MYSS KETA: un’artista radicata nell’era digitale

Oggi esce UNA VITA IN CAPSLOCK, primo vero album di MYSS KETA, bionda camaleontica di cui non conosciamo la vera identità. KETA nasce nel 2013 con Milano sushi e coca, che su YouTube fa scalpore e successo di visualizzazioni. Il progetto cresce con hit digitali quali In gabbia (non ci vado), Le ragazze di Porta Venezia e Burqa di Gucci, cui segue la raccolta L’angelo dall’occhiale da sera: col cuore in gola e l’EP Carpaccio Ghiacciato, in free download per La Tempesta.

Dopo cinque anni di gavetta e collaborazioni importanti, ecco che arriva il contratto con la major, in questo caso la Universal. L’album è stato anticipato dal singolo omonimo, da STRESS e da BOTOX, nel cui video compare Tea Falco in veste di dottoressa. La produzione è rimasta la stessa, KETA lavora a stretto contatto con Motel Forlanini e con i producer RIVA e Populous e non svende la sua originalità a favore del commerciale. UNA VITA IN CAPSLOCK è l’album della maturità, un viaggio sonoro con i riferimenti culturali più disparati, dal nazional popolare a Dante – al cui viaggio dall’Inferno al Paradiso è paragonata l’ascesa sonora del disco – da personaggi trash dello spettacolo a David Lynch. Rimane la KETA sfrontata e provocatoria, che con un’ironia tagliente visualizza e critica la società contemporanea, prendendosi gioco un po’ di tutti (UNA DONNA CHE CONTA, MONICA). Però è tutto più studiato nel dettaglio, dai testi alle sonorità molto catchy, che si fanno più internazionali e formano un pastiche congruo e omogeneo che include anche la collaborazione con gli Zeus! (SPLEEN QUEEN), gruppo metal e post hardcore. Ci viene anche mostrato un nuovo lato di MYSS KETA, più tranquillo e profondo, in ULTIMA BOTTA A PARIGI, in cui sentiamo il sassofono di Adele Nigro (Any Other) e i cori di BIRTHH, e in AFTER AMORE.

Alla conferenza stampa di presentazione del disco arriva in orario, vestita in total black come le migliori donne in carriera – sarà il lavoro da amministratrice delegata – e ovviamente con maschera e occhialata che ci nascondono chi sta sotto. Uno spettacolo di donna, come si definisce lei, che risponde a qualsiasi domanda che le viene posta in modo esaustivo e preciso, palesando di essere perfetta per questo ruolo. KETA è cresciuta con la televisione spappola-cervello dei duemila e gli yuppies degli anni ‘80, una ragazza come tante che però sa fare il suo lavoro molto meglio di altri colleghi più snob. Si mette in gioco e si prende gioco, quando racconta di essere amica di Franca Leosini o delle varie Monica del cinema italiano o quando dice false verità (forse) sulla sua vera identità.

Ma è molto più di questo: è consapevole di essere un’artista radicata nell’era digitale – senza la quale probabilmente si sarebbe manifestata in modo diverso – ed è capace di sfruttare al meglio le sue capacità, che non sempre corrispondono a saper suonare tanti strumenti o fare degli acuti pazzeschi. KETA è diversa da qualsiasi progetto musicale ci sia in Italia, progetto che potremmo addirittura definire artistico; è una modella, un’attrice, una performer, una punk che ha iniziato nel ’77, un’antropologa. La musica è solo un pretesto per esprimere la sua sfacciata e sfaccettata creatività. Sotto l’occhiale da sera probabilmente si nasconde una persona genuina, che ha fatto i più classici degli studi e li rielabora in maniera originale e personale; o forse ci sta scippando tutti per il culo (cit.), chissà. Sta di fatto che è riuscita a costruirsi un personaggio che funziona sotto tutti i punti di vista, da quello artistico-musicale a quello più teatrale. Non ci resta che aspettare di vederla sul palco con le ragazze di Porta Venezia e i suoi produttori del cuore, cui faranno da sfondo innumerevoli visual, per quello che si preannuncia lo spettacolo più strano e ambizioso dell’ultimo periodo della scena italiana.

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