Interview: Plastic Made Sofa

I Plastic Made Sofa, rock band bergamasca, hanno rilasciato da pochi mesi il sophomore ‘Whining Drums’, che ci ha colpiti per sonorità sperimentali ma contemporaneamente freschezza ed immediatezza comunicativa. I 5 ragazzi sono in giro, in queste settimane, per la penisola in quella che è la prima parte del loro tour. Abbiamo incontrato Andrea Rota (cantante, autore e chitarra acustica) e Federico Laini (bassista ma anche produttore del disco) per una piacevole intervista: si parla approfonditamente di formazione, disco, viaggi, tour e musica italiana.

Indie-roccia.it – Ciao ragazzi, grazie per la vostra disponibilità. E’ sempre un piacere, devo dire, poter intervistare band italiane che mi piacciono perché ne scaturisce un arricchimento umano, ancor prima che musicale. Questa volta è addirittura motivo d’orgoglio dato che non solo siete della mia città, Bergamo, ma addirittura del mio stesso quartiere! Proprio da qui vorrei iniziare, il quartiere, che bene o male vi ha fatto conoscere anche tra di voi, e che nelle altre persone ha costituito sempre un sostegno particolarmente forte. Mi riassumete la vostra storia? Insomma, da quanto vi conoscete e da quanto suonate insieme, quali cambi di formazione ci sono stati e come questi aspetti hanno contribuito al vostro sviluppo artistico?

Andrea – Ciao Nicola, grazie a te. Ci conosciamo, noi due in particolare, da una vita, dalla scuola materna addirittura. La nostra esperienza musicale nasce proprio nel quartiere di Monterosso, al centro giovanile Mafalda dove abbiamo iniziato a suonare con i primi progettini musicali in seconda-terza media. Poi nel corso degli anni siamo passati attraverso varie esperienze e abbiamo avuto diverse band in comune con Mic (batterista) e Simo (chitarrista), mentre Mattia, che ora è il nostro percussionista e organista, era all’epoca nostro educatore, quindi è stato lui che in un certo senso ci ha inizializzato alla musica. E quindi sicuramente insomma la realtà di questo centro è stato il contesto in cui ci siamo conosciuti, siamo cresciuti, abbiamo iniziato; poi negli anni del liceo abbiamo avuto il primo progetto serio (Les Fleurs Du Mal) con il quale abbiamo anche girato abbastanza. Nel 2008 dopo due anni di pausa abbiamo fondato con questa formazione i Plastic Made Sofa.

Federico – Al punto che, riguardo al cambio di formazione, ci siamo detti che se avessimo dovuto aggiungere un quinto, l’unico quinto che poteva esserci doveva essere proprio lui (Mattia), anche per il ruolo che ha avuto nella nostra vita, di guida spirituale. E’ un po’ il nostro sciamano. Tant’è che tornato da un viaggio di diversi mesi in Sud America ha portato un’energia, una buena onda che poi si è in un certo senso trasmessa anche nel nostro ultimo lavoro.

Parliamo un poco del primo disco, poi ci concentriamo sul secondo, uscito giusto qualche mese fa. ‘Charlie’s Bondage Club’ ha costituito per voi il trampolino di lancio nel mondo della musica, con sonorità, se vogliamo, molto derivative e ispirati fondamentalmente alla scena indie-rock di inizio duemila e quella più brit anni ’90, sempre con un occhio di riguardo ai cari vecchi Beatles. Pensate di aver centrato i vostri obiettivi con quella release (ammesso che ne aveste) o arrivati a questo punto, se poteste, scegliereste un percorso differente? La domanda è riferita sia alle esperienze maturate, sia agli stili musicali.

F – Abbiamo composto le prime canzoni come Plastic Made Sofa in uno-due anni. In realtà quel disco non è stato scritto con un particolare concetto, ma le canzoni sono state create una alla volta. In sostanza è più una raccolta dei primi momenti, delle prime produzioni, è come se fosse un greatest hits dei primi anni. E’ un modo di scrivere molto genuino (“Quasi naif, se vuoi”, aggiunge Andrea). Quindi tornando indietro rifaremmo precisamente le stesse cose perché, sì, siamo ancora super soddisfatti di quel lavoro: come hai detto tu è stato il trampolino di lancio.

A – Infatti, come hai lasciato intendere se vuoi è un disco uscito un po’ in ritardo per lo stile che ha, però sinceramente trovo che in quel disco ci siano veramente tante canzoni che abbiano anche delle grosse potenzialità, le quali non sono state sfruttate fino in fondo. Era un disco difficile da far uscire in Italia, però penso ci siano dentro dei potenziali singoli che avrebbero anche potuto funzionare bene all’estero.

Chi vi conosce sicuramente ha sentito parlare del vostro tour in California. Ci raccontate come è andata e quali sono i ricordi più belli del vostro viaggio? E’ tanto diverso suonare negli States rispetto al panorama live italiano (anche facendo riferimento alle vostre ultime date nelle regioni del Sud)?

A – La sensazione è che negli Stati Uniti la musica live sia molto più sentita che in Italia, c’è proprio una cultura più forte dell’andare ad ascoltare un gruppo dal vivo e a sostenerlo. Per me è stata un’esperienza fighissima perché ci siamo ritrovati con la possibilità di affrontare questo viaggio, con il nostro produttore; in primis è stato bellissimo per noi come band affrontare quell’avventura insieme, siamo arrivati là come un gruppo sconosciuto, però abbiamo avuto modo di avere un’interazione diretta e genuina con il pubblico. Ci portiamo a casa tanti bei ricordi e tante belle serate.

F – Soprattutto il ricordo più bello che secondo me ci conserviamo è stato quel piccolo live in acustico che abbiamo improvvisato nel deserto del Moave. Siamo andati a cercare un’ambientazione suggestiva e abbiamo cercato di assorbirne le vibrazioni. Eravamo da soli, senza pubblico, solo noi con un nostro amico, Francesco, che ci ha seguito durante tutto il tour come reporter.

A – Infine parlando delle regioni del Sud: è la terza volta che andiamo in Sicilia a suonare. Lì sempre grande calore e cuore, che qui al Nord ci scordiamo. Situazioni magari anche piccole ma genuine e accoglienza sempre super.

Entriamo nel vivo, parlando di ‘Whining Drums’. Nella recensione ho dato una mia libera interpretazione: “qui, più dell’esperienza sembra essere la creatività il motore trainante. Così se si potrebbe pensare che questa manciata di pezzi intenda raccontarci di una storia vissuta ci si sbaglia, di grosso; i Plastic Made Sofa elaborano la rappresentazione di un sogno e di un viaggio immaginario nelle atmosfere primordiali di terre lontane”, interpretazione derivata dal fatto che essendo talmente variegate (proprio geograficamente parlando) le tinte del vostro disco forse si tratta proprio di un tentativo di fantasia, e non di un report. Confermatemi, o smentitemi: il tutto nasce da un reale viaggio in giro per il mondo o, magari, dalla voglia di intraprenderlo in futuro?

F – L’ispirazione del nostro disco nasce proprio dal desiderio di astrarsi dal reale e dalla vita di tutti i giorni, di raccontare di posti e di sensazioni che non solo non abbiamo vissuto, ma che nemmeno esistono. E’ completamente sognante. Rappresenta questa voglia di essere da un’altra parte, ma senza un dove preciso. In sintesi quindi il nostro è un viaggio che si può fare semplicemente da seduti, senza dover prendere un aereo.

Musicalmente si può dire che ne è uscito un album totalmente diverso dall’esordio, un album più incentrato su sound sperimentali, psichedelici, quasi etnici. Pensiamo al sitar, alle percussioni, anche solo alle voci effettate o al clap clap con le mani nell’intro di qualche pezzo. Come ci siete arrivati? Voglio dire, vittime anche voi della ventata post-Tame Impala di questi anni 10’s oppure il percorso è più intricato? Avete recuperato degli ascolti o scoperto nuove influenze?

F – Riagganciandomi al discorso di prima, proprio di lì viene la voglia di provare a sperimentare sonorità lontane, extraeuropee, che fanno riferimento alla world music ma che in realtà sono contaminazioni del nostro rock, per renderlo un rock che viene da un altro pianeta. Sicuramente di vero, di concreto c’è un po’ di ritmica del Sud America, Mattia ha messo quella punta di esotico ecco. Poi anche Andrea viaggia molto, in realtà diverse, ogni volta si porta a casa un nuovo strumento con il quale si cerca di arricchire il sound. Siamo vittime degli strumenti che porta lui a casa dai viaggi! Siamo vittime della noia, cazzo, volevamo sperimentare qualcosa di nuovo!

A – Si tratta di dare un vestito a canzoni che nascono sempre in modo genuino e questa volta sperimentando abbiamo trovato questo vestito. Sicuramente è un disco con più personalità, e ne siamo soddisfatti perché ce lo siamo fatti interamente noi. Per quanto riguarda lo stile, direi che, nonostante la produzione sia diversa dal precedente a livello di scrittura, le influenze non sono troppo diverse perché comunque ci sono tanti anni 60’s. Tante influenze anche da lì.

F – Infatti la nostra mamma magari in questo caso non sono più i Beatles, ma i Pink Floyd. Sicuramente non i Tame Impala. Più i Crocodiles che i Tame Impala.

Mi sentirei di dire però che c’è un forte collegamento, l’attitudine pop, ovvero quella capacità vostra di mantenere una certa “ascoltabilità” in ogni momento, di conservare sempre quella caratteristica di easy-listening che può far arrivare una ‘Lizards On A Wire’ alla quarta posizione della rock chart di MTV; dunque oltre a tenere una certa direzione artistica c’è sempre forte attenzione alla ‘canzone’, al singolo pezzo. Siete d’accordo?

A – Esatto, trovo che si sia mantenuta un’attitudine internazionale, al songwriting e per quanto il sound del disco sia psichedelico e quant’altro le canzoni sono fruibili anche da parte di un pubblico ampio, non è un disco di nicchia. In questo senso.

F – L’affinità tra il primo disco e il secondo c’è proprio perché a scrivere le canzoni è sempre Andrea. Sono scritte dalle stesse mani, con gli stessi pugni, con gli stessi riferimenti armonici. Quando si mette a scrivere e a cantare non si chiede mai “Cosa cazzo sto facendo?” proprio perché i pezzi, bene o male, nascono sempre con voce e chitarra acustica.

A – Sì, e proprio per l’attenzione alla canzone abbiamo discusso molto su quale dovesse essere il primo singolo. alla fine abbiamo optato per ‘Lizards On A Wire’ perché era il pezzo più rock, che si collegava forse meglio anche con il disco d’esordio. Ma tanto ora di singoli ne arriveranno altri!

Ridendo e scherzando ormai sono quattro o cinque anni che suonate, avete a che fare con locali o club, sia della zona, sia in generale della penisola, avete incontrato un sacco di band, avete insomma avuto a che fare con la scena indipendente italiana. Questa è una domanda che faccio sempre, chiedendo “Che band mi consigliate?”, a sto giro mi andrebbe di ribaltare la questione e quindi vi chiedo, un po’ provocatoriamente, quali sono le band che non vi piacciono e di cui non concepite il successo (e anche il senso!) e, infine, non i gruppi che amate ma i gruppi, o gli artisti, gli addetti ai lavori che vi amano e vi fanno suonare volentieri.

(Risate in soffofondo ed evidente disagio)

A – A me personalmente rimandendo più nell’ambito del mainstream mi sento di dare un giudizio negativo sulla scena hip-hop italiana, con la ripresa di questo genere prettamente americano, però rifatto nella nostra lingua spesso con pochi contenuti e con uno stile musicale che a me non arriva, a me non è mai piaciuto.

(Cerca di salvarsi in corner, gli facciamo notare che la domanda era riferita alle band indipendenti)

A – Mah guarda, se devo essere sincero non la conosco poi così bene la scena…

F – Qualcuno che ha fatto lo stronzo? Come si chiama quello che…? (Parlano in sottovoce e si ride) Scusa se dobbiamo cercare qualcuno che ha fatto lo stronzo dovremo pur trovare uno stronzo!

A – No dai ma la domanda era “A chi piacciamo?”

F – No! La prima domanda era “Chi ti fa cagare!”, tira fuori un nome che ti fa cagare Andre!

A – Eh non lo so, di robe forse un po’ più famose ti dico: ho avuto un periodo della mia vita in cui ascoltavo tutte queste cose cantate in italiano tipo Ministri, Le Luci Della Centrale Elettrica e dicevo “Ma che cazzo è?”, però in realtà forse era perché dovevo maturare un po’ sotto quel punto di vista. Perché comunque questi artisti hanno avuto la forza di fare singoli potenti, ora riascoltandoli mi accorgo che sono artisti rilevanti e tanto di cappello. Di roba che fa cagare in Italia, ripeto, ce n’è un sacco ma è quasi tutta nel mainstream. Insomma basta che ti ascolti una a caso delle canzoni che sono andate a Sanremo quest’anno (specifica di non aver ascoltato quella dei Perturbazione!). Mi hanno fatto cagare uno più dell’altro.

F – Diciamo che la maggior parte della merda che gira nel mainstream è fatta da persone che non sono autore, non sono compositore ma semplicemente interprete. Prendono testi scritti da autori, canzoni scritte da compositori e mettono tutto insieme insieme, con la colla, ad hoc per manifestazioni italiane tipiche della canzonetta che in molti casi si sono rivelate davvero mediocri (sia a livello di testo, sia a livello di arrangiamenti). Quindi se devo dire una cosa che mi fa cagare è la figura dell’interprete, perché secondo me la musica deve essere creata, fatta, e suonata dalla stessa cazzo di persona. Sennò non ha alcun senso. Parlo dei talent, non ci fanno cagare i talent? Dai, ci fanno cagare i talent! Un interprete non genera musica: se ci fossero solo interpreti non esisterebbe la musica. Gente masticata e risputata dai talent che poi, mollissima, rimasta sola, l’anno dopo sparisce. Ho sentito interviste raccapriccianti di gente che stava per andare a Sanremo perché aveva vinto un talent e non aveva idea di come funzionasse la musica. Come se chiedessero al ragazzino del centro giovanile le sue sensazioni. Lui risponderebbe “Sono emozionato, non capisco neanche perché sono qui!”. E infatti non lo sai perché sei lì! Non ne hai idea! E infatti una volta che farai la tua bella canzonetta e la suonerai, sarai di nuovo da solo, a meno che qualcuno non ti ripigli, ti tenga su con le stampelle, ti scriva le canzoni e ti butti di nuovo nella televisione, che è comunque un mezzo di comunicazione volatile.

Sono totalmente d’accordo, tornando a voi, a chi piacete quindi?

F – Bè il ragazzo dei Soulwax ha fatto tutto il DJ-set con la nostra maglietta perché era gasato e gli siamo proprio piaciuti. Poi da parte degli addetti ai lavori mi pare che il riscontro sia stato più che positivo, con diverse ottime recensioni in giro per il web o sulla carta stampata.

A – Io invece mi ricordo che quando suonammo, ad esempio, prima dei Ministri e si complimentarono parecchio con noi!

Io con le domande avrei finito. Vi lascio 5 righe per farvi pubblicità, dove suonerete? Dove vi dobbiamo seguire? Che cosa riserverà il futuro?

F – Seguiteci su Facebook e su plasticmadesofa.com

A – Nei prossimi mesi speriamo di fare molte date, a Marzo abbiamo fatto Bergamo, Milano, Piacenza, dobbiamo fare ancora Firenze, Teramo e tornare qui nella nostra città. Quest’estate ci troverete in tanti festival. Rimanendo al presente vi diciamo solo di andarvi ad ascoltare questo disco, che è un disco completamente indipendente ed autoprodotto. E per il futuro sicuramente inizieremo a lavorare ad un nuovo album, in cui probabilmente si manterrà questa vena psichadelica ma con un’impronta più rock.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *