Interview – Taglialucci
Taglialucci, ovvero Tony T (d’ora in poi T), è il progetto solista di Claudio Calamita, musicista, chitarrista e produttore attivo nella scena indipendente italiana. Dopo gli Oneiros Way, fondato nel 2020 con la cantante Regina Ramos, T affronta una svolta stilistica dando vita ad un progetto personale che fonde canzone glitchata, ambienti cinematici, riferimenti letterari e spiritualità distorta. Attualmente si trova in studio presso Escape Music per registrare un nuovo EP di cui propone il primo singolo “CAPOFITTO” prodotto da Claudio Cupelli.
Ne abbiamo parlato insieme:
“Capofitto” è il primo passo verso un EP. Puoi anticiparci qualcosa sui brani che seguiranno?
Ciao Roccia, grazie per lo spazio, ti posso dire che sto lavorando ad un progetto con un immaginario preciso, che lasci musicalmente i miei riferimenti presenti sullo sfondo, ma cercando di ricollocarmi nella contemporaneità. Paradossalmente, ma fortunatamente sono ritornate in luce delle sonorità che si davano per derelitte, per cui il mio song-writing e il suono con cui sono cresciuto, è risultato per certi versi ancora attuale; quello che fa Kim Gordon in questi anni, ad esempio, mi affascina e mi piace incredibilmente, perché rielabora contamina, attualizza, lasciando il suo stile intatto e fresco. A 70 anni pochi hanno questa forza. Quanto a me, saranno brani in italiano, scrivo così, con un songwriting melodico urgente e con diverse contaminazioni, senza essere un cantautore, cosa che non mi riesce. Con Kupo ad Eskape stiamo lavorando molto per ottenere un suono vocale, che può essere la cifra del tutto.
Usi spesso ricordi o immagini cinematografiche nei tuoi pezzi? È una cifra stilistica tua?
Ho sempre aggiunto dei campionamenti di film, nei pezzi, già in Mandarini, in maniera un po’ naif, ma con l’idea di ricreare un immaginario non solo musicale. Anche in Mivar, il primo pezzo post-pop-rock-sovranista J avevo campionato uno zapping che si chiudeva con la voce di Magalli reverberata su un un finale post-rock… Magalli Gaze. Era certamente una contaminazione alto-basso nel loop della post-narrazione anni zero; con Oneiros Way, abbiamo messo a frutto con molta naturalezza la passione di entrambi per il cinema Tarkowskij, Cassevetes, Bertolucci, Bela Tarr, ma in chiave cinematica, più che didascalica. Questo perché la musica che abbiamo fatto è cinematica, nel senso che offre una “visione” sonora oltre che di ascolto. Regina ha un immaginario onirico potentissimo, “vede” e sente già la musica, la melodia e gli arrangiamenti, prima ancora di metterli a terra, non ha bisogno di citare il background in quello che è già nella sua ispirazione. Questo fa di lei un’artista nel senso più alto del termine.
In Capofitto, avevo questi lunghi campionamenti di Deserto Rosso (10 minuti) che ho deciso di utilizzare, perché volevo far parlare loro, sarà l’ultima volta che userò questa formula, perché in ultima analisi non è l’esercizio di stile che mi interessa, anche se l’ho sempre fatto in modo molto basso, non accademico.
Quando scrivi hai una routine o lasci che le idee arrivino per caso, come è successo con questo brano?
Ho sempre scritto prima il testo, nella mente, a cui associavo già una melodia, girovagavo nei centri commerciali senza meta, mi fischiettavo tutto, una parola stupida, un’immagine, una parola di un tizio che passava random, una specie di cut up, poi mi ricostruivo un arrangiamento e un riff di chitarra, con fatica perché non avevo esperienza, i mezzi pochi, gli ascolti erano molto sedimentati ma non così espansi, però rimettere in musica quelle migliaia di parole era facile, perché le canzoni erano già dentro quella roba li; negli ultimi anni, invece ho iniziato a lavorare prima sugli strumenti, sugli effetti, facendo delle jam, da cui ho estratto dei riff, dei passaggi, degli hook interessanti; per forza di cose i testi erano più incastrati, forse meno narrativi, ma anche meno criptici.
Capofitto è nata di getto su uno strumming di chitarra acustica, a cui ho associato una ritmica a singhiozzo anche piuttosto fastidiosa, ho fatto una lunga jam, poi l’ho strutturata con degli organi, un riff di synth, e degli inserti di Deserto rosso di 6 -7 minuti e si chiudeva a morire molto lo-fi; Il pezzo-ancora non pezzo, era molto lungo, Kupo ci ha visto i motivi dominanti, e mi ha proposto di estrarne i 2.32 essenziali, urgenti, il nucleo. Sfida accettata, risultato subito centrato. Tutto è venuto poi abbastanza immediato e fluido. Forse con l’EP faremo un remix con la versione integrale che si chiamava “musichette per i nostri longue bar che non apriremo” o qualcosa del genere J vedremo ah ah ah
Per Immersion, Regina aveva un brano dark-mood con un incedere veramente scuro, sembrava un grosso macigno che ti rotolava addosso, con una linea bassa semplice, acida e martellante in cui si apriva il cut-off in maniera ancora più ficcante; c’era poi un riff di chitarra con un suono freddo tombale, oltre al refrain iniziale già molto a fuoco. Boom! ho cercato di metterci qualcosa di caratterizzante e che potesse funzionare anche come contraltare melodico, e un testo claustrofobico, da immersione appunto; alcune parti le ho quasi improvvisate in studio soprattutto le chitarre gaze e noise che infatti risultano molto spontanee e aperte. Volevamo scrivere qualcosa sulla claustrofobia post-covid, che dopo i primi mesi di sbornia mediatica da pre-fine del mondo, ci stava pian piano dilaniando.
Orbs è un capitolo a parte, credo sia il disco più difficile e più magico a cui abbia lavorato: è una gemma nella quale Regina ha espresso una profondità lirica, melodica e compositiva fuori da qualsiasi schema; lì ho solo cercato di maneggiare il tutto con estrema delicatezza, chirurgica con vari tentativi di prove ed errori; ci siamo poi affidati a Cristiano Santini, che ha curato la produzione e ne ha fatto un gioiello siderale.
Come pensi sia cambiato il tuo modo di comporre nel corso degli anni?
Sicuramente cerco una maggiore immediatezza lirica, senza comprometterne la profondità; cerco di mantenere urgenza, non mi sono preoccupato mai troppo di capire se un brano è pop, shoegaze, dream… a me i “Bidoni” target – citando una mia amica, mi piacciono di più se sono pieni di birra; penso che la necessità artistica possa nascere e consolidarsi certamente nell’appartenenza di comunità, ma può anche rivelarsi come fuga, un passaggio al bosco, assumendosi il rischio, della fuoriuscita, della perdita.
Cosa vuoi che rimanga a chi ascolta “Capofitto” per la prima volta? Una melodia, un’immagine, un dubbio?
La melodia del refrain mi sembra che sia riuscita, in effetti ci sono degli “hook” che ascoltati a volume tirano parecchio verso un certo indie-rock oltreoceano, che è il mio territorio. Kupo ha avuto subito questa visione chiara, di farne un brano estremamente sintetico; il dubbio lo lascio sempre, non mi piace spiegare molto (non è vero), ma è un brano chiaramente focalizzato sulla difficoltà attuale nel vedersi, ho usato varie coniugazioni di questo verbo (visto, vediamo, vedremo), ognuna di esse con una precisa chiave, ma scegliendo l’universalità anche nell’uso dei pronomi: pitchando la mia voce esso può essere tranquillamente scomposto ricomposto, ribaltato a piacere. Volevo esplorare il tema della vista dell’altro, la difficoltà, la paura, di vedere l’altro, le sue fatiche, il suo film, e le sue aspettative proiettate, l’altro che può diventare un limite. Capofitto mi risulta universale, perché racconta dei rapporti tra le persone, invasi dalla tecnologia; i nostri microfilm vagano talmente solitari nel cosmo, che solo raramente c’è un momento di riallineamento, di congiuntura, di incontro, non fisico, perché la materia si porta con se le sue conseguenze; anche il ricordo è materiale nella forma della memoria… chissà dove ci si vede. C’è molta solitudine. Capofitto è un brano di solitudine, credo sia il brano più dark-nichilista che ho scritto.



