Paletti – Super

ETICHETTA: Woodworm Label/ distribuzione Audioglobe e Artist First

GENERE: synth-pop, cantautorale

PROTAGONISTI: Pietro Paletti (voce, chitarre, bassi, synth), con Matteo Cantaluppi (batterie, percussioni, tastiere, chitarre, programmazioni) e Simone Gelmini (batterie in Pazzo e Più su, percussioni).

SEGNI PARTICOLARI: Terzo album di inediti per il cantautore bresciano, che arriva dopo Ergo sum del 2012 e Qui e ora del 2015; si cambia ancora etichetta discografica e la virata verso l’elettronica, dopo i tentativi passati, si fa ora decisa. Oltre a questa impostazione musicale che sembra quasi fare a meno delle chitarre e di certi orpelli pop cantautorali, a contraddistinguere questo lavoro sono i diversi spunti tematici presenti: è Paletti stesso a definire Super come un album che vuole raccontare le mille sfaccettature della sua anima incoerente. Già la copertina ne è manifesto programmatico, se quel Socrates con il braccio alzato è stato al contempo calciatore e dottore, filosofo e alcolista, donnaiolo e padre di famiglia.

INGREDIENTI: “Contemporaneamente” sembra essere la parola attorno a cui ruota tutto Super: pulsioni, sentimenti e preoccupazioni di chi canta non si alternano ma convivono nei testi e nella narrazione complessiva; i suoni, dal canto loro, sono attuali, contemporanei appunto ma non certo posticci. Il risultato è un album coerente, che non si preoccupa di mettere tutto in bella copia ma preferisce arrivare dritto al punto, quasi che musica e parole siano uscite di getto dalla testa di chi le ha create. Paradossalmente, la coerenza di scrittura va in antitesi con l’assoluta mancanza di coerenza dei giovani adulti di oggi, e di Paletti in primis, che ci racconta come sia difficile la vita di tutti i giorni per chi cerca di dominare l’istinto – che ci farebbe spesso arrendere, mollare il colpo e rinunciare – e, nonostante ciò, vuol vivere la vita in tutte le sue contraddizioni.

DENSITÀ DI QUALITÀ: Paletti prova a raccontarci come sia duro vivere una vita che sia figa, che valga la pena vivere, affrontando problemi, gelosie, tradimenti, i momenti di noia, l’incedere degli anni e una nuova dimensione genitoriale. Troppo? Quel che conta è provarci e questo è un tentativo più che dignitoso di narrazione, che si fa ascoltare e riascoltare con assoluto piacere. È l’apertura con A che serve l’amore – forse il brano meglio riuscito di tutto l’album, quello con l’equilibrio più convincente tra qualità dei testi e sintonia con la musica – che ci fa capire subito come si svilupperà l’album, se mentre la musica elettronica ti spinge a ballare le tue orecchie sentono “A che serve l’amore se tutto poi scomparirà”. Un’amara presa di coscienza servita su un piatto d’argento.
La notte è giovane potrebbe diventare un manifesto programmatico di quei trentenni o poco più che non riescono a capire se tocca ancora muoversi di notte, per rimarcare una gioventù che vorrebbe essere infinita, o se è già accettabile dal sentir comune una vita da casalinghi, tanto il lavoro non c’è (o è troppo!) le preoccupazioni sono tante e non c’è nemmeno più un’adolescenza da festeggiare.
Tradimenti e gelosie passano attraverso il racconto di Lui, lei, l’altro, di Capelli blu e di Pazzo, mentre la consapevolezza che “la perfezione è solamente una voragine” ci viene raccontata tramite il bel ritmo di Più su.
Nonostante tutto ha le fattezze e l’impostazione di un brano “classico”, assolutamente radiofonico, senza perdere un briciolo di dignità, mentre Eneide è una bellissima ballata-lettera, una dedica da un padre ad un figlio (Enea è il nome del figlio di Pietro) ancora piccolo e così gravido di incerto futuro (“ora lo sai quanto è difficile per noi restare in equilibrio e poi chiamarlo vita“). Passa come un soffio Jimbo, mentre l’unico vero passo falso dell’album è la già sentita Chat ti amo, che sembra più un esercizio sul tema “parla dell’amore 2.0 e dei suoi mille stereotipi” che un tema realmente sentito. Chiude l’album Accidenti a te, che racconta cosa succede quando torna all’improvviso un vecchio amore e prova a smontare tutti gli equilibri costruiti con fatica e col tempo. Succede che si scopre che la nostalgia non basta per tornare indietro, e che è meglio andare avanti.

VELOCITÀ: la decisa virata verso il synth-pop si ripercuote sulla velocità dei brani che, come detto, hanno nel ritmo uno degli elementi distintivi.

IL TESTO: “Spesso non ti capirò / e magari imparerò più di quanto riuscirò a insegnarti / capovolto il mondo ormai / abbracciamoci che poi non c’è terra e non c’è più il mare / noi non esistiamo più / non nel mondo in cui tu sai / troppa luce e continuare a vedere vale tutta la fatica guarirà ogni ferita / quante volte inciamperemo insieme”, da Eneide.

LA DICHIARAZIONE: “È la mia prima terapia la scrittura, poi cerco di fare in modo che riguardi anche gli altri, perché se no non pubblicherei un disco: mi rendo conto che queste sensazioni non sono solo mie, è tutto facilmente condivisibile. Però il mio punto di vista è espresso in maniera chiara e soggettiva nelle mie canzoni. E proprio grazie ad esse io mi curo” – da un’intervista rilasciata a Rockit.

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