Motueka: il post rock di “Pareidolia”
Tornano in Italia che è parte delle loro radici. Chiudono anche in italiano questo nuovo disco, “Pareidolia” uscito per la label abruzzese I Dischi del Minollo. E dentro il nuovo suono dei Motueka esiste quel sapore acido di un artigianato in bilico tra post-rock, psichedelia e metal. Il tutto senza vietarsi soluzioni pop (americane sempre) come dentro il singolo “Chained Monkey”. Bordi ruvidi, soluzioni estempronaee fatte di ricerca e di evasione dai cliché. Il tutto nel sapore distorto di colori scuri, metallici, di quel rock che vive a due passi da scenari gotici… eppure, tra cassa e timbrica vocale, ci sta bene il rimando a belle hit radiofoniche alla Nickelback…
In Italia spesso torniamo sul concetto di “suono-suonato”. Tante nuove produzioni, sia di emergenti che di progetti più vissuti, tornano a suonare più che affidarsi ad intelligenze artificiali. Accade questo anche dentro “Pareidolia”. Per voi il futuro che suono avrà?
Per noi il “suono-suonato” resta centrale: Pareidolia nasce in sala prove, da strumenti veri, respiri veri e anche dagli errori che decidiamo di tenere perché hanno vita dentro. La tecnologia è un alleato, non un sostituto: il futuro che immaginiamo è un incontro tra carne e silicio, dove l’elemento umano continua a restare al centro del processo creativo.
Se non erro, noto tanto classicismo dentro il mix e la pasta sonora che arreda il disco. Nella ricerca come avete lavorato sul suono e sulla vostra identità? Sembra abbiate più concentrato il tutto nel ricalcare certi stilemi assai noti… o sbaglio?
È vero che ci sono radici molto riconoscibili: veniamo da ascolti che vanno dal post-rock al noise, dall’alternative anni ’90 a certo classicismo wave. Più che “ricalcare” degli stilemi, abbiamo cercato di assorbirli e piegarli al nostro modo di scrivere, lavorando tanto sulle dinamiche e sull’intreccio tra chitarre e sezione ritmica per trovare una firma che fosse nostra.
Ve lo chiedo anche perché forse è una scelta legata anche al titolo che avete dato al disco. Riconoscere come familiari stimoli altri…
Assolutamente sì: “Pareidolia” parla proprio di questo meccanismo, del bisogno di riconoscere qualcosa di familiare anche dove in realtà c’è ambiguità o caos. Giochiamo con riferimenti sonori e stilistici che possono sembrare “familiari”, ma li usiamo per spostare leggermente la prospettiva e far emergere altro, a volte più disturbante, a volte più fragile.
E bella questa copertina. Sembra un volto che piange… a proposito di riconoscere come familiari cose esterne…
È un lavoro del nostro caro amico fotografo Loïc Warin, fantastico artista Urbex: ci ha colpito immediatamente questa porta di uno stabile abbandonato, sembrava già di per sé raccontare una storia. Ci piaceva l’idea di un’immagine che a prima vista rimanda a un volto, a qualcosa di profondamente emotivo, ma che in realtà è molto più astratta, proprio come la nostra musica lascia spazio perché ognuno ci veda il proprio volto, il proprio dolore, la propria crepa.
E in questo tempo digitale, la distorsione delle cose è un punto centrale del nostro quotidiano. Come vi rapportate a questo?
Nel suono cercate verità o comunque sposate la “distorsione” del normale?
Nel suono cerchiamo una verità emotiva, non documentaristica: non vogliamo riprodurre fedelmente una stanza, ma l’impatto di quello che succede dentro chi ascolta. La distorsione è uno strumento: la usiamo per esagerare, deformare, ribaltare le prospettive, soprattutto quando i temi sono scomodi o rischiano di essere normalizzati.
Sarete in Italia dal vivo quanto prima: cosa ci attende? Ci sono già le prime date?
Stiamo effettivamente lavorando per organizzare alcune date in Italia a fine marzo, come una sorta di mini tournée, con l’idea di tornare anche in seguito se se ne presenterà l’occasione. Siamo assolutamente aperti a proposte: chi sente vicino il nostro mondo e pensa che potremmo funzionare nel proprio contesto può mettersi in contatto con noi.

