Roccia Ruvida: Daniel Dagrezio

Ma nella cambusa di milioni di dischi che ogni giorno affollano i solchi del pop italiano, ma cosa ce ne facciamo di un altro disco ancora? In tal stile intendo…? Beh peraltro qui siamo di fronte a ben 17 tracce signori mie… e non poche volte, anzi direi sempre, i brani iniziano con la voce narrante del nostro che ci dice cosa sta accadendo in questo magistrale e pomposo concept album dedicato alla rinascita dopo un amore che lascia tutti annegati (scusa la bieca sintesi). Eppure… il lavoro di Daniel Dagrezio sembra avere moltissimo senso. Non saprei bene se è uno di quei dischi che vorrei comprare, ma di certo è uno di quei dischi che non si perde dentro stupide scelte di stile. Forse davvero troppo lungo… ma forse non poteva aversi altrimenti, visto il massiccio peso umano che c’è.

In un tempo denso di distrazione… trovi davvero un pubblico che resta attento su un disco così denso e poco dinamico (parlati)?
Sì. E proprio come l’hai chiamato tu, non è “il pubblico”, ma è un pubblico. E va benissimo così.
Non ho fatto questo disco per accompagnare la gente mentre scrolla. L’ho fatto per chi, ogni tanto, vuole un’esperienza intera. È come dire: “nel tempo dei reel, esiste ancora chi guarda un film?” Sì. Non tutti, ma chi lo fa, lo fa davvero. Io ho scelto di parlare a quel tipo di attenzione lì: non la pretendo, ma so che esiste. Riguardo ai parlati, non li ho mai trovati riempitivi. Anzi sono coordinate emotive. Non rallentano il disco, ma dicono all’ascoltatore “entra qui, in questa stanza e in questi sentimenti”, così quando parte la canzone non ti ci perdi. È una scelta precisa, voluta.

Nel tempo delle macchine intelligenti… un pop orchestrale così ‘antico’ e pieno di cliché: che spazio pensi possa prendersi?
Io non lo vedo come “antico” o “moderno”: lo vedo come adatto o non adatto. Quando l’emozione ha bisogno di respiro, di scena, di ampiezza, l’orchestra è una lingua potentissima.
E oggi, paradossalmente, proprio perché puoi fare tutto, diventa più interessante scegliere cosa serve davvero a raccontare. Certi passaggi emotivi non li racconti con un hi-hat giusto, qualche preset e basta.
In questo disco l’orchestrale ha una funzione narrativa. Se una scena è da “colossal interiore”, le dai un suono da colossal! Si prende tutto lo spazio che serve 😀

Il futuro per te? Che suono ha? Sei ancora convinto che l’amore romantico interessi a qualcuno?
Il futuro, per me, ha un suono più libero. Non più “che genere devo essere”, ma “che cosa devo dire”.
E sull’amore romantico: sì, interessa. Solo che oggi la gente non ha più voglia di “zucchero”. Ha voglia di verità! Sono finiti i tempi in cui l’amore è una cartolina… oggi, sempre di più, anche sui social, sta diventando evidente quanto l’amore non sia affatto un argomento semplice. Se non nascondi che l’amore è anche “campo di battaglia”, fonte di paura e occasione di crescita, ri-appropriamento della propria identità… allora sì, interessa eccome! Io non sto cantando “vissero felici e contenti”. Sto cantando “guarda cosa succede quando qualcosa ti fa crollare e decidi di non scappare”.

Dopo tanto lavoro regaliamo tutto agli streaming. Gratis. Che contraddizione è? Tu come la vedi?
È una contraddizione però è anche la realtà del presente. Gli streaming sono un luogo di ascolto enorme, ma non sono pensati per premiare la fatica in modo proporzionato. Io la vedo così: lo streaming mi dà accesso, mi mette davanti a persone che altrimenti non mi incontrerebbero mai. E poi il valore vero lo costruisci con quello che succede dopo: relazione col pubblico, concerti, percorsi, connessioni.
Quindi sì, la contraddizione esiste. Ma onestamente non la vivo con amarezza. La vivo come un sistema da conoscere e usare (stando costantemente attento a non confondere “il click” con “il valore”).

Un disco così solenne e urgente… perché andare contro il flusso, usando però il pop? Manifesto di resistenza?
Sì, se vuoi chiamarlo manifesto, va bene. Io uso il pop come si usa una lingua comprensibile: voglio che entri, voglio che ti resti addosso, voglio che sia cantabile. Ma anche perché a me il pop piace! Però dentro ci metto anche roba che spesso il pop evita: durata, contraddizione, parlati, cambi di pelle, densità emotiva. È resistenza? Forse. Ma non “contro la massa”. È contro l’idea che per comunicare devi per forza “semplificarti”… come se il pubblico non potesse capire a meno che non gli dai qualcosa di “facile” e immediato. Per carità, viviamo nel tempo degli scroll e dei 5 secondi come soglia media di attenzione … credo fortemente che oggi la gente sia distratta, sì… ma non è stupida! E quando sente una cosa vera, ancora oggi qualcuno sente il desiderio di fermarsi. E lo fà.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *