Intervista – Bosco
Abbiamo intervistato Bosco in occasione dell’uscita di “Alogeno”. Alogeno è un “pezzo pop di merda”, è quella voglia di spensieratezza e semplicità dopo la sofferenza. Scritta in lockdown, la canzone vuole allontanare le emozioni negative accumulate dopo mesi di reclusione in una camera da letto illuminata da una piccola lampada alogena
Avresti mai pensato di costruire un tuo personale progetto musicale?
Ho iniziato a pensarci durante l’ultimo anno delle superiori, quando ho scritto la mia prima canone. Già da quel momento avevo capito che questo è quello che avrei voluto fare nella vita. Ora che lo sto portando avanti non potrei esserne più felice.
Qual è stata la motivazione che ti ha spinto a fare musica?
Ho sempre amato la musica grazie ai miei genitori, che fin da quando ero bambino me ne hanno fatta ascoltare moltissima. L’idea di fare musica però è iniziata per gioco: alle medie a fine anno veniva organizzato un concorso di canto a cui tutti potevano iscriversi e fare le selezioni. Io ho dovuto iscrivermi perché avevo perso una scommessa con un mio amico, ho partecipato e ho vinto il primo premio. Era la prima volta che cantavo davanti a così tanta gente, la prima volta che vincevo un premio e la prima volta che scoprivo qualcosa che mi piaceva davvero da morire: cantare.
Quale consiglio daresti a chi vuole fare il cantautore reduci comunque da una pandemia?
Se ci pensi tutto ciò che viviamo può essere una storia da raccontare. Io ho sempre cercato di valorizzare il mio vissuto mettendo i miei pensieri su un pezzo di carta, rimuginando molto sul mio passato (purtroppo direi, vorrei liberarmene per concentrarmi solo sul presente e sul futuro). Il consiglio che mi sento di dare è date alla felicità, alla tristezza e in generale a tutto ciò che provate il peso che merita, perché con le giuste parole la vostra storia può arrivare a molti.
Il tuo brano Alogeno nasce in lockdown, che significato ha questo brano?
Questo brano rappresenta il bisogno di sollievo e di spensieratezza dopo un periodo di sofferenza. Tutti abbiamo vissuto sulla nostra pelle il lockdow e sicuramente molta gente come me non l’ha passato nel migliore dei modi. Psicologicamente per me è stato devastante, non solo per il senso di solitudine ma anche perché non mi ha permesso di vedere delle persone importanti. Il significato della canzone è la mia costante lotta contro i pensieri negativi (che nel testo definisco “fight club”, citando uno dei miei film preferiti) che mi affiggevano durante quel periodo e che si sono poi protratti per molto tempo. Ho voluto che il pezzo avesse un sound allegro e incalzante capace di richiamare spensieratezza e leggerezza in contrapposizione al testo dal gusto più ansiogeno e profondo.
Che feedback hai avuto ad oggi dei tuoi pezzi?
Io sono un amante delle critiche, traggo molto di più da un parere negativo perché è quello che mi fa crescere e che mi stimola a lavorare sempre più a fondo sulle parole e sul mood dei miei pezzi. Ho ricevuto apprezzamenti in particolare sul mio tipo di scrittura, maturata anche grazie alla collaborazione con l’autore Stefano Paviani, che gioca con le immagini e con le metafore raccontando frammenti del mio vissuto in prima persona.




