Scusate il ritardo: marzo 2018

Portare avanti una webzine amatoriale di musica indipendente non è assolutamente facile. Lo si deve fare nel tempo libero, nei ritagli di tempo dopo il lavoro o lo studio, e lo si fa unicamente per passione. È capitato dunque – e continuerà a capitare specie in realtà come le nostre – che durante il corso dell’anno si siano trascurati dischi particolarmente ben riusciti per pura mancanza di tempo. Con questo articolo cerchiamo dunque di rimediare ad alcune nostre mancanze, consapevoli del fatto che molto è ancora da fare.

di Gilda Romeo, Stefano Bartolotta, Andrea Martella, Antonio Paolo Zucchelli

DADAMATTO – Canneto (2017, autoprodotto).
Per chi non li conoscesse i Dadamatto sono Marco Imparato (Voce, Basso, Theremin, Organi), Andrea Vescovi (Chitarra, Cori) e Michele Grossi (Batteria, Cori), band di Senigallia che vanta all’attivo ben quattro dischi. L’ultimo – Canneto – esce nel 2017 ed è ispirato ad una precisa volontà, ovvero quella di creare – per dirla con le parole della band – “uno spazio familiare, un luogo in cui si torna per potersi ritrovare; che ama il privato, e come uno specchio crinato riflette il paesaggio; che da voce alla quiete…“. Canneto è uno sfogo spontaneo, dettato dalla necessità di ritrovarsi insieme e come singoli, musicalmente e spiritualmente. E se i testi si contraddistinguono per ironia e irriverenza (“…e non ho voglia di lavorare, se penso a quello che mi danno. Stammi lontano che sono un vulcano, nato per escplodere sul divano con le mani in mano…“), la musica dei tre marchigiani è una combo di psichedelia, rock energico capace di assumere importanti pieghe melodiche, che non segue uno schema preciso (Zanzare è quasi solo elettronica, La furia, Il Gobbo e La Miccia si apre con le soffici note di un piano interrotto da un urlo improvviso che chiude il pezzo). Fuori, dalle logiche e dalle mode del momento, Canneto è un bel disco breve e leggero, che merita. Provare per credere (Gilda Romeo)
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BLACK TAIL – One Day We Drove Out Of Town (2017, Mia Cameretta/Lady Sometimes)
Giunge al secondo album questo progetto compost da Cristiano Pizzuti (già negli ottimi Desert Motel) e Roberto Bonfanti. Queste nove canzoni si caratterizzano per una chiara impronta power-pop all’americana, facendo venire in mente soprattutto una versione più elettrica dei ami dimenticati (almeno dal sottoscritto, e chissà da chi altro) Beulah, il che significa pulizia nelle melodie e nei suoni accompagnata da sensazioni agrodolci, tra serenità e malinconia ma più verso la prima. Il timbro vocale nasale ma a suo modo aperto completa un quadro ben descritto già dal titolo, nel senso che la sensazione prevalente, ascoltando il disco, è proprio quella associata al fare qualcosa di liberatorio ma non troppo audace, semplicemente decidendo di evadere per sentirsi meglio ma sapendo che è una cosa temporanea. Ovviamente, per dare una resa così realistica all’aspetto emotivo, non può mancare la qualità tecnica, e infatti gusto, perizia e ispirazione non mancano mai, né nel songwriting e nemmeno negli arrangiamenti, e in un contesto di grande coerenza stilistica c’è comunque una buona varietà. Il risultato magari non cattura subito al primo ascolto, ma dal secondo in poi ti avvolge e non ti lascia più (Stefano Bartolotta)
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DAIANA LOU – Streetherapy (2017, Produttori Italiani Associati)
I Daiana Lou sono un duo, Daiana Mingarelli (voce) e Luca Pignalberi (chitarra, kick drum e hi-hat). Dei due se ne parla per svariati motivi: per l’esperienza da buskers per le strade di Berlino, dove è stato possibile per loro “vivere le bellezze e le contraddizioni della società di oggi”, per il ritiro da X-Factor nell’edizione 2016, per avere preso parte alla realizzazione della colonna sonora di una commedia italiana di modesto successo uscita recentemente e nondimeno per l’eccezionale talento di cui sono dotati. Il loro disco d’esordio, Streetherapy, è una mistura di generi che tanto dice del loro trascorso musicale, dall’elegante blues di Twisted Game si passa al reggae di Grandma’s Neck (da cui ne deriva un’inaspettata svolta elettronica sul finire); o ancora, dalla sinuosità del binomio chitarra-voce (e che voce!) di Don’t Look Back troviamo Say Something che strizza l’occhio al mainstream ma non per questo risulta degna di demerito. Si muovono tra la strada e lo studio, quindi, i due ragazzi di stanza a Berlino ma dal cuore italiano, la loro esperienza musicale si sta rivelando sempre più fitta di strade che si spianano. E cosa può sentirsi di augurare chi apprezza la buona musica, se non che diventi sempre più fitta? (Andrea Martella)
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PLASTIC MAN – Sounding Aquarium (2017, Annibale Records)
Arrivano al secondo disco i fiorentini Plastic Man, pubblicato dalla toscana Annibale Records, l’etichetta di proprietà dei due Go!Zilla Luca Landi e Mattia Biagiotti. Dopo essere stati in tour in Italia e in Europa e aver cambiato alcuni elementi della propria formazione, i Plastic Man hanno autoprodotto questo nuovo lavoro sulla lunga distanza che non ha paura a mostrare le proprie influenze garage e psych-rock anni ‘60: se l’aggiunta di una seconda chitarra porta il suono a essere più pesante e cattivo (Joy And Sorrow), ci sono anche momenti più accessibili e magari vicine a certe sonorità pop (come l’iniziale Bad’a’Boom) e altri più psichedelici e soft (Tod The Wolf). Sounding Aquarium è certamente un album solido e dal profumo internazionale, che mette in luce le potenzialità di questi ragazzi toscani (Antonio Paolo Zucchelli)
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TORSO VIRILE COLOSSALE – Vol. I – Che Gli Dei Ti Proteggano (2017, AMS)
Progetto musicale particolarissimo, ideato da Alessandro Grazian e realizzato con la collaborazione di numerosi musicisti, tra cui Mario Arcari e Nicola Manzan. L’opera prende ispirazione dalle colonne sonore del cinema italiano Peplum degli anni 50 e 60, quello di titoli come Maciste Nella Terra Dei Ciclopi, Ercole sfida Sansone, Ercole, Sansone, Maciste e Ursus gli invincibili. L’idea è quella di rileggere in chiave più contemporanea quelle composizioni strumentali, “creando volutamente dei cortocircuiti (in bilico tra la musica classica e il protometal, la psichedelia e lo shoegaze)”. Il concept è senz’altro ambizioso e, per giudicarlo, ad avviso di chi scrive, è necessario andare al di là della perizia con cui è stato realizzato, data dalla capacità di incorporare davvero i generi menzionati nel filone compositivo da cui si prende ispirazione. Questo aspetto, infatti, va dato per scontato, visto il livello dei musicisti coinvolti e il fatto che a registrarlo sia stato Antonio ‘Cooper’ Cupertino; un lavoro del genere va esaminato soprattutto da un punto di vista emotivo, ovvero va apprezzato se riesce a non cadere nel mero esercizio di stile e a suscitare sensazioni nell’ascoltatore, non solo ammirazione. La missione riesce perfettamente, e questi 27 minuti sono un viaggio non solo affascinante, ma di grande sostanza musicale ed emotiva, proprio perché l’alternanza di colori e di generi suscita anche un tourbillon di sensazioni differenti, tutte ben declinate nella particolare chiave epica propria del genere cinematografico di riferimento. Baldanza e dramma, suspance e rabbia, serenità e tensione: c’è tutto questo in un viaggio che a un certo punto è così coinvolgente che quando finisce sembra che sia solo appena iniziato. Chissà se ci saranno altri volumi per un progetto che magari non farà venire voglia di essere ascoltato tutti i giorni, ma che merita senz’altro attenzione (Stefano Bartolotta)
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CARON DIMONIO – Religio (2017, Atmosphere Records).
Terzo album per i Caron Dimonio, band bolognese composta da Giuseppe Lo Bue (voce, chitarra, synth, piano) e Filippo Scalzo (basso). Nel disco troviamo una collaborazione d’eccezione; la batteria di Michele Testi (Dade city days) che contribuisce a dare forza e vigore al sound del duo. Forse in questo nuovo episodio c’è una maggiore componente elettronica (Mezzanotte), un’attitudine più punk (Tonalità), e addirittura un anima post rock (il pezzo conclusivo Religio). Al di là di questi pezzi, il nuovo lavoro prosegue sulla scia dei dischi precedenti: ancora una volta, i Caron Dimonio ripropongono una precisa formula sonora rappresentata dall’incontro tra post punk, new wave ed elettronica. Sonorità tendenti al dark, malinconia ed inquetudine – presenti in ogni pezzo – trascinano l’ascoltatore in una condizione di alienazione, catturato da un cantato quasi impercettibile, da synth ipnotici e da linee di basso (im)portanti (ascoltate l’opener Pietra per capire). I testi – come sempre – non hanno intenzioni narrative; il duo racconta una storia di malessere senza parole, solo attraverso quelle sonorità wave che gli affezionati del passato sapranno apprezzare. Religio è un disco notturno, non solo perchè scritto nelle ore di buio, ma anche per la sensazione di intimità e riflessione capace di generare. Ascolto più che consigliato (Gilda Romeo)
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