Tanks and Tears live @Mikasa, Bologna

L’arrivo dei primi freddi segna la morte dei tormentoni estivi, nessun Despacito potrà più violentarci la testa. Forse. L’estate è finita, il vicino ha chiuso le finestre, e le mie orecchie sono salve. Forse.
Con la fine della bella stagione ricominciano anche eventi e serate: a Bologna, questo weekend si riparte con le serate Atmosphere e, per l’occasione, suonano i Tanks and Tears.

La band, fresca di uscita dell’album di debutto Aware (Swiss Dark Nights, 2017), sarà in giro per l’Europa nei prossimi mesi, ma oggi è qui al Mikasa.
Avendo consumato letteralmente il disco, questa tappa bolognese si presenta come una bella occasione per “testare” il trio dal vivo, per capire se e quanto ci sanno fare sul palco.

E allora eccoci qua, carichi per il live, con tanta curiosità ed aspettative.

Il concerto – previsto per le 23 (ma si sa che è un orario indicativo) – ha inizio con almeno mezzora di ritardo in un Mikasa non particolarmente pieno. Infatti, la gente arriverà a concerto già iniziato (dai, ragazzi, siate puntuali! A meno che non stiate preparando un esame importante o siate invitati ad una cena “che proprio non posso tirare pacco”… ).

Breath apre le danze, e chi conosce il disco sà che è un opener straordinaria, il pezzo giusto per cominciare un album; uno di quelli che tu, ascoltatore ancora vergine, pensi “ommioddio”. A quanto pare è il brano giusto anche per aprire il live: difficile non farsi trasportare già dai primi minuti “… don’t try to bury me, I’m alive. Don’t try to sut my mouth, I’m alive…”
Il sound dei Tanks and Tears unisce violenza e dolcezza, il lato nostalgico e romantico tipico degli eighties a quello ruvido e graffiante del grunge anni ’90, ma forse nella versione live a prevalere è l’irruenza e l’energia, merito anche di una batteria potentissima che picchia duro.
Poca interazione col pubblico, solo un timido grazie al termine di ogni pezzo, e si riparte con quello successivo a distanza di pochi secondi, quasi a manifestare un’urgenza di suonare.
La band ripercorre Aware in ogni sua traccia (quasi, perché non avete fatto la title track? Si, si, lei), con Jump into your heart è impossibile restare fermi e non cantare (saltelli sul posto diventano atti spontanei e automatici come lo è respirare); mentre in Under a cloud si placano gli animi, qui i Tanks and Tears ci regalano un’atmosfera più distesa e un senso di piacevole tristezza. Così in Butterfly, con il suo mood sognante, onirico. Con Inca si riacquista velocità, così come in Plasticine, pezzo di chiusura.

Aspettative superate, nonostante l’acustica non ottimale.
Adesso, i nostri saranno impegnati nelle date oltralpe, ma dopo stasera non ho dubbi che spaccheranno anche all’estero!

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