Interview – Riccardo Inge

Con “Il Tossico”, Riccardo Inge affronta una delle dinamiche più complesse e dolorose delle relazioni contemporanee: la dipendenza affettiva e la manipolazione emotiva. Il brano nasce da un’esperienza personale, ma si allarga rapidamente a una riflessione più ampia su schemi relazionali ricorrenti, spesso riconoscibili solo a posteriori.

In questa intervista, l’artista racconta il percorso che ha portato alla scrittura del pezzo, tra consapevolezza, confusione e autoanalisi. Ne emerge un racconto diretto e senza filtri, in cui la dimensione personale diventa il punto di partenza per interrogarsi non solo sull’altro, ma anche sul proprio ruolo dentro dinamiche emotive complesse e spesso ambigue.

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Il tuo nuovo singolo “Il tossico” affronta un tema di manipolazione emotiva e dipendenza affettiva: da dove nasce l’esigenza di raccontare una dinamica così specifica e dolorosa?
Nasce da esperienza personale, ma anche da un percorso di approfondimento che ho fatto dopo.
Quando inizi a informarti davvero su certe dinamiche psicologiche, ti accorgi che non sono casi isolati: sono pattern che si ripetono.
Segnali che spesso ci sono fin dall’inizio, ma che scegliamo di ignorare o di giustificare.
Il concetto di narcisismo, nelle sue diverse forme, è stato uno dei punti di partenza. Non per etichettare qualcuno, ma per capire cosa stavo vivendo e dargli un nome.

Nel brano sembra esserci un continuo oscillare tra lucidità e confusione, come se chi parla stesse cercando di rimettere insieme i pezzi: hai scritto partendo da un’esperienza personale o da una riflessione più generale sulle relazioni?
È personale.
Negli ultimi anni ho vissuto cambiamenti forti, anche causati da mie scelte. Dentro questo periodo mi sono ritrovato in una relazione che mi ha completamente destabilizzato.
La cosa più strana è stata perdere lucidità: sapere, da una parte, che qualcosa non andava, e dall’altra non riuscire a uscirne.
Quel senso di disorientamento è il cuore del pezzo. Non è costruito, è esattamente quello che ho provato. La voglia di libertà per riprendere in mano la propria vita.

Quali sono le influenze musicali che ti hanno portato a questo pezzo? C’è qualcosa che, ascoltandolo, non riusciremmo mai a immaginare?
La vera novità è stata aprire il processo ad altre persone. Ho lavorato con Tommaso Cesana, Mirko Stella e Andrea Castelli, cosa che per me non era scontata.
Sono sempre stato molto verticale sul mio modo di scrivere e produrre, insieme a Heysimo.
Qui invece ho lasciato entrare contaminazioni. La strofa nasce da una metrica diversa dal mio solito, quasi spiazzante.
Il ritornello, invece, è arrivato in modo molto naturale, di quelli che capisci subito che sono il centro del brano.

Musicalmente il pezzo ha un approccio molto diretto e asciutto: quanto conta per te che la forma sonora resti fedele all’impatto emotivo del testo?
È fondamentale.
Ogni elemento deve avere un senso: parole, suoni, scelte visive. Non mi interessa aggiungere cose per riempire.
Penso al brano come a un insieme di parti che funzionano solo se stanno insieme. Singolarmente possono anche sembrare semplici, ma è nell’incastro che prende forma tutto.

“Il tossico” mette in scena una forma di dipendenza che non è solo romantica ma anche psicologica: pensi che oggi sia più difficile riconoscere questi meccanismi nelle relazioni?
Riconoscerla forse è più facile, perché se ne parla di più.
Il problema è uscirne.
La parte complicata è che puoi anche vedere chiaramente che qualcosa ti fa male, ma non riuscire comunque a staccarti.
Non è solo una questione razionale. È emotiva, quasi fisica. E richiede tempo, consapevolezza, e spesso anche sbagliare più volte prima di riuscirci davvero.

Rispetto ai tuoi lavori precedenti, senti che questo brano segni un passo diverso nella tua scrittura, magari più crudo o più esposto?
Sì, è un’evoluzione naturale dopo Distruggere tutto.
Sto andando verso un linguaggio più diretto, meno filtrato.
Mi interessa essere più specifico, più concreto.
L’obiettivo è arrivare a immagini che non restino solo parole, ma che uno possa quasi vedere, come se il pezzo fosse una scena.

Quale domanda avrei assolutamente dovuto farti e invece non ti ho fatto? Quale invece la risposta?
Forse: “Hai paura di essere stato anche tu ‘il tossico’ in questa storia?”
La risposta è sì.
Ed è stata la parte più scomoda da accettare. Perché è facile raccontarsi come quello che subisce. Molto meno guardarsi e chiedersi dove hai contribuito a creare quella dinamica.
Il brano nasce anche da lì. Non da una verità assoluta, ma da un dubbio.

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