Trust the Mask – ITCH

C’è una differenza sostanziale tra criticare un sistema e riconoscere quanto quel sistema attraversi anche noi. “ITCH”, secondo album di Trust The Mask, parte da qui. Non cerca un altrove simbolico né costruisce un immaginario di fuga, resta dentro l’ingranaggio e ne osserva i movimenti, compresi quelli che continuiamo ad alimentare ogni giorno. Il titolo suggerisce uno stato permanente più che un’esplosione. Il disagio non arriva come uno strappo improvviso, cresce per accumulo. È un’irritazione che si sedimenta, diventa rumore di fondo e poi prende forma. La scrittura segue questa traiettoria, alterna ironia e distorsione, lavora per immagini e lascia tornare alcune frasi come pensieri ricorrenti.Il denaro assume i contorni di una religione secolare, il lavoro diventa misura del valore individuale, l’idea di sentirsi fuori dal sistema si rivela una comoda autoassoluzione. “We can’t eat gold” funziona proprio perché non cerca metafore elaborate. Riporta tutto a una dimensione fisica. L’oro resta sterile, l’accumulo non colma, l’aggiornamento continuo non emancipa ma alimenta dipendenza. In “Vultures”, realizzata con MAi MAi MAi (Toni Cutrone), il discorso si amplia e si fa più denso. La tensione assume una dimensione quasi rituale, come una celebrazione rovesciata del potere economico. Il brano non interrompe il percorso del disco, lo approfondisce e trasforma la riflessione in esperienza sonora immersiva. Anche sul piano musicale la coerenza è evidente. L’elettronica mantiene una pressione costante e non concede aperture rassicuranti. Il violino attraversa i brani con un timbro tagliente, mentre la voce espone le proprie fratture invece di nasconderle. Le parti più morbide non suonano come tregua, ma come passaggi necessari prima di una nuova tensione. “ITCH” non propone soluzioni e non costruisce una chiusura simbolica. Rimane in uno stato di frizione controllata e lascia emergere un’insofferenza diffusa che appartiene tanto all’individuo quanto al contesto che lo circonda. Più che un disco sulla rabbia, è un lavoro sulla consapevolezza. Quel prurito evocato dal titolo non indica soltanto disagio, segnala che qualcosa reagisce ancora. In quella reazione condivisa si intravede la possibilità di un movimento, prima ancora che di una risposta.

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