Le scelte dello staff: Marco Zuccaccia

In questa selezione di album italiani usciti nell’ultimo anno, ho cercato di inserire sia dischi che si prefiggono come intento la pura distrazione e volubilità dell’ascoltatore, sia lavori più ricercati la cui ambizione è, forse, anche quella di essere anche un po’ un’opera d’arte da cui attingere cultura. Di certo non ho voluto fare una distinzione fra le due tipologie, riconoscendo a coloro che puntano sul puro svago la capacità di smuovere le masse e riuscire a fare il pienone nei club. Il Completamente Sold Out dei Thegiornalisti, divenuto poi anche tour, è maestro nell’annunciare e, nei fatti, realizzare quanto si prefigge. Tre Allegri Ragazzi Morti dopo aver accompagnato qualche anno fa Jovanotti in alcune date del suo tour, sono tornati con un album in studio. Inumani rappresenta la sintesi dell’impegno della band di Toffolo negli ultimi tre anni. Al tour seguito al disco, non ha partecipato per ovvi motivi Jovanotti pur se presente in un paio di tracce dell’album. Sono invece presenti sul palco con i TARM altri tre musicisti: Adriano Viterbini, Monique Mizrahi e Andrea Maglia, stabile collaboratore live. Va riconosciuto ai TARM il merito di aver offerto ai propri fan un live particolarmente nutrito di canzoni della band e di alto livello. Meriti che, in parte, fanno perdonare le scelte mainstream.

Cosmo, il progetto di Marco Jacopo Bianchi, è stato considerato con interesse ai suoi esordi, anche dai palati più fini. Il disco L’ultima festa rappresenta un cambiamento di rotta, una maturità che è giunta in maniera precoce e per questo da alcuni mal digerita. Ciò non toglie che Cosmo abbia avuto un successo di pubblico esponenziale a cui non si può certo restare indifferenti. Giorgieness il progetto che fa riferimento a Giorgie D’Eraclea ha conosciuto nel 2015 un discreto successo grazie a un paio di singoli e nel 2016 la consacrazione con l’album La Giusta Distanza uscito per Woodworm con distribuzione Audioglobe, etichetta particolarmente attenta ai nuovi talenti. Il live che i Giorgieness hanno presentato è stato uno dei più divertenti e convincenti del panorama indipendente.

Un gradito ritorno è stato quello dei Soviet Soviet. L’attesa è stata relativamente lunga, circa tre anni, il risultato è stato particolarmente gradito. Dopo Fate era difficile ripetersi con un genere che non è fra i più diffusi in questo momento nel nostro Paese. La band di Pesaro non si è certo fatta intimorire ed ha sfoderato gli artigli con questo lavoro molto ben confezionato. I Soviet Soviet rappresentano una di quelle rarità da preservare; con le numerose richieste di suonare oltralpe si dimostrano una band nata con connotazione internazionale. Acrobati di Daniele Silvestri è un gran bel disco sotto ogni punto di vista. Il tocco di Silvestri è avvertibile fin dai primi ascolti con il suo stile geniale e perfetto, difficile da imitare. L’album, particolarmente ricco, ben 18 canzoni, vanta numerose collaborazioni, fra cui ricordiamo quelle con Dellera e Diodato.

Birthh è il progetto che fa capo a Alice Bisi. Nei primi mesi del 2016 Birthh ha presentato l’album Born in the woods. Ricerca e sperimentazione, campionamento di suoni del quotidiano e insofferenza introspettiva. L’angoscia di cui si nutre questa musica è per il fatto che il dolore può trovarsi in luoghi eterogenei fra loro, dove i silenzi psicologici sono assordanti. Lavoro notevole, che sfiora la perfezione. Manuel Agnelli è gli Afterhours. Unico membro della band presente fin dagli esordi, nel 2015, a causa di alcune defezioni in seno alla band ha ricostruito un gruppo che poteva apparire smarrito. Troviamo in quest’ultimo lavoro targato Agnelli testi molto sentiti e brani come Se io fossi il giudice – probabilmente quello di maggior caratura – che dimostrano una sana vena creativa. Folfiri o Folfox è uscito in veste di doppio album, probabilmente, un lavoro di sintesi fatto per sottrazione avrebbe portato a un disco con meno canzoni, ma dalla consistenza maggiore.

Francesco Motta è stato per certi versi il vero mattatore dell’anno appena trascorso. La fine dei vent’anni, questo il nome del suo album d’esordio, ha l’effetto di un antidepressivo contro comportamenti folli e sconnessi, senza per questo rinunciare alla necessità di perdersi. Il ritmo avvolgente della prima traccia Del tempo che passa la felicità è gioioso e viscerale al tempo stesso. La supervisione di Riccardo Sinigallia, sia come produttore che con la funzione di co-autore di alcuni pezzi, è palpabile, senza per questo nulla togliere alle doti di Motta che nei live si conferma consumato animale da palco.

Ci sono alcuni musicisti che quando decidono di fare un disco lasciano l’ascoltatore spiazzato, entusiasta, ed euforico mentalmente. L’aveva fatto Iosonouncane, lo fanno oggi i Klimt 1918. Sono trascorsi otto anni da Just in Case We’ll Never Meet Again a questo Sentimentale/Jugend. La band non fa mistero delle proprie influenze Gothic rock, Darkwave e Post-punk di storici gruppi d’oltremanica e il loro disco appare solido e consistente nelle varie sfumature. Il singolo Comandante è encomiabile per bellezza e significati, come tutto l’album. La trama è complessa e offre riferimenti e omaggi colti, dove lasciandosi trascinare dalle atmosfere e dalle liriche si può trovare il non ritorno in una dimensione eterea. Disco solido, interessante e ben fatto.

1. Klimt 1918Sentimentale/Jugend
2. MottaLa Fine Dei Vent’Anni
3. AfterhoursFolfiri o Folfox
4. BirthhBorn in the woods
5. Daniele SilvestriAcrobati
6. Soviet Soviet – Endless
7. GiorgienessLa giusta distanza
8. CosmoL’ultima festa
9. Tre Allegri Ragazzi MortiInumani
10. ThegiornalistiCompletamente Sold Out

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