Interview: Clustersun

Dopo il loro ultimo disco Surfacing to breathe (2017), tornano i Clustersun con un nuovo singolo – Desert daze – che anticipa “Avalanche“, la cui uscita è prevista il prossimo marzo 2021 via Icy Cold Records (FR) and Little Cloud Records (US). Ci sembrava un’ottima occasione per scambiare due chiacchiere con loro e scoprire di più rispetto alla prossima uscita, per parlare del passato, del presente e del futuro. Buona lettura!

Ciao ragazzi, come ve la passate?
Ciao Gilda e un saluto a tutti i lettori di Indie Roccia! Ce la passiamo piuttosto bene, considerato il momento surreale che si sta vivendo: siamo tutti in buona salute e le misure restrittive applicate alla nostra regione (la Sicilia è stata zona arancione fino a pochissimo tempo fa) hanno scongiurato, nonostante le limitazioni comunque pesanti, la riproposizione del clima asfittico e paralizzato che aveva contraddistinto il lockdown da marzo a maggio scorsi. Anzi, in realtà questi sono stati giorni di particolare euforia ed entusiasmo, dedicati finalmente all’uscita del nuovo materiale e alla programmazione della relativa agenda di “incombenze discografiche”: mettere in pista il nuovo singolo ed annunziare la release del terzo album per noi è stata, indubbiamente, un’iniezione di adrenalina al momento giusto.


Avalanche uscirà a marzo del prossimo anno, quattro anni dopo il vostro ultimo disco Surfacing to breathe… un tempo considerevole tutto sommato. Nel mentre cosa è successo? Avete continuato a lavorare a nuovo materiale? Vi siete dedicati solo ai live? O semplicemente vi siete presi una pausa?
Dal punto di vista discografico è stato sicuramente il lasso di tempo più lungo per noi, sinora: tra l’LP di debutto “Out Of Your Ego” (2014) e “Surfacing To Breathe” trascorsero appena tre anni. Ma non siamo mai stati fermi, fortunatamente. Gli ottimi riscontri di “Surfacing To Breathe” ci hanno permesso di tuffarci in un intensissimo periodo di attività live, che ci ha tenuto impegnati sui palchi, un pò in tutta Italia, dal 2017 fino al 2019. Avevamo già in programma anche diverse date in centro ed est Europa, nonché un ritorno negli Stati Uniti (dopo il tour nella East Coast del 2015), ma la pandemia ha chiaramente scompaginato i piani. Ed è stato proprio durante le sessioni di prova tra un concerto e l’altro, durante il 2018 e buona parte del 2019, che il nuovo materiale ha visto la luce, in maniera mai così istintiva e primordiale. Forse proprio perché l’impulso creativo era figlio del sudore e dell’aggressività da palco. Abbiamo quindi cercato di catturare questa urgenza e immediatezza creativa organizzando registrazioni, mix e mastering in pochi mesi: a dicembre 2019 avevamo già l’album pronto e ragionavamo sulla sua uscita nel 2020. Ma anche in questo caso il Coronavirus ha stravolto le nostre programmazioni: abbiamo quindi atteso che la situazione generale tornasse più leggibile anche in un’ottica di ripresa dell’attività live. Quest’anno è praticamente volato via così, con l’album nel cassetto. Ora, con il supporto delle nostre etichette, la francese Icy Cold Records e l’americana Little Cloud Records, abbiamo deciso di rompere gli indugi e mettere tutto sulla rampa di lancio, sperando che il 2021 ci regali di nuovo il fragore delle performance dal vivo, per supportare il nuovo LP.


Parliamo di Desert Daze, il vostro nuovo singolo. E’ un pezzo piuttosto forte e di impatto, che sembra quasi segnare un cambio di rotta rispetto al passato, caratterizzato da atmosfere oniriche e trasognanti. Dobbiamo aspettarci un cambio radicale o moderatamente radicale?
Lo abbiamo scelto apposta, sia come primo singolo che come traccia introduttiva di “Avalanche”, perché effettivamente veicola alla perfezione suoni e intenzioni di questa nuova fase. Che non segna un vero e proprio cambio di rotta, quanto piuttosto una evoluzione di ciò che abbiamo fatto in precedenza, ma in chiave di maggiore aggressività e cupezza. Le atmosfere sognanti si sono trasformate in paesaggi da incubo, anche se non mancano lame di luce abbagliante a squarciare questa oscurità sonica. Il nostro linguaggio rimane sempre quello della psichedelia, dello shoegaze e del postpunk, ma adesso preferiamo esplorare il lato più “muscolare” e violento di questi generi. Possiamo dire che il fioretto è stato sostituito dalla sciabola. Anzi proprio dalla mazza ferrata. Ed il ruolo decisivo nel plasmare questo approccio così impattante è stato giocato da James Aparicio, un’icona vivente per questa scena e per queste sonorità (ha lavorato con Spiritualized, Mogwai Depeche Mode, Throw Down Bones, Dead Vibrations, Rev Rev Rev, The Cult Of Dom Keller). James ha curato mix e mastering di “Avalanche” in maniera magistrale, magnificando la resa live di questi brani e conferendo loro potenza, esplosività e dettaglio senza pari. E stato davvero un onore ed un privilegio poter collaborare con un professionista di questo livello. E adesso non vediamo l’ora di poter disvelare l’album nella sua interezza.


Quanto e come ha inciso questo momento storico su questo disco? Il lockdown, la pandemia, il blocco forzato…
Come dicevamo poc’anzi “Avalanche” è stato chiuso immediatamente prima che esplodesse la pandemia: questo, di fatto, ne ha provocato lo slittamento dell’uscita di un anno. Conseguenza non da poco, se si pensa anche, dal nostro punto di vista, alla frustrazione di avere un disco appena sfornato e in cui si crede enormemente, che non si vede l’ora di condividere ovunque, ma che invece si è costretti a tenere sotto coperta. Sotto altro versante, il processo creativo che ha originato questo album non è stato sicuramente condizionato dal contesto pandemico o dal senso di isolamento da lockdown; eppure, curiosamente, oggi non possiamo non notare come atmosfere, sonorità e temi delle lyrics si siano sintonizzati in maniera inconsapevole e quasi premonitoria, con il clima oscuro e angosciante che ci avrebbe investito tutti nei mesi a venire.


E come vi ha influenzati personalmente? E come artisti?
Per noi, come per tutti, pandemia e susseguente lockdown hanno rappresentato un vero e proprio terremoto esistenziale: non è cosa da poco assistere al terrificante spettacolo del mondo messo in ginocchio da un microorganismo. La natura che sbriciola le certezze umane e ci ricorda la nostra piccolezza al suo cospetto. Tuttavia la reclusione forzata non si è rivelata una esperienza “punitiva” o difficile da gestire: con una buona scorta di dischi, libri, film, serie tv, potremmo resistere serenamente, e felicemente, anche all’olocausto nucleare. Chiaramente alla lunga la socialità viene a mancare tanto: le videocall non potranno mai rimpiazzare una bella birra in compagnia delle persone giuste, un concerto, un film al cinema, una cena fuori. Anche dal punto di vista strettamente artistico un evento del genere finisce per offrire spunti di riflessione su quanto spesso si diano per scontate cose semplici, che quando poi vengono meno si rivelano in tutta la loro cruciale importanza, come, nel nostro caso, il vedersi per le prove: per mesi ci è stato impossibile, una privazione tremenda e inconcepibile fino a quando non ci si sbatte il muso. Eppure la difficoltà ha generato comunque una reazione creativa: abbiamo registrato “a distanza” la cover di “Far” dei The Soft Moon (a proposito, grazie per averne parlato qui su Indie Roccia e averla inclusa nella tua running playlist!) e abbiamo partecipato alla maratona di eventi dell’In A State Of Flux Festival insieme agli amici delle altre band italiane della scena shoegaze/psych/dreampop. Alla fine ti rendi conto che la musica, pur con i limiti del caso, non la ferma neanche il Coronavirus.


Cosa ne pensate della decisione della chiusura dei club in questa fase? Credete sia coerente e in linea con le altre chiusure o si sarebbero potute trovare soluzioni diverse?
In un momento in cui i sacrifici sono richiesti in ogni settore e sono motivati dall’esigenza di limitare quanto più possibile i contatti tra persone, non si può che condividere la scelta, pur dolorosissima, di fermare club, sale da concerto, e anche teatri, cinema, musei e luoghi di cultura. Dopo aver partecipato a concerti ed eventi in modalità seduta e distanziata, nella fase di riapertura estiva, sinceramente abbiamo ricavato una sensazione di fruizione forzata e innaturale, il che ci fa valutare con un pò di freddezza questa ed altre soluzioni alternative paventate, come i concerti in modalità “drive in” o altro. Speriamo solo che si possa tornare presto a godere di uno spettacolo dal vivo in piena sicurezza e massima libertà di fruizione. Il che significherebbe niente più che un ripristino della normalità, o qualcosa di molto vicino.


Quali sono stati gli ascolti che vi hanno condizionato durante la realizzazione del disco?
Essendo tutti e tre ascoltatori ossessivo-compulsivi è davvero tanto il materiale che, in maniera più o meno evidente e riconoscibile, è risultato di ispirazione durante il processo di scrittura e registrazione di “Avalanche”. Provando a circoscrivere, potremmo dire che tra le influenze principali ci sono stati sicuramente The Black Angels, The Lucid Dream, i primi The Telescopes, Dead Skeletons, A Place To Bury Strangers, Föllakzoid,


Tre aggettivi per descrivere Avalanche.
Abrasivo. Lisergico. Spiazzante.


Grazie ragazzi! In bocca al lupo! E speriamo di vederci presto sotto palco! Salutiamoci con una canzone!
Grazie a te! Crepi il lupo e speriamo davvero di tornare presto sopra e sotto i palchi! Il nostro saluto lo affidiamo ai Dead Skeletons e alla loro “Dead Mantra”, dal messaggio potente e perentorio: “He who fears death cannot enjoy life”.

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