Canadians @ ARCI Belleza, Milano, 11/12/2025
Prima dell’inizio di questo concerto, non avevo idea che avrei voluto scriverne. Non ho chiesto l’accredito, non ho riascoltato le canzoni della band e, per una volta, ho preferito una magnifica cena con un altrettanto magnifico gruppo di amici al recarmi presto sotto al palco per un gruppo spalla che non conoscevo. Mi ero anche messo in modalità di ascolto tranquillo, posizionandomi nelle retrovie per non disturbare la visuale di altri spettatori con la mia statura e la mia mole. Ma dopo sole due canzoni, ho sentito l’esigenza di lanciarmi in avanti e agitarmi con tutta l’energia che avevo, e ora ho una necessità altrettanto irresistibile di mettere per iscritto alcuni concetti.
Il primo e più importante di essi è che andare a vedere un live dei Canadians nel 2025 (o nel 2026, se ce ne saranno) non è affatto un esercizio di mera nostalgia, ma permette di assistere a una lectio magistralis di indie-rock, quello che crea una combinazione unica di suggestioni tra asprezza e melodia, tra concretezza e voglia di evadere, tra leggerezza e impatto. I cinque hanno chiaramente questa capacità nel sangue, innata dentro di loro, e la chimica che hanno creato una ventina di anni fa non è affatto svanita, ma, anzi, è più viva che mai. La spinta della travolgente sezione ritmica, le robuste trame chitarristiche e i puntuali ricami di tastiera concorrono nella creazione di un sound più vitale e impattante che mai, altro che quarantenni che scongelano un progetto fermo da un sacco di tempo. Un aspetto, poi, ancor più decisivo è quello vocale, con il timbro di Duccio Simbeni che si staglia (quasi) senza esitazioni di sorta su tutto questo spessore sonoro, contribuendo a una resa live dei brani a dir poco irresistibile. Davvero, i bei tempi andati non contano un accidente: questo è un concerto da qui e ora.
Da qui, però, è normale viaggiare coi pensieri al decennio Zero e ricordarne le dinamiche legate più alla percezione della musica che non al suo ascolto in sé e per sé. Così, la prima considerazione che viene in mente è che i Canadians li abbiamo dati troppo per scontati all’epoca e non abbiamo fatto ottenere loro il successo che meritavano. Ma come, mi si potrebbe dire, soprattutto col primo disco hanno suonato in lungo e in largo per l’Italia, hanno avuto un’esposizione notevole, riscontri ovunque. Certo, ma è ancora poco rispetto ai loro meriti, perché canzoni così ben scritte e interpretate avrebbero dovuto segnare un’epoca, come hanno fatto Marlene, Afterhours o Verdena, e invece no, sarà stato per il cantato in inglese, sarà stato che era facile accusarli di avere riferimenti musicali troppo “di moda” in quel periodo, saranno state le invidie e ripicche tipiche di quegli anni nei quali eravamo tutti blogger e, inconsciamente o no, avevamo una postura reale e soprattutto virtuale da centro di un microcosmo nel quale gli altri, o almeno alcuni di essi, giravano attorno a noi, insomma, riascoltandoli dal vivo dopo un’infinità di tempo e facendo lo stesso con le versioni in studio delle loro canzoni intanto che sto scrivendo, mi sono convinto che li abbiamo tutti sottovalutati, sì, anche noi fan accaniti, dovevamo crederci di più anche noi.
Da qui, poi, mi è venuto da pensare che questa modalità di fare musica è stata, purtroppo, quasi del tutto inesplorata in Italia. Non che siano mancate le band indie-rock, e nemmeno quelle di matrice statunitense come i Canadians, ma non è stata data continuità a questo filone che ha le proprie radici negli anni Novanta e che si è ramificato nel decennio successivo coi Death Cab For Cutie. Abbiamo avuto davvero di tutto in Italia negli ultimi 15 anni, ma su questo stile mi vengono in mente giusto i fantastici Farmer Sea, poi più nulla, e chissà perché. Così come i Canadians stessi, anche questo approccio musicale avrebbe meritato di più nel nostro Paese, invece si sono fatti tutti prendere da questa voglia di cantare in italiano e usare altri tipi di suoni. Capisco, comunque, che, se posso avere un’opinione sui riscontri ottenuti da una certa proposta musicale, non posso permettermi questo lusso sulle scelte artistiche altrui: se avessi voluto ascoltare più musica di un certo tipo qui da noi, l’unico modo sarebbe stato di comporla e suonarla io stesso, e non sapendolo fare, non posso far altro che rimettermi alle decisioni di chi, invece, ne è capace. Che mi dispiaccia, però, penso di poterlo dire.
Fortunatamente, mi posso tenere stretto il ricordo dell’entusiasmo generato da questa serata, in me e in tutti gli altri presenti e sperare che, visto quanto siamo stati bene tutti, ai Canadians venga voglia di tornare sul palco un po’ prima che tra dieci anni. Ce lo meriteremmo un po’ tutti, nonostante le nostre colpe in quegli anni.



