Narcadian – Ognuno di voi è un mio nemico

Non sempre il rumore coincide con il movimento. A volte è solo un modo per coprire qualcosa che resta immobile, bloccato, irrisolto. “Ognuno di voi è un mio nemico”, EP dei Narcadian, si apre con una dichiarazione che non ammette deviazioni: “Tutto è inutile”. Non è un titolo evocativo, è una presa di posizione. E da lì il disco non arretra mai. “Tutto è inutile” si muove su coordinate trip hop, lento e viscoso, come se ogni suono fosse trattenuto, incapace di liberarsi. Subito dopo, “Dio ti odia” cambia pelle: una traccia che richiama l’italo disco, ma continuamente disturbata da innesti alternative rock. Il disco prosegue senza mai cercare una vera evoluzione, ma insistendo su variazioni dello stesso stato. “Italia Sei” sposta lo sguardo verso l’esterno, ma lo fa con un distacco ormai saturo, in cui anche la critica sembra aver perso forza, diventando abitudine. In “Non ho più voglia di fare niente” tutto si contrae: la tensione si abbassa e si trasforma in una ninna nanna distorta, più vicina alla resa che alla consolazione. Con “Prendo, Consumo, Distruggo” l’energia torna a salire, ma in modo meccanico, quasi automatico: un incastro tra pulsioni elettroniche e attitudine più ruvida, che richiama certe derive tra Subsonica e CCCP, senza mai trasformarsi in vera liberazione. È movimento che resta intrappolato in sé stesso. La chiusura è affidata a “Atomi”, che raffredda definitivamente il quadro: lo sguardo si allontana, l’uomo viene ridotto a materia, a passaggio temporaneo, e ogni tensione si dissolve in una consapevolezza più ampia e impersonale. Più che raccontare una storia, “Ognuno di voi è un mio nemico” costruisce un ambiente. Un sistema chiuso, coerente, in cui ogni elemento insiste nella stessa direzione: non c’è apertura, non c’è spiraglio, solo una progressiva presa di coscienza che elimina qualsiasi illusione. Ed è proprio qui che il disco trova la sua forza e il suo limite. Perché se da un lato questa coerenza lo rende compatto e riconoscibile, dall’altro riduce quasi a zero lo spazio per il dubbio, per l’ambiguità, per una possibile deviazione. Non resta che stare dentro questa condizione, oppure rifiutarla.

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