Scemodiguerra: folk, rock, sospensione e cantautorato
Il suono diviene il cuore questa volta e si sente. Non avrebbero mai iniziato un pezzo come inizia “Captain Harlock” questa volta. La canzone d’autore folk fa un passo oltre i soliti cliché e trovo che dal punto vi sta sonoro e compositivo questo disco abbia ottime carte da giocarsi. Parliamo di “Martian VooDoo”, seconda fatica discografica per il progetto creato da Luca Peverelli e Elia Mazzoletti, ovvero per Scemodiguerra. C’è il santo pop che narra storie come dentro “La Casa” ma c’è anche l’acido deserto coronato anche dalla featuring di Alessandro Alosi dentro “Mastino” – che lui si sa quanto sia devoto a quell’acido psichedelico per fare blues. C’è il tiro che spinge dentro “Laika” che avrei visto benissimo in mano ai Sacromud… e tante e ancor altre le etichette che possiamo giocarci per orientarci dentro un ascolto davvero pregno di mille piani di lettura diversi. A voi la palla…
Penso, nelle tante chiavi di lettura che ci sono dentro questo disco, che si fa tanto riferimento all’universo, allo spazio, come luogo neutro da cui rintracciare le colonne morali di questa società. Ma anche del nostro immediato vissuto anche… a voi la palla…
La componente del “viaggio spaziale” nel disco vuole simboleggiare la ricerca della verità. Parliamo di una verità idealizzata, che si trova in un luogo distante, per l’appunto alieno. Il concetto è guardare da lontano, da un nuovo punto di vista, come se mantenendo i piedi per terra ci fosse naturalmente impedito di vedere le cose con necessario distacco.
È un discorso sull’ossessione del trovare una logica agli avvenimenti, alle nostre vite. La componente “Martian” rappresenta tutto questo: l’ingenua convinzione che le risposte si vestano del fascino esotico e inebriante dei territori inesplorati e che non si trovino mai nel posto che abitiamo.
Dalla fisarmonica alla grafica di Chiara Milano… dalle chitarre portoghesi ad un certo gusto pop moderno… qual è il tempo di questo disco? Passato o futuro? Perché non ce lo vedo per niente dentro il tempo che abbiamo…
Il punto è proprio questo: recuperare alcune cose che abbiamo dimenticato. Una su tutte il concetto di collettività. Se nel nostro primo disco i testi si concentravano sui piccoli drammi individuali, qui anche dove le canzoni hanno un protagonista specifico vogliono ricordarci che non sono i nostri dolori quotidiani a definirci e che attraverso le persone che incontriamo (penso a “Mi libererai”) possiamo ancora trovare un modo sano di costruire la nostra persona. Volevamo creare un vero e proprio affronto all’individualismo e sporcare con l’ironia le piccole paturnie quotidiane che per molti si trasformano in problemi insormontabili. Non per svalutarle, ma per dissacrare il concetto di dolore che oggi è fin troppo romanticizzato. E qui si torna ai suoni: abbiamo utilizzato una serie di strumenti più tradizionali per riavvolgere il nastro fino all’epoca in cui questa cultura dell'”io” non era ancora così preponderante e li abbiamo mescolati con soluzioni più contemporanee per sottolineare come la contaminazione di ciò che siamo oggi con quello che abbiamo perso per strada può essere la via per trovare un nuovo equilibrio. Era necessario che questo disco guardasse verso il passato ma allo stesso tempo non poteva permettersi di suonare troppo vintage, perché il tentativo (e qui non spetta a noi dire se riuscito o meno) era di parlare del nostro presente.
Nonostante si stia parlando di pop… quanta improvvisazione avete “sfruttato”? E quanto suono live c’è nel disco?
Le tracce definitive del disco sono state registrate tutte in studio con il classico metodo di “uno strumento alla volta”. La componente istintiva ha interessato più che altro la composizione dei brani e la stesura dei testi. Procedimenti che sono stati guidati più dal cuore che dal cervello. Una volta raccolto il materiale necessario abbiamo dovuto darci una regolata e impostare le registrazioni con un metodo meno improvvisato. Come lo stesso album cerca di dire, il giusto equilibrio tra ragione e sentimento è spesso la soluzione ed è questo che abbiamo cercato alternando l’inventiva pura della sala prove con delle sessioni in studio più logiche e organizzate.
Dentro “La casa” c’è una voce femminile in dialetto… di cosa parliamo e di chi parliamo?
Il coro femminile è affidato a Letizia Valsecchi, una nostra cara amica che ha saputo infondere il giusto tono sciamanico al pezzo e che già ci aveva accompagnato nelle date live dell’estate scorsa. Il ritornello in dialetto si appoggia già in Orione (l’intro del disco) sulla melodia del “Tantum Ergo”, canto religioso in latino. Storpiandone completamente le parole diventa una sorta di canto funebre iperbolico e grottesco. La Casa è una canzone che narra di un misterioso personaggio il quale viene fagocitato dal contesto in cui è nato, contesto che viene descritto come stretto e soffocante. Il ritornello allora attinge alla superstizione, alla nonna che canta durante la messa, e la mette in ridicolo. È l’errore del protagonista che desidera il mondo là fuori senza aver compreso fino in fondo la propria terra. Non fa altro che accusare le sue pareti, le persone che gli vivono attorno; si convince che altrove le cose funzionino diversamente e che esista un posto fatto su misura per lui. Lasciare la propria terra è una cosa legittima e affascinante, così come la ricerca di un mondo nuovo che ci soddisfi, ma spesso rischiamo di partire con lo zaino pieno degli stessi fraintendimenti e delle solite ingenue speranze che ci hanno cresciuto. È un invito a comprendere il nostro microcosmo prima di abbandonarlo, affinché la partenza sia un’affascinante ricerca e mai una fuga.
E per voi dunque il dialetto della Valtellina, in generale il dialetto di casa, che risorsa e che significato ha con se?
Il dialetto è ciò che rimane di un mondo antico, molto diverso dal nostro, fatto di persone che vivevano in simbiosi con la natura e che avevano molte parole per descrivere ciò che girava loro attorno e quasi nessuna per raccontare quello che avevano dentro. Questa povertà di termini gli conferisce il potere di costringere ogni discussione più aulica o astratta a scendere dal piedistallo e sporcarsi con l’esempio concreto. È una lingua meravigliosa fatta di spigoli e musicalità tutte sue, porta con sé termini intraducibili e una poesia tanto intrinseca quanto probabilmente involontaria.
Il VooDoo per voi cosa sta a rappresentare? E qui un rimando lo farei anche al titolo…
Il “Voodoo” rappresenta la spiritualità, l’affidarsi alle sensazioni senza voler necessariamente spiegarsi tutto. Spesso ridicolizziamo le tradizioni più vetuste o le superstizioni stesse senza soffermarci a indagare sulla loro ragione, senza comprendere davvero da dove nascono. Ricerchiamo continuamente qualcosa che rappresenti il mondo per come lo vediamo e spesso ci scordiamo di come la finzione e la metafora abbiano il potere di scavare molto più a fondo nelle nostre anime. Il titolo affianca il concetto di “Martian”, di cui ho già parlato nella prima domanda, a quello di “Voodoo” per esortare l’ascoltatore a compiere il proprio viaggio affidandosi a logica e a ragione ma continuando a prestare ascolto alla passione più primitiva e inspiegabile, che spesso senza girarci troppo attorno con fronzoli e discorsi, ci rivela ciò di cui abbiamo veramente bisogno.



