Cosa succede quando l’AI entra nell’industria musicale? Ce ne parla Luca Red

Dire “AI nella musica” oggi significa potenzialmente parlare di tutto e di niente. Generazione di audio, clonazione vocale, mastering, composizione, marketing, analisi dei dati… il campo è enorme e spesso il confine tra strumenti realmente utili e semplice entusiasmo tecnologico è difficile da individuare.

Luca Red ha scelto una strada diversa attraverso IArt, uno strumento ideato non per creare musica al posto dell’artista, ma per supportarlo nella parte strategica e decisionale che accompagna la costruzione di un progetto musicale. Il sistema si basa sul Metodo Industria Musicale 2030 e sulle competenze di Artist Identity, Manager 2030, Producer 2030 e Artist Strategist, mettendo insieme prospettive diverse per analizzare un progetto, leggere i dati e mettere in discussione, quando necessario, anche le convinzioni dell’artista. Alla base di tutto c’è IArt DNA, un sistema di conoscenze, istruzioni, metodo e protocolli che permette di specializzare piattaforme AI generaliste nel contesto dell’industria musicale.

L’idea non è quindi ottenere semplicemente più risposte, ma utilizzare l’intelligenza artificiale per comprendere meglio un progetto e prendere decisioni più consapevoli.

Abbiamo chiesto direttamente al suo ideatore come funziona questo approccio e dove finisca la tecnologia e inizi, invece, il valore dell’esperienza umana.

Se ChatGPT, Gemini o Claude sono già strumenti generalisti potentissimi, perché un artista dovrebbe avere bisogno di un sistema specializzato come IArt?

Per lo stesso motivo per cui avere accesso a tutta l’informazione del mondo non significa sapere che cosa farne. ChatGPT, Gemini e Claude sono strumenti straordinari e IArt non nasce per competere con loro. Utilizza la potenza dell’intelligenza artificiale, ma la specializza attraverso quasi trent’anni di esperienza nell’industria musicale e il Metodo Industria Musicale 2030.

Se un artista chiede a un’AI generalista “come faccio a crescere su Spotify?”, può ricevere ottime indicazioni. IArt fa un lavoro diverso: prima cerca di capire chi sei, cosa stai costruendo, cosa hai già fatto, quali risultati hai ottenuto, che pubblico hai, quali risorse hai e soprattutto se Spotify è davvero il problema su cui devi lavorare in quel momento.

La differenza per me è questa: non avevo bisogno di un’intelligenza artificiale che producesse più risposte, ma di uno strumento specializzato su questo mestiere, costruito sulla mia esperienza e sul Metodo Industria Musicale 2030, che aiutasse Artisti e Professionisti a leggere meglio quello che sta succedendo e a prendere decisioni. L’AI generalista ti dà una potenza enorme; IArt dà a quella potenza una specializzazione e una direzione.

E soprattutto un artista non deve partire da zero e cercare di trasferire da solo a un’AI anni di contesto, metodo e conoscenza dell’industria: IArt nasce già specializzata per questo lavoro.

Uno degli elementi più interessanti è la possibilità per IArt di far intervenire competenze diverse, proprio come un “dream team”. Come avete tradotto questa logica professionale in un sistema AI?

Sono partito da quello che succede realmente in un progetto musicale: quasi mai un problema appartiene a una sola area. Una difficoltà di comunicazione può nascondere un problema di identità, un brano che non funziona può avere un problema produttivo oppure essere semplicemente arrivato alle persone sbagliate, una strategia apparentemente corretta può essere completamente incoerente con l’artista.

Per questo IArt lavora con quattro competenze precise: Artist Identity, Manager 2030, Producer 2030 e Artist Strategist. Non sono personaggi messi lì per rendere il sistema più accattivante, ma quattro prospettive professionali differenti. IArt riconosce quali competenze servono davanti a un problema e le mette al lavoro insieme.

È quello che succede quando intorno a un tavolo hai professionisti bravi: non devono necessariamente essere tutti d’accordo, ma devono riuscire a guardare lo stesso progetto da prospettive diverse e arrivare a una lettura utile.

Dici che l’obiettivo non è produrre più risposte, ma aiutare a prendere decisioni migliori. Come si misura una decisione “migliore” quando si parla di un progetto artistico, dove entrano inevitabilmente elementi soggettivi?

Non tutto nell’arte è misurabile e sarebbe un errore pensarlo. Se mi chiedi se una canzone è bella, non esiste un dato capace di risolvere definitivamente quella domanda. Ma se quella canzone è uscita, hai investito dei soldi, hai fatto una determinata campagna, ha raggiunto un certo pubblico e dopo tre mesi nessuno è tornato ad ascoltarti, quelli sono fatti.

Nel Metodo distinguiamo continuamente fatti, dati, analisi, ipotesi e opinioni strategiche. Una decisione migliore non è necessariamente quella che avrà successo, perché nessuno può garantirlo. È una decisione presa conoscendo meglio il contesto, riducendo l’autoinganno e sapendo anche cosa osservare dopo averla presa.

Da qui nasce uno dei principi del Metodo: Fai, Guarda, Impara. Fai una scelta, guardi cosa produce e utilizzi quello che hai imparato per decidere il passo successivo.

Un’AI può anche confermare i nostri pregiudizi se le facciamo le domande nel modo giusto. IArt è progettato per contraddire l’artista quando i dati o le informazioni disponibili suggeriscono qualcosa di diverso. Come avete affrontato questo problema?

È stata una delle questioni centrali nella costruzione di IArt. Un artista non ha bisogno dell’ennesimo strumento che gli dica continuamente “bella idea”. Ha bisogno anche di qualcuno che gli faccia notare quando quello che pensa del proprio progetto non coincide con quello che il progetto sta realmente mostrando.

IArt parte da un principio preciso: conosci prima di interpretare, interpreta prima di consigliare. Se non conosce abbastanza, fa domande. Se quello che l’artista racconta è un’ipotesi, non la trasforma automaticamente in un fatto. Se i dati e le informazioni disponibili raccontano qualcosa di diverso dalla sua percezione, mette in evidenza la contraddizione.

E IArt può anche dire no. Non perché possieda una verità assoluta, ma perché il suo compito non è compiacerti. La decisione finale rimane sempre dell’artista.

Qual è, secondo te, la cosa che oggi l’industria musicale sta ancora sbagliando nel rapporto con l’intelligenza artificiale?

Secondo me stiamo parlando troppo di quello che l’AI può produrre e ancora troppo poco di quello che può permetterci di imparare a fare. Il dibattito è quasi sempre: può scrivere una canzone? Può clonare una voce? Può fare una copertina? Sostituirà un produttore o un artista? Sono questioni importanti, ma rappresentano solo una parte del cambiamento.

La rivoluzione che interessa a me è l’accesso alle competenze. Un artista emergente non può avere ogni giorno accanto un manager, uno strategist, un consulente, un direttore artistico e tutti i professionisti di cui avrebbe bisogno. L’AI non deve fingere di sostituire queste persone, ma può permettere all’artista di diventare molto più preparato prima ancora di incontrarle.

E questo alza anche il livello dei professionisti. Se arriva da me un artista che conosce il proprio progetto, sa leggere i propri risultati, ha già fatto tentativi, ha sbagliato e ha imparato qualcosa, possiamo iniziare a lavorare molto più in alto. Per questo penso che una delle conseguenze più interessanti dell’AI non sarà soltanto capire quali lavori cambieranno, ma quanto potranno diventare più competenti le persone che continueranno a farli.

Entrando più nel vivo nella Lab di novembre, che cosa si deve aspettare chi deciderà di prendervi parte?

L’evento di novembre è stato posticipato per motivi non dipendenti da noi. Visto che avevamo appena comunicato l’evento e IArt era appena nata, invece di indicare immediatamente un’altra data abbiamo deciso di fare una cosa diversa: renderla da subito disponibile a chi vuole iniziare a lavorarci.

Oggi gli artisti possono contattarci attraverso lucared.com e intraprendere un percorso individuale costruito ad hoc. Si parte dal capire come approcciarsi realmente all’Intelligenza Artificiale e come utilizzarla senza delegarle il proprio pensiero, si entra poi nel Metodo Industria Musicale 2030 e infine si lavora direttamente con IArt, applicando tutto al proprio progetto. L’obiettivo è arrivare alla fine del percorso con competenze, metodo e strumento sufficienti per continuare a lavorare in autonomia.

Nel prossimo anno torneremo anche all’evento fisico, ma a quel punto sarà ancora più interessante perché ci saranno artisti che utilizzano già IArt e potranno portare la propria esperienza e confrontarsi con chi invece la conoscerà in quel momento.

In qualche modo il rinvio ci ha fatto vedere qualcosa che inizialmente non avevamo considerato e ci ha fatto cambiare prospettiva: prima facciamo vivere IArt alle persone, poi le riuniamo.

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