Sultan Bathery – Sultan Bathery
GENERE: garage.
PROTAGONISTI: Giovanni “Boy” (voce e chitarra), Federico “Fred Shankar” (basso) e Matteo “Madnuts” (percussioni).
SEGNI PARTICOLARI: album d’esordio per il trio vicentino che già con l’EP “Fireworx” aveva scaldato le acque e ricevuto grande curiosità , con tanto di tour con i Thee Oh Sees e partecipazione allo scorso Primavera Sound. Il tutto sotto l’ala protettiva dell’etichetta Usa dei Black Lips che dal 2012 li aveva lanciati con i primi singoli. Nome della band e copertina dell’album di matrice orientale, unico lascito del sultano Tipu dell’amena località indiana da loro visitata. Ma forse nel tempio Jain qualche pozione magica l’hanno trovata.
INGREDIENTI: puro garage di matrice sixties eseguito in modo egregio e primitivo, con leggere virate psichedeliche e surf mantenendo un’attitudine punk. Suonano con il rispetto, la rabbia e l’incoscienza di padri come Music Machine, Count Five e Troggs ma anche con la testa degli zii come Last e Lime Spaders. Il tutto non risulta assolutamente retrò, perché è così che ha senso fare garage al giorno d’oggi, in modo secco e senza pensieri: se poi ècondito anche da ottime canzoni e un grande senso melodico il mix èperfetto. Se proprio volete allontanarvi dai loro compagni di etichetta, prendete dei BRMC meno dispersivi o gli Arctic degli esordi rimessi a sudare nelle cantine.
DENSITA’ DI QUALITA’: quando un disco parte con un trittico di apertura come il loro non puoi che avere subito la convinzione di avere tra le mani una meraviglia. Non hai bisogno di ascolti ulteriori per capirlo, hai solo bisogno di questo disco. La fiammeggiante ‘Satellite‘ suona così sporca che vuoi subito imbrattarti di quell’olio da motori che non va via; ‘Mirror‘ mostra la maturità ‘ senza essere scolastico, perfetta con quel suono cavernoso con traiettorie slabbrate, oblique e lineari allo stesso tempo. Chiude il trittico ‘Purple Moon‘ un gioiello garage ancora più grezzo, che si dilata fino a aprirti una fessura verso gli scuri inferi. I tre però non si accontentano e se il fuzz granitico e nebbioso di ‘Dead Leaves‘ non ha schiarito le idee, non appena attraversano l’oceano e si buttano su pezzi dal taglio più British dal Beat feroce devi alzare bandiera bianca: hanno stravinto. ‘Sping of Youth‘ e ‘Talk to You‘ mischiano furia a ritornelli che ti si attaccano addosso senza sosta, con una facilità disarmante. Questo continuo oscillare èla vera forza del disco, che mostra mille colori diversi sotto una dura scorza garage: l’essere in bilico tra le coste californiane, che sul finire dell’album riappaiono prepotentemente, le coste britanniche della swingin’ London e l’italico amore per le colonne sonore degli Spaghetti Western rende ogni pezzo una possibile miniera di gemme. Le vette assolute dell’album sono difatti diametralmente opposte: il sabba ipnotico di ‘On the Run‘ ti mostra l’abisso e ti fa fluttuare nello spazio allo stesso tempo, la conclusiva ‘So Blue‘ èla dimostrazione di come, quando si sanno scrivere grandi pezzi con melodie limpidissime senza prendersi troppo sul serio o senza presunzione, si raggiungere sempre la perfezione.
Esordio così luminoso che non lascia spazio a dubbi e porta alla convinzione che i tre vicentini, anche se si mettessero a fare Space Rock, Stoner o pura Psychedelia, non sbaglierebbero un colpo perché di talento e personalità ne hanno a fiumi. Chiudo con una frase sentita e risentita mille volte: “ah se fossero americani, inglesi, australiani si griderebbe al miracolo”. Per questa volta concordo.
VELOCITA’: in balia di un fiume che scorre veloce e non ti fa mai stare dritto ma che alla fine ti apre una paesaggio incantevole sotto le cascate.
IL TESTO: “When I talk to you/I never say the truth” da ‘Talk To You‘.
LA DICHIARAZIONE: in una vecchia intervista rilasciata proprio agli esordi avevano lanciato il loro messaggio, che ad oggi fa molto piacere vedere invariato e più che mai significativo. “Non siamo così grandi e influenti da poter lanciare messaggi o proclami, fondamentalmente ci vogliamo solo divertire, stare insieme, suonare rock e farlo a tutto volume“.
UN ASSAGGIO: Mirror
IL SITO: Facebook – Sultan Bathery

