Dente – Canzoni per Metà

GENERE: Cantautorato

PROTAGONISTI: Giuseppe Peveri, in arte Dente, nella celebrazione del suo quarantennale come essere umano.

SEGNI PARTICOLARI: sesto album per il cantautore di Fidenza, che dopo aver ristampato, a dieci anni di distanza, l’introvabile esordio Anice in Bocca, ne ripropone una versione 2.0(16). Con le major la sua è stata una breve luna di miele, visto che dopo Almanacco del Giorno Prima, dato alle stampe per RCA, torna a un’etichetta indipendente, nello specifico la sua, mantenendo però la distribuzione Sony Music.

INGREDIENTI: questa scelta di fare da sé influenza il disco che invece di tenere conto dei gusti del pubblico e delle radio, si basa soltanto su ciò che piace, ed è sempre piaciuto, all’artista. Peveri ha dichiarato pubblicamente che proprio per queste ragioni “chi se ne intende” gli aveva consigliato di non pubblicare un prodotto del genere, insieme all’esordio il più autentico e personale nella carriera del fidentino. Carico di malinconia, stato d’animo preponderante sull’amara ironia e i soliti calembour, e con arrangiamenti da cameretta, questo disco è un grido di libertà di un artista che porta avanti con spavalderia la sua avventura. Scritto, suonato e arrangiato in prima persona, l’album è stato registrato e mixato da Andrea Appino (Zen Circus), ringraziato da Dente sul booklet per aver assecondato il suo delirio di onnipotenza.

DENSITÀ DI QUALITÀ: è un disco che celebra i quarant’anni dell’artista e il suo decennio di attività e forse proprio per questo è così ricco di autocitazioni. Nel brano di apertura Canzoncina, con testo liberamente saccheggiato da Sad Songs and Waltzers di Willie Nelson, sul finire del pezzo c’è spazio per un campionamento della sua Scanto di Sirene. Ne I Fatti Tuoi, brano che “muore” d’improvviso, viene citata La Battaglia delle Bande, mentre sul finale ci sono la filastrocca L’amore non è bello, traccia che riprende il titolo del suo album del 2009, e Senza Testo? 2.0, seconda versione di un brano strumentale presente nell’esordio. Ben undici tracce su venti sono inferiori ai due minuti, compreso il singolo anticipatore, Curriculum. Cinquantacinque secondi che mettono subito in chiaro cosa spetterà all’ascoltatore nei restanti 42 minuti. Nei testi parla più che altro di amore finito, mentre alcune invenzioni ritmiche lasciano con l’amaro in bocca perchè potrebbero essere sviluppate più lungamente. Ci si affeziona a una melodia, come a quella de L’ultima Preoccupazione (che è riposta nei genitali, per l’artista), ed ecco che si è già al pezzo successivo. Gli episodi con più riusciti sono quelli che maggiormente si avvicinano allo schema canzone classico: la sanremese Senza Stringerti e Noi e il Mattino sono le uniche che un dj potrebbe inserire nella sua trasmissione. La rinnovata impalcatura musicale, oltre alla solita chitarra acustica, comprende anche tastiere, batterie elettroniche e uno strumento giapponese vintage, l’Omnichord. Più che il coraggio di rischiare in questo disco si nota la sicurezza nei propri mezzi di un artista che ha un’ampia e adorante fan base, conquistata con merito negli anni, e che lo segue a prescindere dalle sue scelte. Il disco comunque è più che sufficiente, anche se la breve durata dei brani ne fa calare la longevità e a differenza dei suoi lavori precedenti resta meno in heavy rotation sui nostri supporti musicali, così da farci desiderare di ascoltare quanto prima l’altra metà di queste canzoni, o qualcosa di nuovo dello stesso artista. E se fosse stato proprio questo l’obiettivo?

VELOCITÀ: bassa, costante, da marcia.

IL TESTO: “Scrivo una canzoncina tutta per te, vera come le mie lacrime, ma non ti preoccupare non la sentirà nessuno, i cantautori non vendono più”, da Canzoncina.

LA DICHIARAZIONE: “Questo album raccoglie canzoni un po’ anomale, apparentemente non sviluppate, come se fossero state lasciate a metà appunto. Ma non sono canzoni incompiute, ritengo infatti che le canzoni sincere e ben fatte abbiano una loro dignità indipendentemente dal numero di strofe e ritornelli che contengono. Tutte quante queste canzoni, anche se non lo sapevano, erano destinate ad una sorte comune: questo album”, da un’intervista a Panorama.

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