Interview: Caron Dimonio

Un’incidente tra post punk ed elettronica, testi ermetici ed intimisti che trattano tematiche decadenti: loro sono i Caron Dimonio, i quali hanno da poco pubblicato il loro secondo disco Solaris (Atavic Records, 2016). Li abbiamo incontrati prima del live al Freakout di Bologna. Ecco cosa ci siamo detti in questa lunga e piacevole chiacchierata.

A distanza di due anni dal Gestalt, disco d’esordio, esce Solaris. Questo nuovo capitolo rappresenta non solo un’ottima conferma rispetto al disco precedente ma, a mio parere, segna un passo in avanti, una crescita, dovuta probabilmente ad una maggiore ricerca melodica e sperimentazione dei suoni. Avete prestato maggiore cura nei suoni?

Filippo: Assolutamente sì. Siamo stati molto più attenti a cercare soluzioni diverse, suoni diversi. L’idea di base era comunque quella di mantenere un marchio che fosse il nostro, ma allo stesso tempo sperimentare soluzioni differenti. Spuntano arrangiamenti più complessi.

Giuseppe: Più che arrangiamenti parlerei proprio di suoni, c’è una maggior padronanza degli strumenti elettronici. Questo comporta di conseguenza una maggiore presenza, una maggiore produzione. Rimane sempre l’importa minimale, quella non cambia mai, però ci sono più synth.

Fin dall’origine i Caron Dimonio si sono affidati alla produzione di Gianluca Lo Presti, il quale oltre ad essere produttore è anche un gran musicista. Quanto è stato importante il contributo di Lo Presti nella riuscita di Solaris?

Giuseppe: Lui è il nostro produttore e questa volta ha partecipato maggiormente nella fase artistica. Anche nel primo disco ha partecipato, ma questa volta ha aggiunto un po’ di sue idee a livello di suoni elettronici.

Filippo: E’ stato molto paziente a sopportare una serie di capricci, in particolare rispetto a sonorità che noi volevamo assolutamente. È importante il fatto che ci conosce e sa ciò che vogliamo.

Giuseppe: Oltre al rapporto professionale è nato anche un rapporto d’amicizia. Ci sopporta, ma ci divertiamo anche. Facciamo un po’ i cretini, come sempre (ride).

L’opener del disco introduce l’ascoltatore in un’atmosfera rarefatta per poi farlo precipitare in un loop elettrico di sette minuti con la traccia successiva. Mi riferisco ad Imago Mortis, pezzo che peraltro anticipava l’uscita del disco. Un brano cupo ma anche estremamente ballabile, che si distingue rispetto al resto dei pezzi presenti in Solaris. Quest’ultima sembrerebbe pensata per un djset….

Giuseppe: In realtà ci sono altri brani, come Siamo sassi che è abbastanza ‘’picchiato’’ a livello di elettronica. La tua è una versione esterna, che ci sta. E’ bello vedere come dall’esterno la percezione sia diversa. Io non lo vedo diverso rispetto agli altri. Il pezzo è nato come gli altri, in modo molto spontaneo. L’idea parte sempre da casa mia, magari da un giro di chitarra, dei suoni di synth o drum machine, poi in sala con Filippo ci lavoriamo e lì nascono i brani. Imago mortis, probabilmente in modo molto spontaneo, è diventato un brano elettronico da dj set, ma non è mai tutto cosi programmato.

Quindi non c’era questa intenzione iniziale…

Giuseppe: No, e anche il fatto che sia un brano di 7 minuti non è stato voluto. Io ho creato l’idea a casa, poi insieme a Filippo lo abbiamo suonato ed abbiamo visto che ci piaceva che fosse di 7 minuti. Ci hanno chiesto di fare una radio edit, ma a noi non interessava. Non siamo un gruppo da Radiodj o RTL quindi chi se ne frega.

In Solaris sopravvive l’estetica minimalista di Gestalt, soprattutto con riferimento ai testi, marchio di fabbrica dei Caron Dimonio. Le tematiche trattate sono sempre molto decadenti, trattando argomenti come la solitudine, la morte, il suicidio, il tempo che passa; argomenti in cui l’ascoltatore può ritrovarsi. Ma anche l’amore o la speranza lo sono. Perché non parlarne?

Giuseppe: Amore e speranza zero. No perchè non esistano, però preferisco parlare delle cose di cui mi sento di parlare, di quello che mi viene più spontaneo.

Filippo: Io non posso dire nulla, i testi non li scrivo io. Altrimenti io scriverei sull’amore, magari non della speranza, ma l’amore sarebbe una tematica ricorrente in ogni brano.

Giuseppe: Però voglio aggiungere che non è non credo nell’amore e speranza, più che altro non è un aspetto che rientra nella musica dei Caron Dimonio.

Il disco è interessante sotto un altro profilo. A parte la traccia iniziale, sembra essere interrotto da due parentesi strumentali, Intermezzo 1 e 2 che suonano come compartimenti musicali comunicanti. Una sorta di liaison tra l’intro, la prima parte del disco e l’ultima. Una scelta artistica interessante…

Giuseppe: Nel teatro gli intermezzi servono per separare alcuni momenti della rappresentazione e in un certo senso sul disco l’intermezzo servono per separare dei momenti.

Si, infatti notavo che tra la prima e la seconda parte del disco c’è una differenza nelle sonorità dei brani che sembrano più indie rispetto a quelle iniziali, come ne “La noia che abbiamo di noi”…

Giuseppe: Si, le tematiche affrontate nei testi sono sempre sullo stesso filone, però come sonorità sono più indie probabilmente. 

“Nuit sans fin” conclude il disco. Testo e voce sono di Chris Rainer, il quale aveva partecipato anche al vostro lavoro precedente. Come è nata questa collaborazione?

Giuseppe: Nel primo disco il brano in cui ha collaborato Chris è stato creato da noi. Io avevo scritto il testo e avendo pensato ad un testo recitato, la voce di Chris si prestava molto a questo tipo di interpretazione. Non penso di aver una bella voce per la recitazione. Nel secondo disco abbiamo creato la parte musicale e poi abbiamo pensato: “boh, facciamolo cantare!’’

Filippo: Ci piaceva l’idea del francese, Chris è madrelingua francese e ci sembrava la persona giusta, anche per il tipo di timbro di voce.

Giuseppe: Abbiamo chiesto se voleva fare questo esperimento e lui ha accettato.

“La qualità del nulla” è forse il mio pezzo preferito. Vi va di raccontarci di più di questo brano? Come è nato?

Filippo: Io in realtà ho lasciato il flanger attaccato e non me ne ero accorto. Quindi è stato un caso che ci sia stato questo suono ossessivo. A parte questo, comunque è   stato… non so… era uno di quei pezzi belli martellanti e appena ho sentito le basi ho deciso di fare quella cosa dritta, continua, nevrotica. Doveva essere nevrotico e credo che siamo riusciti!

Giuseppe: Si flangerata! Comunque la genesi è uguale a tutti gli altri, parte da un’idea in casa, poi con Filippo ci lavoriamo. Ecco, magari rispetto agli altri pezzi suona più shoegaze, più rumoroso, ma niente di particolare da dire, perchè è come tutti gli altri. I brani sono come dei figli: sono tutti uguali.

Quindi non posso chiedervi qual è il vostro preferito…

Giuseppe: Io non riuscirei mai a dire chi è il mio figlio preferito. Per me sono tutti uguali.

Filippo: Giove in assoluto. Non saprei dire perché, ma è il pezzo che mi piace di più, per le atmosfere, per tutto.

Giuseppe: Beh, tu hai un figlio preferito. Io no (ride).

I Caron Dimonio sono ormai un duo assodato e ben rodato. Eppure provenite da esperienze musicali diverse e avete delle influenze differenti. Come si riflette questo sul progetto Caron dimonio?

Filippo: Abbiamo degli ascolti in comune, ma anche molte differenze sulle quali ci sfottiamo continuamente

Giuseppe: A me piacciono i Rammstein, lo posso dire?

Filippo: A me fanno cagare. A me piacciono gli Smiths. Ecco, penso che è sempre un equilibrio abbastanza sottile ma collaudato, forse questo è il segreto. Abbiamo assolutamente ascolti diversi. Peppe forse è molto più anni ’90, anche nel modo di suonare.

Giuseppe: Gli anni ‘90 mi hanno influenzato, però ovviamente si sentono anche gli ’80. La musica che ascolti a livello inconscio ti influenza mentre suoni.

Filippo: Io i ‘90 li ho saltati!

Giuseppe: Ci sono tante cose che ci influenzano sicuramente. Non troverai mai del reggae, dello ska o dell’hip hop.

Filippo: Bisognerebbe capire se effettivamente uno viene influenzato della musica che ascolta o se, invece, è semplicemente una questione di pancia.

Giuseppe: Io penso che la musica che ascolti a livello inconscio ti influenza: tu non lo sai, ma mentre stai suonando ti accorgi che stai suonando cose che hai già ascoltato in un certo senso, e quindi tutto influisce.

Filippo: E poi non capita quasi mai di mettersi là e dire “facciamo una cosa così’’. Ciò che a me interessa è tirare fuori qualcosa, senza pensare.

Giuseppe: Io penso che niente nasce dal niente. Non esiste la cosa originale, non è mai esistita.

Soprattutto ora che siamo nell’epoca del post tutto…

Giuseppe: Si, esatto soprattutto adesso. Il rock è nato dal blues, poi è nato il noise, il punk. E’ sempre e comunque una normale evoluzione delle cose.

Filippo: Noi cosa siamo?

Giuseppe: Noi siamo post demenza! (Ridono).

Domanda per Filippo: quanto è utile, artisticamente parlando, portare avanti progetti paralleli? Non si rischia di sacrificare quelli personali?

Filippo: Cerco di fare un 50 e 50. Più che il tempo si sacrifica la mente, perché Caron Dimonio e Black Veils sono gruppi diversi. Mi aiuta tantissimo anche il fatto che tra me e Peppe e con i Black Veils (Mario e Greg) ci leghi una grande amicizia. E’ diverso anche il tipo di approccio che c’è: nei Black Veils è molto più romantico, mentre nei Caron Dimonio prevale l’aspetto più emotivo e diretto. Io essendo sia romantico che emotivo riesco a sfogarmi e scindere le due cose.

Giuseppe: Comunque è una grande famiglia. Ho partecipato anche io al disco dei Black Veils, tra di noi c’è una grande amicizia.

Filippo: Chiaramente io sono l’elemento portante su cui si regge il tutto. Loro sono i miei alfieri (ride).

Parlando della dimensione live, i Caron Dimonio nascono prima di tutto come live band. Avete aperto il concerto dei Chameleons, storico gruppo new wave. Quanto è importante per voi la dimensione live? Come è stato suonare a fianco di un gruppo così importante?

Giuseppe: Il live è fondamentale, è il momento in cui tu scarichi tutto. Aprire ai Chameleons è stato bello perchè è una band che apprezzo, una band storica. La cosa bella è che sai già che stai suonando per un pubblico preparato, ma soprattutto colto. Questa è davvero una bella cosa.

Filippo: E non abbiamo preso bottigliate che è fondamentale! Lo scopo principale è quello (ride). Poi col tempo e con le date acquisti un atteggiamento strafottente. E’ ovvio che se sei di fronte a un pubblico attento e partecipe ovviamente ne sei contento, però in generale il live è fondamentale.

Come sta procedendo il Solaris tour? Ci volete raccontare un aneddoto? Uno simpatico e uno che vi ha fatto incazzare…

Giuseppe: In realtà siamo stati fortunati. In questo tour è andato tutto molto bene. A livello di risposta del pubblico, la data più bella è stata a Modena, per l’accoglienza ottima del pubblico che era caldo e danzereccio, e anche a livello umano degli organizzatori. Anche a Vienna è stato così e non ce lo aspettavamo, poi mettici la trasferta che dà sempre un certa euforia.

Avete trovato delle differenze rispetto al pubblico italiano?

Giuseppe: Secondo noi c’è sempre questa dimensione esotica tale per cui se il gruppo viene da fuori c’è sempre un sorta di entusiasmo. Il pubblico è stato caldissimo, fantastico e non ce l’aspettavamo considerato che cantiamo in italiano. Per noi era un esperimento nuovo. Ad autunno saremo in Germania e speriamo che la stessa esperienza si ripeta.

Filippo: Senza generalizzare, mi viene da dire che più si va a nord in Europa, più il pubblico paradossalmente diventa caloroso. Sempre senza generalizzare, in Italia è il contrario. E’ capitato con maggior frequenza di avere un pubblico più caldo al sud, penso a Palermo o Reggio Calabria in cui il pubblico era molto più partecipe.

Giuseppe: Beh dipende. Ad esempio a Milano, sono tutti così, guardano, stanno lì, a vedere se suoni bene, poi magari ti comprano anche il disco. Comunque al di là di tutto, le impressioni sono positive sul tour che stiamo facendo.

Ultima domanda: c’è un artista con cui vi piacerebbe collaborare per un album studio e per un live?

Giuseppe: A me piacerebbe molto lavorare in un brano col chitarrista dei Soviet soviet, chissà magari un giorno glielo chiederò. Mi piacciono molto i suoi suoni, cosi definiti. Mi piace tantissimo il modo in cui suona.

Filippo: A livello italiano anche io il chitarrista dei Soviet soviet, perchè mi piacciono tantissimo. A livello internazionale, se si dovessero riunire, mi piacerebbe avere a che fare con Morrissey e Marr!

 

 

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