Underdog: il collettivo ed il suo disco dei confronti
Penso che qui la forma sembra inseguire un cliché per poi (fortunatamente) perderlo di volta in volta. Penso poi che un ricamo jazzistico si innesti (anche e non solo) dentro volute liriche dai toni barocchi o comunque dentro colorazioni che non stavamo pensando di accostare in prima battuta. E di base le linee di basso, tra jazz e “urbanesimo distopico”, richiama quel lounge sperimentale di Manuel Volpe e dei suoi Rhabdomantic Orchestra: e qui cito “Mean”, seconda traccia del lato A di questo vinile che tanto mi richiama anche un Cohen più dedito alla French House che all’America della beat generation.

Il collettivo di Diego Pandiscia e Basia Wisniewska, gli Underdog, decidono di mettere insieme due delle principali formazioni di questi anni e far suonare un disco raccolto e ispirato da tutto questo tempo passato distante dalle scene discografiche tout court. Volo e plano sull’estetica, avendo tra le mani un lavoro arduo da confinare in poche battute: e questo lo dobbiamo alla sua assoluta capacità di celebrare la libertà di composizione e del sentire la musica nel suo insieme. Ecco: “Underdog Vs Underdog” è sicuramente un manifesto su cosa significa la musica d’insieme.
E se il disco si apre con acidissime distorsioni metalliche che (a seguirne l’istinto) verrebbe da pensare ad una evoluzione moderna di “Lobotomia” degli Area, il “jazz” entra a dettare legge e derive con voce e arrangiamenti di piano a frammentare l’accordatura… e la voce di Basia, assai francese nei modi, ci regala organze rinascimentali. Pandiscia fa il suo ingresso con una robotica e monotona statura della scrittura e della persona narrante. Tutto non torna già: perdersi è un attimo, ed è questo il vero grande pregio. Che dolcissime variazioni dentro “Mare Mostrum”, che tragiche letture della cronaca di mare, che evasione ed estraniamento nella voce di Basia e che antichissimi viaggi visionari nel dialogo di chitarra che sembra provenire da quella leggerezza italiana anni ’60.
Belli anche i contrasti di tempo tra voce e sezione ritmica di “Jungle Lemon Bomb”: Basia che qui gioca con le volute melodiche quasi a ricordami una Joni Mitchell alla “Blu” maniera… la quadratura composta di “Mirrors” è solo apparente: forse uno dei pochi momenti davvero “stabili” e “normali” per quanto dalla progressione che separa inciso, strumentale e strofe, il solo di piano (semplice quasi infantile che verrebbe da rifare) e la voce di Basia che sembra evocare fiabe ancestrali nei suoi piccoli vocalizzi, tutto mi resta tranne che un momento del disco che possa dirsi “normale”… e questo per non svelarvi il finale che, mi si conceda soltanto di dire, regala momenti stoner non predicibili a priori.
Restano pochi passaggi prima di arrivare alla fine del disco e di certo non voglio raccontare tutto: vi chiedo solo di porre attenzione alle irrazionali (s)connessioni di “Silent Ispect” o alla sospensione urbana ornata di soluzioni totalmente “casuali” (e le virgolette sono sempre dovute, non l’ho detto prima?!?) di “Come ogni estate” (unica traccia in italiano)… arriviamo alla fine dove regna “Cold Moon in Deep Water” anche ricco del video realizzato in intelligenza artificiale. Ecco: esiste qui il solo arrangiamento “pop” del disco con questo synth che segna una melodia assolutamente riconoscibile e figlia del nostro tempo. Direi che i nostri si possono anche permettere qualcosa di “ordinario” dopo aver avuto coraggio e capacità di sfornare un disco totalmente libero da etichette, cliché e forme “normali”.
“Underdog Vs Underdog” è semplicemente il mio personale manifesto politico sul quanto la musica debba essere vera, sovrana e celebrativa dell’istinto primigenio, di un bisogno, di una sola necessità. Il resto non conta… e qui si guardi la foto di copertina: elementi casuali, nel caos, ma armonici nella loro sconnessa apparenza. Tutto torna. Basta sentirlo. E questo gran ritorno degli Underdog sa farsi sentire…


