I radical chic senza chic: Pier Adduce, Jim Mannez e Luca Barachetti
Quindici anni fa, il debutto de I Cani conteneva, tra le molte altre, una delle frasi destinate a rimanere iconica nel panorama indie italiano. Mi riferisco a “i radical chic senza radical” che, in pochissime parole, metteva a nudo una contraddizione che era già ben presente all’epoca e che poi sarebbe stata ancor più caratterizzante negli anni a venire, ovvero quella di chi vorrebbe proporsi come alternativo e fuori dagli schemi ma che, in realtà, non pensa ad altro che all’apparenza e al piacere alla gente.
Ancora oggi, troppi dischi sembrano tenere oltremodo in considerazione la necessità di dover essere apprezzati a tutti i costi e, di conseguenza, mettono in campo una proposta più che mai accondiscendente con chi dovrebbe ascoltarla. Di contro, si sta sempre più perdendo il gusto dello sfidare il pubblico, di far arrivare alle orecchie delle persone qualcosa di destabilizzante, che dev’essere ascoltato con attenzione e apertura mentale per essere apprezzato, o quantomeno capito. Questo non vale solo per i musicisti, ma anche per gli ascoltatori, che sembrano sempre meno interessati a raccogliere la sfida di cui sopra, e preferiscono proposte facili da apprezzare subito e, probabilmente, da dimenticare con altrettanta velocità.
Per questo ho deciso di raccogliere qui tre proposte che, invece, fanno della sfida a chi ascolta un punto fondamentale e che hanno tutto ciò che serve per essere accolte con favore da chi non si limita a un approccio superficiale. Ce ne vorrebbero di più di dischi così, e sarebbe ora che la gente dia meno attenzioni ai radical chic senza radical per darne di più a quelli senza chic.
PIER ADDUCE – I FUNAMBOLI (La Chute Dischi)
Nel suo secondo album solista, pubblicato nel 2024, il leader dei Guignol provava ad ampliare il proprio ventaglio sonoro e armonico, con un lavoro arioso e rotondo. Qui, invece, il Nostro cambia completamente approccio e vira verso, come dice lui stesso presentando il lavoro, “dissonanze acustiche (di legno, pelli e corde), scorribande elettriche e rumoristiche, organi psichedelici, percussioni e pulsazioni minimali.Un cortocircuito sonoro, tra ballate, blues ossessivi, stridori metropolitani, respiri mitteleuropei ed echi etnici”. Insomma, già da qui ci si può aspettare un ascolto tutt’altro che facile, e in effetti queste sono canzoni chiuse, dure, spigolose, che danno pochissimo spazio alla melodia e puntano decisamente di più sulle suggestioni atmosferiche date da un suono radicale ma anche molto evocativo. Adduce, ovviamente, non è mai stato un autore spiccatamente commerciale, ma qui va oltre, elevando l’asprezza e l’astringenza a vera e propria cifra stilistica. E non è che manchino i suoni, ma anche se spesso gli strumenti usati sono molti e gli arrangiamenti raccolgano insieme un numero non irrilevante di componenti, è proprio la sensazione tattile lasciata da questo ascolto a essere scostante e sfidante. Anche se la durata è apparentemente limitata (23 minuti), si arriva alla fine e ci si ritrova quasi grati nei confronti di Adduce per aver voluto lasciare da parte qualunque compromesso e aver pensato unicamente all’intensità emotiva e narrativa.
JIM MANNEZ – FOLK CAVERNA (Gastarecords)
A dirla tutta, in questo disco il suono è decisamente più accessibile rispetto agli altri due di cui parlo qui. Si tratta, infatti, di un folk spinto e ruvido alla Violent Femmes, non certo la band più oscura e sottovalutata del pianeta. È tutto il resto, però, a suonare destabilizzante e a richiedere un’attenzione totale per essere compreso e, eventualmente, apprezzato. Infatti, la forma dei brani si mantiene tra l’assoluta libertà e la mancanza di definizione anche negli episodi più lineari; il timbro vocale è ruvido e dissonante, totalmente rustico e per niente piacione; i testi sono più che mai personali e basati su flussi di coscienza a cui non frega niente di risultare organici e incasellati. Così, proponendo un suono facile da cogliere ma mescolato a questi altri elementi più particolari, Jim Mannez fa sì che l’ascolto risulti più straniante che mai e, almeno al primo passaggio, si rimane interdetti perché davvero non si è capito bene con cosa ci si è imbattuti. Ci vogliono altri ascolti per dipanare la matassa e immergersi in canzoni di un realismo davvero vivido, evocative come poche e di un’empatia rara. Con la giusta pazienza, sarà difficile fare a meno di questo disco per chi gli darà le possibilità che merita.
LUCA BARACHETTI – RILASCIO (Radura)
Questa è indubbiamente la proposta più estrema fra le tre che ho raccolto in questa pagina, visto che l’unico strumento (parola da intendersi nel senso più ampio del termine) suonato è la carriola preparata. Vi invito a leggere tutta la dettagliata presentazione contenuta nel bandcamp incorporato qui sopra e, da parte mia, vi dico che l’ascolto soddisfa più di quanto ci si potrebbe aspettare determinate esigenze che sono comunque presenti in chi ascolta musica con attenzione. Sto parlando, specificamente, delle dinamiche sonore, della profondità, delle sfumature, della cura dei dettagli, dell’interazione fra diverse componenti musicali. Il fatto che poi, qui, il termine musicali vada immaginato in una veste diversa, non muta la sostanza delle cose: Barachetti, in questa mezz’ora di suoni, riesce perfettamente a mettere in campo delle suggestioni decisamente intense date dal modo in cui si incrociano e si sovrappongono i timbri sonori derivanti dalle botte secche e isolate, dai colpetti più leggeri e con una frequenza di battuta più alta e dagli sfregamenti. Ovviamente, visto che questi gesti performativi, come li chiama l’autore, non vengono eseguiti simultaneamente, conta molto l’effetto degli echi e dei rimbombi, ma in ogni caso il suono è plastico e frastagliato come nelle migliori produzioni musicali più canoniche, quelle in cui non ci si limita ad accompagnare la voce in modo piatto, puntando, invece, a un sound vitale e stimolante. E di vitale e stimolante, qui, c’è moltissimo, anche senza melodie, anche senza accordi, anche senza la presenza di un ritmo come siamo abituati a intenderlo. Basta avere la mente sufficientemente aperta per saper cogliere gli aspetti di cui sopra e l’interesse si manterrà sempre alto per tutto l’ascolto.



