Interview – Vincenzo Scarpulla
Ci sono canzoni che nascono per raccontare una storia e altre che sembrano scritte per lasciare una traccia nel tempo. “Figlio mio”, il nuovo singolo di Vincenzo Scarpulla, appartiene alla seconda categoria. Il brano è una lettera aperta che attraversa passato, presente e futuro, trasformando il rapporto tra padre e figlio in un racconto universale. In questa intervista Vincenzo Scarpulla si racconta ripercorrendo la nascita del brano, il significato della libertà in un rapporto familiare e il valore della musica quando diventa memoria emotiva.
“Figlio mio” sembra una conversazione sospesa nel tempo più che una semplice canzone. Quando hai capito che certe emozioni non potevano più restare private e dovevano trasformarsi in musica?
Quando ho capito che tenere certe cose dentro diventava più pesante che dirle. ‘Figlio mio’ è nata in un momento in cui le parole normali, quelle che usi tutti i giorni, non bastavano più. C’è un punto in cui guardi una persona e senti che se non lo metti in musica, quel pensiero rischia di perdersi.
Non è stato un calcolo, è stato un bisogno. Come quando devi parlare con qualcuno a voce bassa, anche se non c’è nessuno intorno. A quel punto ho capito che non poteva restare privata: doveva diventare una canzone, perché solo così poteva arrivare anche a chi non conosco.
Nel testo emerge una figura paterna che accompagna senza trattenere. Quanto è stato importante per te raccontare l’amore attraverso la fiducia e non attraverso la protezione assoluta?
Per me è stato fondamentale. L’idea di protezione assoluta è rassicurante, ma rischia di diventare una gabbia. L’amore vero, almeno per come lo sento io, è accompagnare senza trattenere. È dire ‘ci sono’ e allo stesso tempo lasciare spazio all’altro per essere se stesso.
Nel testo volevo che si sentisse questa tensione: la voglia di proteggere e la consapevolezza che la fiducia è l’unico modo per far crescere davvero qualcuno. Non è facile, ma è l’unica forma d’amore che non soffoca.
Hai mai avuto paura di esporti troppo emotivamente in un brano così personale?
Sì, la paura c’è stata. Quando scrivi qualcosa di così personale ti senti nudo, perché non puoi nasconderti dietro una metafora troppo lontana. Ma ho pensato che se avessi tolto quella parte vera, il brano avrebbe perso senso.
Alla fine, l’esposizione è proprio il punto: una canzone così funziona solo se rischi un po’ e lasci che arrivi com’è, senza filtri.
“Figlio mio” arriva dopo altri brani dedicati alla tua famiglia. Ti viene naturale scrivere partendo dagli affetti o ogni volta è un salto nel vuoto?
Parte sempre dagli affetti, perché è lì che sento le cose più vere da dire. Ma non è mai automatico. Ogni volta che ti siedi a scrivere di qualcuno che ami è come fare un salto nel vuoto: non sai se riuscirai a trovare le parole giuste, e hai paura di non rendergli giustizia.
Quindi sì, parto da quello che conosco meglio, ma ogni brano resta un rischio nuovo.
Sei tornato alla musica in età adulta dopo tanti anni lontano dalle scene. Credi che questo abbia in qualche modo influenzato la tua sensibilità nel raccontare la vita?
Sì, credo che l’assenza mi abbia cambiato il modo di guardare le cose. Quando stai lontano per anni, torni con uno sguardo diverso: noti i dettagli, dai più peso ai silenzi, alle cose semplici.
Tornare alla musica da adulto mi ha tolto l’urgenza di dimostrare qualcosa. Adesso scrivo solo quello che sento davvero, senza filtri. E forse proprio per questo riesco a raccontare la vita in modo più diretto.
Se tuo figlio tra vent’anni dovesse riascoltare questa canzone, cosa speri possa ritrovare dentro quelle parole?
Spero ritrovi la sensazione di non essere mai stato solo. Che anche se io non ci sarò più, in quelle parole ci sia la mia voce che gli ricorda che ci ho creduto, che l’ho accompagnato, e che ho avuto fiducia in lui.
In fondo una canzone così è un modo per restare un po’ presente, anche a distanza di anni.



