Interview: Stain
Lo scorso 17 aprile è uscito, per l’etichetta Mosho Dischi, Bruciati Dal Sole, l’album che ha segnato il passaggio alla lingua italiana per il quartetto barese Stain. In sole sette canzoni per ventun minuti totali, i quattro musicisti hanno saputo mettere una nutrita serie di spunti interessanti per come interpretare l’indie-pop in modo personale e dinamico. Ne ho parlato con piacere via Zoom con Francesco Lagioia.

Perdonami la domanda scontata, te la faranno tutti sicuramente, proverò a metterla giù in maniera un po’ meno scontata. Ovviamente parlo del passaggio dall’inglese all’italiano. Ho ascoltato quasi tutto il disco del 2023 e ho notato che queste canzoni nuove sono molto brillanti come tonalità, molto vivaci. Invece quelle del 2023 hanno sempre un po’ di velo, non sono proprio completamente positive, proprio come atmosfera, come suoni. Quindi se sei d’accordo ti voglio chiedere se nasce prima questa voglia di maggior vivacità e poi di conseguenza arriva la lingua italiana o il contrario?
Allora, prima di tutto non è affatto scontata, anche perché diciamo sicuramente l’inglese ci portava in un mondo diverso. Nel lavoro precedente c’era un po’ più di adolescenza e un po’ meno rassegnazione rispetto a questo lavoro. Ovviamente la crescita, che comprende anche il passaggio all’italiano, porta con sé un po’ più di rassegnazione e, allo stesso tempo, di leggerezza, cosa che magari nell’adolescenza con l’inglese non c’era. Tutto si può collegare a questo. Comunque è un ottimo spunto, sicuramente il sound è molto più vivace, e credo che sia dovuto soprattutto a questo.
Ho letto nei crediti del disco che le canzoni sono scritte da te e da un altro membro del gruppo e però sono composte insieme agli altri due, ma cosa significa? Che voi due mettete giù lo scheletro della canzone e poi il suono lo create tutte e quattro?
Sì, io e Nico, il batterista, in questo album abbiamo lavorato per mettere giù prima i testi, la melodia e poi tutti insieme con Dario e Miki, bassista e chitarrista, andavamo a comporre tutto il pezzo, quindi di base sì, tutte le canzoni del nuovo disco partono dalla scrittura di un testo, di una melodia che abbiamo fatto con Nico e poi tutta la parte strumentale veniva successivamente. In inglese era il processo inverso, perché in inglese si partiva dalla parte strumentale e poi la musicalità della lingua ti permetteva di andare dopo, ovviamente, a scriverci un testo, una melodia sopra, invece l’italiano ha capovolto i giochi e quindi siamo partiti dal testo e poi siamo andati alla parte strumentale.
A me in questo disco piace molto il fatto che non c’è solamente la linea melodica della voce, quella principale, ma ce n’è sempre anche una strumentale che le va un po’ attorno, si incrociano e quindi ti volevo chiedere come vengono fuori questi incroci tra linee melodiche, che per me è il tratto più interessante di quello che fate.
In realtà questa è una cosa che ci siamo un po’ portati dietro, abbiamo sempre cercato un modo divertente di far dialogare la voce e gli strumenti. Vanno di pari passo, a volte si contrappongono, a volte si incastrano in maniera quasi particolare. Da anni ormai cerchiamo di scrivere anche le parti melodiche in modo che non vadano sempre nella stessa direzione della strumentale, ma anzi, magari in parti molto più alte dal punto di vista dinamico, può essere anche che la voce sia sussurrata, quindi c’è anche questo contrasto a volte, quindi è frutto di un lavoro che abbiamo sempre fatto, insomma sono felice che un po’ arrivi questo.
Un’altra cosa che ho notato è che, rispetto al passato, c’è una maggior varietà come timbro vocale, soprattutto anche nella stessa canzone ci sono spesso due o tre modi di cantare diversi. Anche qui immagino che nasca tutto quando il suono è ben sviluppato.
Sì, sicuramente, è chiaro che ogni canzone ha diversi momenti, quindi è chiaro che la voce deve anche un po’ seguire il suono, un po’ seguire anche l’intenzione. Sicuramente c’è una variazione a livello di dinamica in tutti i pezzi, ma anche un’intenzione diversa, dipende anche dalle tematiche affrontate in alcuni brani, quindi sicuramente c’è questa varietà di parti vocali.
In generale comunque ho notato due personalità diverse, una più ariosa, più adatta per anche quasi delle riflessioni ad ampio spettro, e un’altra molto più spigolosa, frenetica. Ognuno di voi ha entrambe le personalità oppure è un incrocio di personalità vostre diverse?
Sicuramente anche questo contrasto in noi aleggia da sempre, il significato del nome stesso Stain, è un non avere identità, non avere mai qualcosa di preciso lungo cui andare, quindi è chiaro che partendo da degli immaginari poi si va a degli altri. In noi ci sono sempre state queste parti che si contrappongono.
Una cosa che ho notato è la brevità dei vostri dischi. Io penso che sia una scelta voluta, nel senso che il tipo di canzoni che alla fine hanno tante cose dentro ma in realtà sono anche concise, quindi comunque ci sta anche una concisione complessiva, cioè avrebbe poco senso forse mettere 15 canzoni. Non so se sei d’accordo o se invece ci sono altri motivi.
Sì, ci siamo sentiti di fare questi brani concisi che lasciassero questo messaggio, volevamo questa durata del nostro album, non volevamo che durasse di più. Anche in passato ci siamo sempre dati questi tempi, per esempio Kindergarten si divide in due EP, e anche se quest’ultimo non si può considerare un EP, ma è un album, comunque ci piace dare un messaggio conciso, lasciarlo su questi tempi. È una scelta, anche perché poi comunque la durata del disco non è direttamente proporzionale alla quantità di lavoro che c’è stato dietro, quindi ovviamente c’è stato tantissimo lavoro, molti brani sono stati eliminati, scartati, perché abbiamo comunque sperimentato tanto, però ovviamente ci siamo ritrovati con questi sette brani e per noi la durata era questa, non volevamo fare di più.
Infatti ti volevo appunto chiedere se avevate molte altre canzoni pronte che non avete messo, ma hai appena risposto, non so se mi vuoi dire qualcosa in generale su come sono queste altre canzoni, se per qualcuna ti è dispiaciuta particolarmente l’esclusione, se avete discusso o litigato per includerne uno invece di un’altra.
Diciamo che le scelte in questo processo si fanno con il produttore, con Francesco Piro, che comunque ha dato poi il sound all’album, e quindi è chiaro che è arrivato ad un certo punto, noi abbiamo presentato a lui dei pezzi, c’erano dei pezzi più compatibili con quello che era l’idea del nostro album, e altri meno, sicuramente ci sono dei pezzi che mi è dispiaciuto tantissimo aver escluso, però era anche vero che i primi pezzi erano tanto immaturi da quel punto di vista, poco lavorati, è stato giusto così. Magari un esperimento, un domani, potrebbe essere quello di riprendere quei pezzi, rielaborarli e vedere che cosa ne esce, ma per ora è giusto che siano stati scartati. Poi, ad esempio, uno dei singoli del nostro album, che è Cherosene, è stato l’ultimo pezzo che abbiamo composto, ed è stato un pezzo che abbiamo composto comunque anche con una certa maturità ed è stato registrato poi in una seconda fase del periodo di registrazione, anche perché c’è da dire che questo album è stato registrato alla casa al mare dei nonni del batterista di Niccolò, per due settimane ci siamo chiusi in questa villa e abbiamo registrato l’album, e qui ovviamente ora che mi sto ricordando c’era un pezzo di questa session che abbiamo scartato, perché poi ci siamo resi conto man mano che proprio non apparteneva a quello che stavano dicendo e che stavano iniziando a dire gli altri pezzi.
La mia canzone preferita è Siamo Animali, quindi ti volevo chiedere di dirmi tutto quello che vuoi su questa canzone.
Rifacendoci a quello che stavamo dicendo prima, si parte da una situazione intima, di questa relazione che sta finendo, quindi è molto personale la prima parte della canzone e poi si va a un messaggio complessivo. È un po’ un pezzo che vuole essere di qualcun altro, di chi l’ha scritto, perché ovviamente si parte da un periodo vissuto da colui che lo sta scrivendo, che lo sta cantando, però poi si va alla complessività, perché comunque ci sono delle sensazioni che un po’ appartengono a tutti. Qui c’è molta rassegnazione, come dicevamo prima, c’è la dinamica dentro un branco in cui ci si ritrova dopo la fine di una relazione: c’è chi sta da una parte, chi sta dall’altra, chi è cattivo di più, chi è cattivo di meno, chi ha ragione di più, chi ha ragione di meno, quindi è un po’ questa la dinamica. Poi si va a messaggi un po’ più forti: allontaniamo i diversi dai branchi, decidiamo chi è quel chi può avere figli, ne reprimiamo le voglie, quindi ci mettiamo nella posizione di giudicare chi è diverso, quando si è nel branco, quindi è un po’ quello. E poi c’è la parte finale del siamo animali, può essere una giustificazione, non vuole esserlo, ma alla fine è questo che siamo.

Trovo che la connessione tra la musica e la copertina del disco, tutto come è stato fatto graficamente, sia davvero perfetta, a parte essere bello proprio in generale, ma ha proprio una capacità di rappresentare quello che c’è dentro che davvero ho trovato raramente, quindi ti volevo chiedere com’è nata questa copertina e tutto quanto.
Dal punto di vista grafico, non è stata così diretta la cosa, nel senso che, con l’artista che ha sempre realizzato le nostre copertine e che si chiama Chiara SantAndrea, lei ha realizzato le copertine di Kindergarten e poi di Bruciati dal Sole, abbiamo sempre puntato a qualcosa di astratto, un collage, il disordine che un po’ ci rappresenta. In questo caso, avevamo inizialmente un’idea relativa al sogno lucido, tipo i sogni che fai quando hai la febbre, e siamo partiti un po’ da lì, e poi in realtà lei ha realizzato questo collage con i simboli di ogni canzone, quindi, nella copertina alla fine è venuto fuori un collage che racchiude un po’ il nostro mondo, quello che abbiamo voluto rappresentare con le nostre canzoni, e direi che la copertina è una delle cose che più esprime il senso dell’album, questo momento un po’ di disorientamento, un momento in cui non si sa dove si sta andando, è un momento in cui ci sono tante cose insieme che però ti creano un po’ una visione astratta di ciò che è stato, di ciò che sarà. Quindi, è questo il senso del tutto. Abbiamo comunque mantenuto sempre lo stile anche di Kindergarten, da un punto di vista grafico, creando un po’ un mondo più immaginario con l’arte di Chiara.
Dal vivo come viene il disco? Avete già provato, siete pronti per salire sui palchi?
Sì, sì, noi abbiamo fatto un release party del disco al MAT di Terlizzi, ed è stato molto bello. Diciamo, ci siamo vestiti da adulti, mentre in Kindergarten avevamo dei vestiti da un po’ colorati, riprendendo anche l’immaginario dell’asilo. Ci siamo vestiti con degli outfit da persone che sono cresciute, o forse era l’illusione di esserlo. Ed è stato molto bello. Comunque abbiamo visto che comunque è complesso riprodurre live ciò che è contenuto nel disco, perché nel disco c’è molta produzione, non è facile ricreare quel sound. Ci abbiamo, comunque, lavorato tantissimo e siamo inoltre lavorando ad un live in acustico, perché le canzoni si adattano tantissimo anche alla versione unplugged, e quindi credo che porteremo, speriamo il più possibile, anche questa versione di noi in acustico.
Qualche mese fa ho scoperto i Flowers for Boys, che se non sbaglio sono sempre di Bari, come voi. Quindi ti volevo chiedere com’è l’indie barese in questo momento: a giudicare dal fatto che in pochi mesi ho scoperto due gruppi che mi piacciono, deve essere in un ottimo momento. Però dimmi tu che ci vivi, com’è la situazione?
Per quanto ci riguarda, questo album non sarebbe mai esistito senza la nostra etichetta, che è la Mosho Dischi. Loro sono di Acquaviva, un paese vicino Bari, e stanno creando un circuito di band e di musica molto figo, molto molto bello, con musica che va dal post-punk all’indie, e credo che loro, oltre ad essere i nostri amici, siano delle persone che ci credono tanto nella musica emergente, nelle band che ci sono. E quindi i Flowers for Boys, come noi, fanno parte di Mosho Dischi, che ultimamente sta portando tanta bella musica a Bari, è una bella realtà che sicuramente si sta facendo notare sempre di più. Stanno anche organizzando dei bellissimi concerti, ad esempio, grazie a loro, lo scorso settembre sono venuti Il Teatro degli Orrori a suonare a Putignano e quest’anno verranno i Sì! Boom! Voilà! Insomma, oltre a investire su degli artisti emergenti, stanno portando anche artisti molto importanti a suonare dalle nostre parti.


