Tristitropici: dove la lirica disegna paesaggi

Ce lo ricordiamo un disco come “Urna elettorale” dei The Crazy Crazy World of Mr. Rubik… ce lo ricordiamo un brano come “Sabele” che alle voci chiedeva linee melodiche e disegni di scena più che parole dal peso monolitico a formare concetti e trame narrative. Certo, nel caso del trio della Locomotiv, il suono aveva nature futuristiche e distopiche… qui con il nuovo disco dei Tristitropici la storia è ben diversa. Dentro “Traduzioni” ho l’impressione di sentire il mondo e con esso esoteriche vedute naturalistiche. Ho come l’impressione che l’incanto corale di voci che parlano mescolando lingue straniere (anche il latino all’occorrenza), siano come frattali poggiati con grazie su sezioni ritmiche monolitiche, puntuali e – queste si – segno di un futuro che arriva… “Traduzioni” è come se la canzone d’autore incontrasse un certo tipo di evasione energetica, di visioni “new age”…

Partiamo dalle grafiche: la copertina sembra tornare al passato,
mentre le vostre foto sembrano portarmi dentro scenari psichedelici…
non saprei come altro definirle. Come se fosse un altro mondo, sognante
appunto… a voi la palla...
Le copertine sono rielaborazioni grafiche di vecchie stampe, abbiamo cercato di trovare un contatto tra vecchio e nuovo, dare una nuova interpretazione, una nuova traduzione, appunto. Diciamo che consideriamo tutta la nostra produzione grafico-visiva come facente parte di uno stesso pattern, sono sicuramente presenti elementi legati al sogno, ma il sogno, dal canto suo, contiene elementi che fanno parte della realtà.

“Gioco” parla francese o sbaglio? Perché spesso perdo il filo delle
parole…
Oui, bien sûr.
A dire il vero c’è anche un po’ di inglese in mezzo.

E così anche “Disobbedienza”… tedesco immagino? Ma sempre tutto
mescolato all’italiano…
Disobbedienza ha l’inciso in latino e il resto del pezzo oscilla tra inglese e italiano. 
Imitiamo una sorta di esperienza legata al sogno in cui gli elementi, i personaggi, le cose della nostra vita ci si presentano mescolate, amalgamate in un impasto tutto sopra le righe.

E poi ci sono lunghi e intensi momenti di classicità come dentro
”Gioco”… sembra di tornare in un’Italia degli anni ’60…
Ma sì, perché no, poniamo a questo punto un trentenne Serge Gainsbourg aggirarsi per Roma con un bel cappello di paglia, venticinque sigarette in bocca, un bicchiere già vuoto, mettiamo tra aprile e maggio, non fa caldo ma lui è evidentemente sudato e stanco, stanchissimo, ma ciò nonostante continua a camminare, senza meta, nel frattempo parla, parla, parla…

E sempre le strutture delle vostre canzoni rompono le attese e i
cliché… proprio ad esempio “Gioco” pare un libero sviluppo post rock,
anche gotico volendo… come il finale di “Prossimità” che è un mondo
ancora a parte…
A un certo punto abbiamo deciso di fare canzoni, senza tuttavia farci influenzare troppo dalle canzoni. Ci sono riferimenti larghi, universali, che vengono da altrove, e da bravi esploratori siamo andati a scoprire.

E tanto spesso la sezione di drumming cerca di rompere le quadrature e
qui cito “Comportamento” che è il manifesto in questo…o anche in modo
meno evidente dentro “Molle Mare” in certi passaggi… che scelte
metriche avete fatto?
Cerchiamo di trattare ogni strumento come complementare all’altro, nel caso di comportamento è quasi come se il riff di chitarra e quello di batteria si completassero a vicenda ritmicamente ma in un certo senso anche melodicamente, ogni elemento sonoro è trattato in maniera equivalente, partendo da presupposti del tutto istintivi, non decidiamo cioè a monte i tempi o le metriche, ci vengono per così dire suggeriti dal pezzo stesso.

E sono “Traduzioni” di cosa nello specifico? Cosa state cercando di
riportare a voi?
Se ne va senza dirlo, le traduzioni sono più metaforiche che letterali, ma se volessimo descriverle potremmo dire che traduciamo impressioni interne verso un di fuori di tutti in maniera, se vogliamo, elegantemente espressionista.

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