AdriaCo: dentro i solchi di arretrati

È bello questo esordio del cantautore romano AdriaCo, ovvero Adriano Meliffi. A quanto pare i suoi cassetti in qualche modo hanno coccolato come preziosi appunti e tranci di queste scritture che ora soltanto trovano luce dentro una produzione magistrale e un titolo assai visionario e fascinoso: “Collezione di arretrati”. C’è quel suono moderno che però non si piega dentro le ovvie soluzioni del mercato, sparisce quella bulimica ossessione del drilling, si celebra anche molto la sintesi di strutture di basso e batterie. L’elettronica c’è, arreda e non solo colora. Ma niente di fantascientifico finalmente. Tutto che sia quotidiano. Un disco solido di una maturità ancora densa di preziose e fragili ingenuità.

Un ascolto che subito si rompe con degli interludi evanescenti, privi di coerenza con il resto… almeno nelle apparenze. Che ragione hanno?
Gli interludi sono nati con la funzione di collegare alcune tracce tra di loro, un’esigenza che ho sentito riascoltando la tracklist finita. Ho riutilizzato materiale registrato per altri brani del disco, alterando tonalità e velocità e riassemblando in modo creativo. Mi sono dato 3 concetti, 3 sentimenti che sono un filo conduttore dell’intero disco e per la prima volta ho provato a svilupparli senza parole. “!” esplora la complessità del presente, l’ansia della velocità, la sensazione che abbiamo di rincorrere sempre questo mondo troppo veloce. Credo sia un tema centrale del disco. “?” è una reprise di Amati, con una vena ancor più malinconica, dopo aver ascoltato di sogni e incubi, ho voluto riportare l’ascoltatore al mondo reale, in cui una coralità di voci ci tende la mano e ci offre sostegno e amore, ma parla in una lingua che non riusciamo a comprendere se non siamo pronti noi ad amarci per primi. “…” invece si focalizza sulla lenta trasformazione, sui ricordi che ritornano e cambiano sapore, sul valore del tempo come cura e filtro.

E restando su di loro, sembrano estemporanee di improvvisazione o sbaglio? Quanta improvvisazione poi c’è nel disco?
Sicuramente gli interludi sono i momenti più improvvisati. Mi sono improvvisato produttore anche io in un certo senso, sono gli unici brani non mixati dal nostro fonico Marco Federico, ci ho lavorato da solo, sperimentando e provando soluzioni, poi li ho dati direttamente in pasto al master di Matteo Gabbianelli. Anche il pianoforte di “…” sono in realtà improvvisazioni di Alessandro Passi scartate dalla sessione di Dall’altra parte del mare. Ci sono alcuni altri momenti del disco che hanno uno spirito più improvvisativo, l’intervento di chitarra di Valerio Passi con lo slide su Un’Altra Favola, alcuni pattern ritmici di Assedio, la macchina da scrivere su Amati, piccole fioriture di voce che non erano presenti nelle demo… La mia tendenza è pianificare e programmare tutto allo sfinimento, per questo in fin dei conti amo sorprendermi e spezzare regole autoimposte improvvisando di tanto in tanto, mi aiuta a ritrovare quella componente umana della musica che oggi nel pop vediamo sempre meno.

Cosa sono per te gli “arretrati”? Come a chiudersi: queste canzoni lo sono?
Sì e no! Queste canzoni sono parte dei miei arretrati, delle cose che nella vita ho trascinato, per indole, per paura del giudizio, o semplicemente perché sogno talmente in grande che a volte la realtà mi sta stretta. Sono arretrati perché ci hanno messo tanto, forse troppo ad uscire. Alcune hanno aspettato più di 10 anni. Ma in conclusione di questo lungo lavoro sono arrivato a capire che niente è davvero un arretrato. Ognuno di noi si muove col suo tempo, ci hanno convinti che dobbiamo essere sempre efficienti, produttivi, sempre sul pezzo. Il mercato discografico attuale una canzone è già vecchia dopo un anno. Ora sto molto nel mood “diamoci tutti una calmata”… che le cose belle richiedono tempo.

E pensare al passato, a quel che dovevamo fare e ci siamo lasciati alle spalle, non sembra come un restar vincolati al passato?
È il punto centrale del disco. La paralisi di cui parlo in Pesci, Dire, Incubo viene proprio da lì, dal mio restare sempre a guardare “solo ciò che si allontana e non dove va la strada”. Questo però per me non vuol dire fare piazza pulita. I vecchi progetti possono essere selezionati, rigenerati, rinnovati, come queste vecchie demo che diventano canzoni. Quello che mi paralizzava non era il non voler buttare niente, ma l’ansia di non essere allineato con un progetto di vita, di essere rimasto indietro, di vedermi scavalcato da persone che hanno iniziato a scrivere magari molto dopo di me. Ho sofferto tanta di questa roba come ingiustizia, sfortuna per occasioni mancate. Questo è ciò che fa incartare e non aiuta a vedere con chiarezza anche cosa davvero ha senso portare avanti e cosa non ci rappresenta più.

E dunque per AdriaCo, il futuro cosa significa?
In senso filosofico il futuro è solo un presente in divenire, credo fosse un pensiero di Nietzche ma sto ripescando da ricordi del liceo. Per me questo significa che non ho la più pallida idea di cosa succederà ma so quale è la mia volontà e cerco di agire di conseguenza a partire da oggi. So che ho sperimentato delle sensazioni molto positive in questa produzione, quando ho fatto finalmente cose che volevo fare da tempo e quando ho capito che non mi interessa più smaniare per visibilità e successo, mi interessa solo continuare a fare musica coi mezzi che ho e voglio rimanere fedele a questa mia scelta e fare in modo di potermi permettere di produrre ancora musica come ho fatto in questo album.

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