivo è essere riconoscibile, come penso che sia l’obiettivo di ogni persona che fa musica. Il mio obiettivo è rimanere autentica e vera per me stessa, come nella mia musica.

Quanto dico sopra vale anche dal punto di vista vocale. Noto proprio una gran voglia di esplorare tutti i registri vocali che possano avere a che fare con una proposta di questo tipo. Puoi dirmi qualcosa in più su questo aspetto?
Ho scoperto la musica cantando, fin da quando ero piccola e cantavo Mina con la mia mamma. Ho iniziato come cantante, quindi la mia voce è una delle poche cose che m fa sentire sicura di me. La voce è il mio primo strumento, poi c’è la chitarra (che sto ancora imparando a suonare).

Come vengono le canzoni dal vivo? Ho letto che l’attuale tour è con la band, per cui mi immagino una certa fedeltà con le versioni su disco, o mi sbaglio? Hai anche dei set ridotti, da sola o in duo/trio?
Ho iniziato da sola, io con la mia chitarra elettrica. Poi per qualche concerto siamo andati in duo (io e Henry), due chitarre. È stato bello, avevo voglia di iniziare, di suonare e non avevo ancora trovato una band però non lo ho trovato molto soddisfacente perché il pubblico non sa come sono le canzoni finite e quindi ci si può immaginare qualsiasi cosa e sì, può essere una cosa positiva a volte, però io ci tenevo a far sentire come sono veramente le mie canzoni. Quando ho trovato la band, che sono fortunatamente tutti miei amici, è stato bellissimo perché le canzoni suonano come sul disco, ma dal vivo.

Sei stata una musicista attiva a Brescia, una delle città più vive in Italia per quanto riguarda la presenza di band e di posti in cui suonare, e ora vivi a Manchester, che da questo punto di vista non ha bisogno di presentazioni. Che differenze ci sono per quanto riguarda le relazioni tra musicisti, la facilità nel poter suonare e nel poter dare visibilità al proprio progetto?
Qui tutti hanno una possibilità di esprimersi e se sei bravo hai successo e puoi arrivare da qualche parte. Alle persone interessa sentire musica, non importa da chi è suonata. Mi sono stupita quando ho visto che le persone pagavano il biglietto per andare a vedere una band mai sentita prima. In Italia questo non potrebbe mai succedere perché le persone vanno solo ai concerti di chi hanno sentito parlare su qualche sito indie e non perché gli interessa la musica per davvero. 

Seguo diversi gruppi indie in Gran Bretagna, e purtroppo ancora oggi le musiciste si trovano a dover avere a che fare con atteggiamenti fastidiosi da parte di maschi, come ad esempio il sentirsi dire “cosa ci fare qui? Qui può stare solo la band”, o se una band è fatta da tutte donne e un solo maschio, costui è l’unico al quale tutti si rivolgono. Hai visto o subito tu stessa atteggiamenti del genere? E in generale, senti che, ancora oggi, nonostante la sensibilizzazione sul tema sempre più forte, è ancora più difficile per una donna “farcela” rispetto a un maschio? Preciso che ho specificato esempi legati al Regno Unito perché è dove vivi tu ora, probabilmente succede lo stesso in Italia, se non peggio.
Succede anche qui, purtroppo. Ho sentito cose del tipo “wow, suoni bene la chitarra per essere una donna” oppure “sul palco non sorridi mai, dovresti sorridere” oppure uomini che vengono a farti i complimenti dopo il concerto e ti toccano o che fanno commenti sul tuo aspetto esteriore invece di parlare di musica. Cose che non si direbbero o farebbero mai ad un uomo. Lo trovo molto triste e disgustoso e ogni volta che c’è modo o quando vedo qualcosa di ingiusto lo scrivo sui miei social o se mi succede di persona, rispondo. Sono stufa di questi atteggiamenti, gli uomini devono essere “called out”.

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