Interview: Tribuna Ludu
Uscirà il 23 febbraio per l’etichetta fiorentina Fresh Yo! il nuovo album dei toscani Tribuna Ludu, dal titolo Le Furie e seguito dell’EP Fuoco! (sul Quartier Generale) pubblicato lo scorso anno sempre per la stessa etichetta. Abbiamo raggiunto Federico Fragasso, voce e chitarra del gruppo, via mail per saperne di più su questo disco, ispirato alla mitologia classica che promette scintille. Al termine dell’intervista, un video esclusivo che ci mostra il making of dell’album, registrato durante il periodo di registrazione del disco presso l’Orfanotrofio Studio di Lorenzana (PI) con il supporto tecnico di Edoardo Fracassi. Le foto di questo articolo sono di Claudia Cataldi
Indie-Roccia: da cosa scaturisce l’idea di dar vita ad un disco che oscilla tra personaggi mitologici e conflitti interiori? Semplice passione per gli argomenti o c’è qualcos’altro di fondo?
Al liceo ero un mezzo teppista minchione ed un giorno ho scassinato un armadietto che conteneva alcuni libri di testo, così per il gusto di farlo. Dentro c’era una copia dell’Orestea di Eschilo, che requisii all’istante e che conservo ancora oggi. L’attrazione verso quest’opera è cominciato così, quindi possiamo tranquillamente affermare che non tutto il male vien per nuocere. I grandi classici del teatro Greco mi hanno conquistato con naturalezza, dal momento che fin da bambino conoscevo ed amavo i miti Greci. Crescendo questa fascinazione è aumentata, perché mi sono reso conto che nei suddetti miti albergano le origini di quello che noi Europei siamo tutt’oggi, culturalmente parlando. All’Università seguivo un corso di Storia dell’Asia Orientale. Durante la prima lezione il professore utilizzò proprio l’esempio del mito per cercare di farci comprendere le differenze fondamentali tra il pensiero Europeo e quello Cinese. L’eroe Europeo – che poi sarebbe l’eroe Greco – è coraggioso ma istintivo, spesso irrazionale, umorale, sanguinario, sempre in prima linea. Solitamente muore giovane, e di morte violenta. L’eroe cinese al contrario è riflessivo, ponderato, pacato. La sua grandezza si basa sull’utilizzo di capacità intellettive. Non si sporca le mani, preferendo servirsi di sicari per eliminare i suoi nemici, e vive a lungo felice e contento. Il primo è un personaggio tormentato, il secondo è un personaggio risolto.
Insomma, il nostro retaggio culturale ci impone una certa attrazione per il caos, l’irrazionale, il Dionisiaco. Attrazione che cerchiamo di contenere, di ingabbiare con la ragione, senza mai riuscirci del tutto. Non a caso il ruolo della Tragedia Greca nel conflitto fra Apollineo e Dionisiaco è stato ampiamente trattato da un personaggio come Nietzsche, che per il caos nutriva un’attrazione piuttosto forte. E ancora, i miti Greci sono stati utilizzati dalla psicoanalisi come archetipi di varie manifestazioni dell’inconscio. Infatti si parla di “Complesso di Edipo”, “Complesso di Elettra” e via dicendo. Senza voler essere troppo didascalici (alla fine parliamo di musica “rock”, non di una tesi di dottorato), Le Furie è un tentativo di trattare un po’ tutti questi argomenti. Ovviamente, al momento del suo concepimento, le idee non erano organizzate in maniera così chiara. Queste è una razionalizzazione che può essere fatta solo a posteriori. Poi, esiste anche un elemento autoreferenziale nel lavoro, qualcosa che ha a che fare con dei conflitti interiori strettamente personali. Ma sinceramente spero che questo elemento non emerga troppo. Mi piacerebbe che i testi mantenessero un carattere universale, che ognuno potesse leggerci quello che sente. Sono sempre meno interessato alle confessioni a cuore aperto stile “da bambino ho sofferto tanto perché mio padre picchiava mia madre/mio nonno mi violentava, quindi ora sono un artista sensibile”. Il genere di cose che potrebbero scrivere gruppi come i Korn o i Pearl Jam, per intendersi.
La fase compositiva di “Le Furie”, quindi sia quella della composizione dei brani che quella della registrazione degli stessi, è stata segnata da qualche intoppo particolare o “meglio non poteva andare”?
Direi che in linea di massima meglio di così non poteva andare, sia in termini di scrittura che di registrazione. Abbiamo lavorato in maniera abbastanza spedita. Nel 2012 inoltrato abbiamo cominciato a lavorare sugli arrangiamenti, partendo da una serie di composizioni casalinghe lo-fi. Nell’estate 2013 abbiamo registrato un demo per renderci conto di cosa girava e cosa no. A inizio 2014 abbiamo fatto le prime incisioni ufficiali (Fuoco! e Un Galantuomo, che sono state pubblicate all’interno di un Ep lo scorso Settembre). Il grosso del disco lo abbiamo registrato in due fine settimana, a Giugno 2014. All’interno di un bilancio complessivo che si conferma nettamente positivo, ci sono stati giusto un paio di episodi in cui c’è preso il panico. In termini compositivi, l’unico brano che non riuscivamo a far quadrare era Alla Gogna. Esistevano una melodia vocale, un’idea di ritmo ed una struttura generale, ma l’arrangiamento proprio non ci convinceva. Stavamo provando a fare qualcosa di tribale e sospeso al tempo stesso, ma i risultati non erano soddisfacenti. Eravamo quasi rassegnati a lasciar perdere il brano, perché a pochi giorni dalla data fissata per le registrazioni non eravamo ancora riusciti a trovare una soluzione che ci convincesse. Poi Simone (Vassallo, batteria e percussioni) ha proposto di innalzare gli standard di violenza del brano, portando ad esempio una traccia dei Death Grips (mi pare fosse Takyon), gruppo che ci mette un po’ tutti d’accordo. E dunque, via il basso e dentro il sinth, ritmica più marcata, e da lì tutto è andato a posto. Al momento, paradossalmente, mi sembra uno dei brani più riusciti del disco.
In fase di registrazione invece abbiamo avuto un altro incidente di percorso. Avevamo ormai registrato tutto, e ci eravamo portati a casa il master per riascoltarlo, onde poter fare alcune considerazioni finali sul mixaggio. In base al budget preventivato, avremmo dovuto tornare in studio un ultimo giorno, dedicandoci alla chiusura del mix con la dovuta calma. Invece, riascoltando Architettura Ostile, io, Cristiano (Bianchi, basso, voce, sinth) e Simone ci siamo resi conto che le voci proprio non andavano. Erano poco effettive, mosce, ed anche un po’ stonate. Quindi, quando sono tornato in studio con Edoardo (Fracassi, tecnico del suono e produttore artistico), l’ho messo di fronte all’agghiacciante prospettiva di re-incidere completamente le tracce vocali del brano. Annunciazione funesta, perché avevamo davanti solo poche ore, che avremmo dovuto peraltro dedicare al mixaggio. Conta inoltre che Architettura Ostile ha qualcosa come sei/otto tracce vocali! Io poi mi ero messo in testa di farla super aggressiva, e quindi sono partito in quarta ad urlare senza un minimo di riscaldamento. Risultato: voce persa al secondo take. E lì ci sono stati dei momenti di panico non indifferenti. Per fortuna Edoardo è riuscito a mantenere il sangue freddo, consigliandomi di provare il pezzo su di un registro molto basso, in modo da non sforzare ulteriormente la voce. Ed è così che la canzone è finita su disco. Ancora una volta, una soluzione dettata da necessità ha finito per caratterizzare il brano al meglio. Infatti qui la traccia vocale vorrebbe replicare il botta e risposta fra protagonista e coro, formula tipica della tragedia Greca. Il registro basso credo che ben si adatti ad una dinamica di questo tipo.
Aggiungerei una postilla. Ovvero, farei rientrare nel bilancio positivo anche la fase successiva al disco. Subito dopo aver chiuso l’album, ci siamo trovati a vivere una separazione amichevole da Cristiano, con cui suonavamo da quasi dieci anni. Un evento che poteva dare adito ad una serie di tragiche conseguenze, e che invece si è risolto nel migliore dei modi. In tempi piuttosto brevi abbiamo infatti reclutato ufficialmente Francesco D’elia (aka Wassilij Kropotkin, violino/sinth/rumori/effettame) e Lorenzo Maffucci (basso, sinth), cominciando ad arrangiare con loro i brani del nuovo disco per la dimensione live. E devo dire che questo apporto di nuova linfa, di sensibilità musicali diverse ed in un certo senso “vergini” (non avendo i due preso parte al processo di registrazione), sta dando i suoi frutti. I brani, che avevano assunto una veste definitiva e pienamente convincente solo a seguito delle registrazioni in studio, stanno nuovamente cambiando forma. Sarebbe proprio il caso di registrare un Le Furie Live ora!
Voi venite dalla Toscana. Tante, come è noto, sono state e continuano ad essere le band di tale regione che si fanno portavoce degli anni d’oro della scena underground italiana. Quali sono i vostri punti di riferimento?
Mah, a livello toscano in realtà mi vengono in mente ben pochi esempi. Forse solo i primi Diaframma. Per quanto riguarda il connubio fra musica incazzata e lingua Italiana, il mio riferimento principe restano sicuramente i CCCP Fedeli alla Linea. Poi, portando la discussione ad un livello più generale, credo che aver vissuto l’adolescenza – notoriamente, il periodo in cui si è più ricettivi verso un certo tipo di musica – durante la seconda metà dei ’90 mi abbia necessariamente posto di fronte a determinati modelli. In quegli anni il rock alternativo Italiano godeva di ottima salute, le case discografiche facevano investimenti economici di una certa portata anche su realtà non facilissime. Tanto che poteva capitare di vedere i Marlene Kuntz (che all’epoca de Il Vile/Ho Ucciso Paranoia non erano mica uno scherzo, tiravano delle belle cinghiate nei denti!) dal vivo il pomeriggio su Rai Due, o i CSI al primo posto della classifica dei singoli in Italia. Comunque posso solo parlare a titolo strettamente personale. Ad esempio, so per certo che a Simone i Marlene Kuntz (anche quelli “belli” del tempo che fu) fanno ribrezzo.
Si tratta di band che noi, ascoltando, abbiamo la possibilità di riscontrare nel vostro target musicale o è “un amore platonico”?
L’influenza dei CCCP me l’hanno fatta notare talmente tante volte che al riguardo capitolo, e ti rispondo senza dubbio: “sì”. Per il resto, lascerei all’ascoltatore l’onere e l’onore di individuare eventuali altri riferimenti.
Quanto vi ha aiutato prendere parte a The Next Wave – Una Raccolta Sulla Nuova Scena Fiorentina? Dopo la pubblicazione del progetto, i Tribuna Ludu sono rimasti nella stessa posizione da cui partivano o hanno fatto dei passi avanti?
Ci ha aiutato molto, soprattutto in termini di fiducia in noi stessi. Considera che arrivavamo da una situazione molto particolare, perché ci eravamo sciolti a ridosso del primo disco, quindi nell’estate del 2009. A partire dal 2011 inoltrato avevamo ricominciato a suonare insieme, per una serie di fortuiti eventi che con la nostra volontà avevano ben poco a che fare. Ma ci eravamo limitati a sporadiche esibizioni dal vivo, suonando i vecchi brani. Dal momento che la rottura si era consumata sulla base di divergenze artistiche, io avevo molto timore nel proporre a Simone e Cristiano i nuovi demo su cui avevo lavorato nel frattempo. Quando ci hanno contattato per la compilation, hanno specificato che avrebbero preferito un brano inedito, e che il termine per la consegna sarebbe stato Aprile 2012. Questo ci ha spinti a riprendere in mano la situazione e ad evolverci. Fortunatamente gli altri hanno accolto i nuovi spunti con entusiasmo, quindi ci abbiamo lavorato su con grande piacere ed anche con grande naturalezza. Dopo aver registrato il demo di cui sopra – quello dell’estate 2013 – abbiamo cominciato a sondare il terreno, per capire chi poteva essere interessato a pubblicare qualcosa di nuovo. Da lì abbiamo cominciato ad intessere contatti con Fresh Yo! – considerato l’interesse che già provavamo nei confronti del loro lavoro, per molti versi atipico – per quello che inizialmente doveva essere un singolo, ma che alla fine è diventato un album vero e proprio. Simone Brillarelli ed Edoardo Fracassi – rispettivamente direttore artistico e responsabile tecnico di Fresh Yo! – sono prima di tutto amici, ci conosciamo da un sacco di tempo. Simone in quanto artista elettronico e parte della scena musicale fiorentina, fin da quando suonava nei mitici A Smile For Timbuctù. Io ed Edoardo, invece, abbiamo addirittura frequentato la stessa facoltà. Ci siamo conosciuti così, nei corridoi dell’Università, mentre aspettavamo di convalidare il risultato di un esame. Abbiamo cominciato a discutere di Buried Alive dei Venom. Non poteva che sfociare in amore, con queste premesse. Difatti, negli anni, abbiamo anche suonato assieme in un estemporaneo progetto elettronico denominato Ostpolitik.
Solitamente cosa vi spinge nel processo creativo? Ovvero, qual è la direttiva, e tematica e stilistica, che vi fa da guida?
In termini stilistici, mi sembra che le premesse siano fondamentalmente rimaste le stesse che hanno caratterizzato i nostri primi passi, nel lontano 2005. Ovvero, la volontà di produrre una musica violenta, catartica e liberatoria, una musica che ponesse grande attenzione alla componente del ritmo. Una cifra, questa della Catarsi, che ritorna – più o meno mascherata – anche in termini tematici. Specie in quest’ultimo disco, mi verrebbe da dire.
Pensate che il sistema musicale sia variato rispetto a qualche anno fa? Se si, moderatamente o in modo anomalo? Qual è il motivo, secondo voi, per cui accadono tali variazioni?
Avendo suonato insieme per un po’, essendoci poi sciolti, ed infine riformati, abbiamo avuto modo di osservare da vicino questa fase del “prima” e del “dopo”. Sì, mi sembra che le cose siano cambiate, e di molto. Per i gruppi “rock” di livello medio – in termini di notorietà – suonare è diventato sempre più difficile. Quando succede, lo si fa a dei cachet decisamente più bassi rispetto a qualche anno fa. Credo dipenda dal fatto che le nuove tecnologie hanno da un lato reso praticamente impossibile la commercializzazione di un certo tipo di musica, dall’altro abbassato drasticamente i costi e la difficoltà dell’home recording, aumentando di conseguenza l’offerta in maniera drastica. Offerta che, difatti, al momento supera la domanda di parecchio. Il risultato è che i locali preferiscono trincerarsi all’interno di recinti sicuri, puntando soprattutto sui grandi nomi. Mettici anche che ormai vengono preferiti gli artisti elettronici e i DJ, vuoi per i minori costi (si tratta in media di una/due persone, numeri che permettono di abbassare i cachet) vuoi per le minori difficoltà in termini di resa sonora. Banalmente, un artista elettronico rende, tutto sommato, abbastanza bene anche all’interno di un locale piccolo, al contrario di un gruppo “rock”, per cui controllare i volumi è molto più difficile. Ma del resto le cose stanno così, dunque toccherà attrezzarsi ed inventarsi percorsi alternativi.
Quanto giovano radio e televisione ad un giovane musicista che cerca di crescere professionalmente in una scala da una a dieci e perché?
Sulla radio non saprei darti una risposta. Certo, essere passati in radio – a rigor di logica – dovrebbe aiutare parecchio la tua musica in termini di diffusione. Ma non ho idea di quante persone ascoltino con assiduità la radio al giorno d’oggi. Io stesso lo faccio solo sporadicamente, in macchina o roba così, non ho il polso della situazione da questo punto di vista. Per quanto riguarda la televisione direi zero, se fai musica come la nostra. Quel percorso ha un senso solo se il tuo obbiettivo primario è arrivare alla notorietà, a prescindere dai modi e dai contenuti. In tal caso roba tipo X-Factor può anche funzionare.
In cosa differisce l’Italia, su questo piano, rispetto agli altri Paesi d’Europa?
Mah, altra domanda difficile. Ci si lamenta spesso del fatto che in Italia un certo tipo di sonorità venga regolarmente snobbato dai grandi mezzi di comunicazione. E ci si lamenta anche del fatto che , in linea di massima, la musica italiana venga snobbata a favore di quella estera. So che in Francia, ad esempio, il governo impone una determinata percentuale di ascolti nazionali, nel complesso della programmazione generale. Ma ti dirò, sono osservazioni che lasciano il tempo che trovano, secondo me. In generale mi sembra che i mezzi di comunicazione italiani prediligano musica poco interessante (dal mio punto di vista). Non ti parlo solo di Nek o della Pausini, ma anche di tanta musica definita “indie”. Ma lo stesso accade anche in altri paesi. Ad esempio, non è che in Inghilterra le cose vadano troppo meglio. Per quelli che sono i miei gusti, non è che gli Arctic Monkeys rivestano molto più interesse di – fai conto – gli Stato Sociale. Ma persino un gruppo “respingente” come i Father Murphy è arrivato negli anni a raggiungere un suo piccolo seguito. Quindi forse Dio® esiste.




