Interview – Dear Bongo
Il secondo album è sempre un passaggio delicato, ma i Dear Bongo sembrano averlo affrontato senza paura. “All The Good-hearted People Have A Dumb Face” è un disco che non cerca scorciatoie, ma ci regala otto tracce dense, stratificate, spesso imprevedibili e squisitamente sopra le righe. L’energia resta, ma si trasforma, si piega, si espande. L’urgenza non scompare, ma convive con strutture più complesse, in un lavoro che parla del presente, ma lo fa senza retorica, attraverso immagini distorte e befferde.
Spesso il secondo disco porta con sé delle aspettative implicite. Vi siete sentiti influenzati da questo, anche solo inconsciamente?
Il secondo disco è come il secondo figlio: pensi di sapere già tutto e invece ti sorprende di più. Le aspettative c’erano, certo ma alla fine abbiamo fatto quello che facciamo sempre: abbiamo cantato più forte del rumore. Se qualcuno si aspettava una replica, ha trovato invece un’altra cena avanzata, riscaldata con amore ma con spezie nuove.
In che modo sentite che questo album riplasma la vostra identità rispetto agli inizi?
All’inizio eravamo un coro che cercava spazio. Adesso siamo uno spazio che si prende il coro. C’è più consapevolezza, meno paura di stonare, più voglia di dire cose scomode anche mentre si fa la lista della spesa. È un’identità più porosa: entra l’aria, escono le certezze, restano le voci.
C’è mai stato un momento in cui avete messo in discussione la direzione intrapresa oppure il vostro percorso come band è stato sempre lineare?
Lineare? Come la vita di un prete single? Ma per carità. Ci sono stati momenti in cui volevamo mollare tutto e aprire un chiosco di bombardini emotivi. Poi però bastava una prova, una nota tenuta un secondo in più, e capivamo che la direzione non era una strada dritta ma un sentiero di montagna: si sale, si scivola, si ride, si bestemmia piano, e si continua.
Quali stimoli esterni (musicali e non) hanno inciso davvero su questo disco?
I pianti notturni, le notifiche, i cori alpini veri sentiti da lontano, le playlist dei figli, le assemblee scolastiche, le bollette, i tram in ritardo. Musicalmente di tutto: dal canto tradizionale a cose elettroniche che non sappiamo neanche pronunciare. Ma soprattutto le altre: le nostre voci tra di noi sono lo stimolo più grande, perché ogni storia cambia l’intonazione del giorno dopo.
Presentando “All the good-hearted people have a dumb face” avete parlato di un “individuo perturbante” che vive fuori dalle bolle sociali. Quanto vi identificate in lui?
Abbastanza da offrirgli una sedia a tavola, ma non abbastanza da lasciargli scegliere la musica. Ci sentiamo un po’ così anche noi: fuori posto ma presenti, buone ma non ingenue. Quell’individuo è quello che resta quando smetti di performare per piacere a tutti. Fa un po’ paura, sì, ma almeno respira.
Anticipazioni sui prossimi progetti?
Stiamo lavorando a nuovi brani, forse ancora più strani, sicuramente più nostri. E poi concerti dove possiamo portarci dietro tutto: voci, figli, stanchezza e ironia. E magari un concept su cori alpini e fantascienza domestica, ma questo lo diciamo piano, ché poi diventa realtà.


