Wicked Expectation: parlando di “Inner Jungle”
Uscito per la Sideshape Recordings anche e soprattutto in formato vinile, questo nuovo Ep dei torinesi Wicked Expectation sa di ghiaccio e di terre nordiche ma sa anche di industria pesante dentro comprati periferici di grandi città. Non regna la luce quanto piuttosto un buio introspettivo. E questo anche molto dettato (da pregiudizio forse) dal titolo “Inner Jungle”: è un’immersione post-rock mi piacerebbe riassumere, dentro cui la ricerca – per il mio orecchio di matrice inglese o forse al più di Berlino e zone limitrofe – spinge la forma canzone a distruggere le consuete abitudini di forma. Insomma da un disco simile ci attendiamo di scoprire tantissima personale immersione, solipsistica e priva di mediazioni. E non ci siamo allontanati troppo…

Ve lo dico di pancia: ci sento una certa elettronica anni ’90 inglese… cosa mi dite?
Si e no, potremmo dire. Sicuramente è un ispirazione, ci piace la UK garage e penso che si senta in pezzi come Beat Around the Bush. Inoltre ci piace anche come lo stile dell’elettronica dei ’90 venga ripreso da gruppi moderni, come Bicep. Però le nostre ispirazioni non si fermano in UK, ci piace il modo di sperimentare tipico dell’elettronica nordeuropea ma anche le trame sonore e gli intrecci di chitarre dell’ambient e dello shoegaze di band come Boards of Canada e Mogwai.
La canzone smette di avere una forma concreta e tangibile… in questo preciso dettaglio, che tipo di ispirazione vi ha guidato?
Ti direi il nostro istinto, o quello che ci piacerebbe ascoltare se fossimo dalla parte del pubblico. A volte ci piace mescolare un po’ le carte con ritornelli che, a tutti gli effetti, non lo sono oppure bridge che sconfinano direttamente in un outro.
Siamo dentro la giungla di noi stessi. Un buco nero. Se ne esce o si deve evitare l’incontro e l’immersione?
Siamo dentro la giungle che a conti fatti, è un labirinto. La metafora della nostra mente noi l’abbiamo interpretata così. Che lo si voglia o meno l’incontro è necessario, per provare ad uscire e vedere la luce del sole. O delle stelle.
In “Ghostly Noise” ho come l’impressione che la ricerca di luce in questa giungla produca follia, romantica e artistica in un certo modo…
In questo brano c’è la ricerca di noi stessi, più che altro. Spesso ci si sente soli nonostante si viva in una grande città, circondati da migliaia di persone che ti camminano a fianco. Questa è una condizione che si deve imparare ad affrontare e che abbiamo provato a rendere viva nel video della canzone.
Da questa elettronica: suoni assai particolari che volete sottolineare?
Grazie mille per averlo sottolineato, ci piace la ricerca sonora e studiamo molto il sound sia per le registrazioni che per i live. Utilizzando trame sonore che si intrecciano tra loro risulta indispensabile che ognuna di esse occupi uno spazio di frequenze ben definito, per non sovrapporsi l’una con l’altra. Anche gli effetti, come delay e riverberi, fanno parte delle nostre scelte musicali e li studiamo sempre con cura ed attenzione. Una delle nostre particolarità è l’utilizzo della voce all’interno del mix e non al di sopra degli strumenti come in un mix più “pop”. Ci piace che la melodia della voce sia paragonabile a quella di una chitarra o di un synth.
In ultima istanza: come si sfugge (artisticamente parlando) dal nostro bel paese così ancorato a certe tradizioni?
Bella domanda. Non lo sappiamo. Noi ci proviamo grazie alla curiosità, alla ricerca, all’ascolto a cuore aperto. Purtroppo spesso si è troppo ancorati alle mode. Mi spiego meglio: noi abbiamo fatto la scelta artistica di cantare in inglese e stiamo attraversando un momento nel quale sembra che si possa fare solo musica cantata in italiano. È un peccato, se ci fosse più apertura all’ascolto in generale, si scoverebbero gemme nascoste all’interno del panorama underground che, per varie ragioni, non riescono a fare il salto di popolarità.



