We Are Waves – HOLD

Etichetta: MeatBeat Records

Genere: new wave, synth wave

Protagonisti: Fabio Viassone (voce, chitarra), Cesare Corso (synth), Fabio Menegatti (basso), Adriano Redoglia (batteria).

Segni particolari: HOLD è il terzo disco dei We are Waves e, diciamocelo pure, lo aspettavamo con ansia. Il precedente album – Promises (2015, MeatBeat Records) – veniva accolto con favore ed entusiasmo tanto dalla critica quanto dal pubblico. Non sorprende quindi l’attesa e la curiosità rispetto a questa nuova uscita che, possiamo già anticiparlo, segna una notevole crescita della band e supera le nostre aspettative. HOLD, inoltre, è il primo disco interamente prodotto dalla band dal punto di vista artistico; e ciò conferma un’acquisita maturità e una consapevolezza dei propri mezzi da parte della band.

Ingredienti: I We are waves rimangono fedeli al loro nome e alle loro radici, difficili da sdradicare. Si naviga ancora tra le onde degli anni ’80, (e per fortuna!). L’ispirazione agli Smiths (l’esplicito riferimento nell’opener I can’t change myself), ai The cure (l’intro di Head in the ocean), l’attitudine danzereccia à la Depeche mode, si manifestano in uno scenario inedito, differtente dal passato. Le note grigie e cupe di Promises sembrano quasi svanire, e si intravede un timido e lieve bagliore. C’è una maggiore apertura alla sperimentazione nei suoni, una maggiore attenzione alle liriche, e il tutto nasce e cresce in un contesto variegato, caratterizzato da più luce e colori. Il pezzo emblematico in tal senso è Maracaibo che si lascia spezzare da percussioni caraibiche; ma anche l’incredibile Mirrors, dove fuoriesce ancor di più l’attitudine elettronica, già presente nella band. C’è spazio anche per l’introspezione e la riflessione: Lynn è evocativa come non mai, una ballata di distorsioni che giocano a rincorrersi tra di loro, creando un loop struggente (But every fear would melt If only I lost control, Lynn, you’ve got my soul). Pulsazioni da clubbing si alternano a riff di chitarra malinconici: il passato viene riletto in chiave moderna, in un modo del tutto personale.

Densità di qualità: HOLD segna un passo in avanti nel percorso finora intrapreso dalla band torinese, ed è evidente l’avvenuta evoluzione del sound e del mood della band. Sarà forse merito dell’attività live, dell’esperienza estera, del remake in chiave elettronica di Promises (Promixes, 2016)? Forse. O Forse, semplicemente, i nostri hanno voluto osare, spingersi un po’ oltre, senza comunque cedere alle mode. Uscire dalla comfort zone, senza per questo cadere nel facile mondo pop glitterato. Mille sfaccettature, colori e umori diversi, che rendono HOLD un disco adatto ad ogni tempo e ad ogni luogo.

Velocità: Nella prima metà del disco i ritmi sono sostenuti e incalzanti, si balla energicamente (tranne in Lynn), mentre nella seconda parte forse a prevalere è l’anima più melanconica dei We are waves. Ad ogni modo, le dieci tracce scorrono velocemente e regalano alti picchi emozionali.

Il testo: “Forgive, forgive, the way I feel, I never asked to grow. Anxiety, it came to me not so long ago” (Healing dance).

La dichiarazione: “Il significato ultimo di HOLD, tradotto musicalmente da una libertà tutta nuova nel songwriting della band e da una serire di sperimentazioni sonore e testuali, è quello di tenersi il più vicino possibile una certa gioia di vivere, apprezzando ogni singola sfumatura di felicità che ci sfiora nella vita di tutti i giorni. L’accettazione è il presupposto del superamento: con serenità e leggerezza tutti possono trovare la propria salvezza” (dal comunicato stampa, 2018).

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