Ottodix: il nuovo disco indaga il cervello

La sua musica, il suo modo di fare new-wave, ha sempre indagato l’uomo e la sua natura, sociale, politica, astrale… chimica… i suoi dischi sono sempre stati potenti esplosivi contro la dormiente coscienza critica delle masse… il suo suono non si è mai fermato dentro vibrazioni d’aria ma ha invaso colorie e forme perché Alessandro Zannier, Ottodix, è anche e soprattutto un artista visivo che immagina e da forma a tutto quello che canta. Ed è il turno di nuovo disco uscito per Gelo Dischi dal titolo “Cerebro_Mundi”: lo definisce “politco.ambientale” un lavoro diretto artisticamente da Flavio Ferri che indaga il cervello e cosa lo muove nelle decisioni, indaga il planetario e va di scena la sua consueta visione del tutto. E il suoo dicevamo: questa volta spazia, danza, si sregola, si fa rock e orchestrale, si fa pop e progressivo… mutazioni genetiche e sociali, mutazioni che fanno bene al cuore. È sempre alto l’orizzonte che si tocca dentro i dischi di Ottodix…

Da tempo ormai canti come l’uomo è destinato ad una involuzione. Sembrano avverarsi tante visioni e romanzi futuristici del passato… dai replicanti delle ucronie di Dick. Eppure questo disco sembra tornare all’uomo… o sbaglio?
In realtà l’uomo è sempre stato al centro del mio lavoro, cambia solo la metafora generale del concept di turno. Sicuramente il precedente Arca era un’iperbole fantascientifica, ma i contenuti erano comunque estremamente “umani”: parlavano di migrazione, di solitudine, di rimpianto per le scelte sbagliate (collettive), di legame con la casa-Terra d’origine, di conservazione della memoria storica e di convivenza forzata tra popoli prima nemici e ora esuli assieme. “Cerebro_Mundi” lo è ancor di più perché invece di un’arca spaziale usa la metafora del cervello umano e la sua proiezione su vasta scala nel “cervello planetario” dell’habitat globale con cui dobbiamo fare i conti. In sintesi il messaggio è: – quello che sei nel singolo si replica nelle azioni collettive dei tuoi simili: migliora tu come singolo e migliora l’intero sciame umano, con ricadute su vasta scala positive anziché negative anche sull’ambiente -. La prova che questo funziona è paradossalmente il suo contrario, infatti la cultura dello spreco, della prevaricazione e sfruttamento di Paesi poveri, dell’incuria ambientale, della corsa al profitto, ha un’efficacia tangibile e negativa su clima, oceani, aria. Gli indicatori (tutti) e la matematica non mentono mai. Se si inverte il processo da vizioso a virtuoso dovrebbe funzionare, sempre che nel frattempo non si sia innescata la curva dell’escalation irreversibile. Quindi lavoriamo sul nostro cervello prima di tutto. A cominciare dalla cultura.

E restando sul tema richiamo alla mente anche le orchestrazioni… quelle di Nicola Manzan, le tante soluzioni che nel disco mi rimandano a scenari favolistici come dentro l’interludio “Habitat Mundi”. Favola e fantasia… che ingrediente è del disco?
È un ingrediente fondamentale per edulcorare la pillola amara dei contenuti cupi e inquietanti che ci sono sempre sottotraccia. E’ un album a tratti di un cinismo devastante, secondo me. In “Amigdala” e “Feniletilamina” sembriamo preda di reazioni chimiche e nulla più, abolendo l’illusione dell’amore e guardando in faccia la realtà del tornaconto. Anche in “Cosmopsiche”, che penso sia una delle mie canzoni più riuscite, descrivo la percezione della realtà dei 5 sensi come illusoria, a cominciare dal suono e dalla luce e dai colori. Senza i nostri sensi decodificatori di segnali, l’universo, la realtà, è buia, silenziosa e incolore come la morte. L’elettronica visionaria unita agli archi è sempre stata una mia ossessione e influenza fin dagli esordi di Bjork e di Goldfrapp. Amo arrangiare per archi e qui ho cercato a tratti un effetto music hall per alleggerire e rendere grottesche certe atmosfere. Canzoni come “Il ciclo dell’acqua” le ho costruite pensando di darle alla Filarmonica del Veneto con la quale ho preso contatti, ma poi per questioni logistiche e contrattuali i costi erano lievitati alle stelle. Ho così contattato Nicola Manzan, che notoriamente è un ottimo violinista, ma anche produttore, quindi aveva la capacità e l’attrezzatura per registrare traccia per traccia ogni linea d’arco che avevo costruito con i software. Il lavoro di sintesi da 40 a 8-10 tracce su spartito che hanno fatto Nicola e Loris Sovernigo (che mi accompagna da anni on stage) è stato davvero duro. Anche il mio editing dopo, a dire il vero, per consegnare a Flavio ferri (il produttore) una sessione fluida e dinamica. Alla fine ha dato un tocco da fiaba distopica in più al disco.

E l’intelligenza artificiale? In che modo, se lo ha fatto, è entrata nel disco?
Uno dei pezzi di punta dell’album è appunto “Artificio naturale”, che ragiona in modo equidistante su rischi e opportunità di questo strumento che sembra ci stia esplodendo in mano. Tendo a guardare questa risorsa come a un prodotto nato dal cervello e dell’inventiva dell’animale-uomo, volto a migliorare la propria esistenza, più che a un diabolico strumento di annientamento. Tuttavia in natura per le specie i tentativi possono funzionare o fallire. La natura se ne frega: se la diga per il castoro è efficace, è un frutto naturale e non artificiale dell’istinto di sopravvivenza di specie, se viceversa fallisce, la specie si estingue. Tutto sta a inventare cose utili al fine ultimo della sopravvivenza. I funghi sopravvivono da 3 miliardi di anni almeno, quindi in fatto di intelligenza ci battono su tutta la linea.

Il cervello umano: nel nuovo libro (postumo) di Fisher, si parte proprio dal concetto che ormai, la normalità prevede che il centro pensante non debba necessariamente avere vita e cervello. Cosa ne pensi?
Penso che in parte sia un discorso sensato. L’importanza della decisione del singolo è solo marginale e a tratti irrilevante, tuttavia la tendenza inconscia dei collettivi di una stessa specie ad agire in un certo modo, rivela una sorta di intelligenza diffusa che mette il collettivo in sintonia con le altre specie e l’habitat complessivo. In questo senso è la fisica stessa delle interrelazioni col proprio prossimo a riverberare sullo sciame come una tendenza statistica di movimento, più che frutto di intelligenza centrale che da un comando di agire. È forse il senso ultimo di questo concept. Il rispetto per il proprio vicino, del piccolo agire per creare un’onda lunga spontanea, frutto di matematica. Una questione di risonanza.

Ma alla fine del disco arriva la luce… l’uomo in fondo è indispensabile all’esistenza di tutte le cose? Come a dire: senza l’uomo che crea le cose, cosa andranno a gestire i robot? Fino a che non saranno loro a creare cose… sia chiaro…
La fine del disco, il brano “Cosmopsiche”, è una struggente domanda sulla realtà dell’universo e dell’armatura, al di là dei nostri 5 sensi. Senza di essi non esiste il concetto di colore, suono, durezza, morbidezza, sapore, odore. È terribile se ci pensi. La realtà è una cortina illusoria che crea il.nostro cervello per destreggiarsi tra materia, campi magnetici e onde. Tanto vale renderla un posto soave, pacifico e luminoso.

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