Interview – John Peaterson
Con “Pistola”, John Peaterson continua a definire un immaginario sempre più personale, sospeso tra malinconia, nostalgia e tensione emotiva. Il nuovo singolo utilizza la metafora dell’arma per raccontare il peso delle relazioni e delle parole, muovendosi su sonorità essenziali e intime che confermano l’evoluzione del progetto verso una scrittura sempre più riconoscibile. In questa intervista ci ha parlato della nascita del brano, delle influenze che hanno segnato il suo percorso e del mondo visivo che accompagna la sua musica.
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produzione di Andrea Cascini
In “Pistola” usi l’immagine di un’arma per parlare del peso delle parole: quando hai capito che il brano doveva muoversi su questa metafora così forte e diretta?
Le persone a cui vogliamo bene in modo profondo hanno la capacità di cambiarci la vita anche senza toccarci, a volte fanno bene e a volte fanno davvero male, come un colpo di pistola. Ricordo quella sensazione di quando, nel secondo caso, fanno male e, anche senza aver provato un proiettile sul mio corpo, penso che la sensazione sia quella di un dolore improvviso che non riusciamo a controllare.
Ho capito che il brano doveva muoversi in questa direzione da una parte perché un po’ tutte le cose che scrivo sono molto malinconiche e un po’ perché alla strumentale che ho scelto serviva un titolo che non passasse inosservato.
Quali sono le tue influenze musicali? C’è qualcosa che, ascoltandoti, non potremmo mai immaginare? Hai voglia di snocciolarci un po’ dei tuoi ascolti, presenti e passati?
Le mie vere influenze musicali recenti le ho avute principalmente con artisti come Frank Ocean, Travis Scott, James Blake, Sufjan Stevens e Tame Impala, che mi hanno permesso di capire che la musica non finiva solo con il fare qualche rima su un beat rap o trap.
Quando ero ragazzino invece uno dei miei preferiti era Salmo insieme ai Machete, che in qualche modo mi hanno fatto iniziare il mio percorso musicale.
Quello che cerco nella musica sono le emozioni nostalgiche e d’amore: per me sono le più potenti e, se mescolate a delle belle melodie vocali, formano un mix letale.
Negli ultimi singoli sembri sempre più in equilibrio tra un passato urban e una scrittura indie-pop più emotiva: senti di aver finalmente trovato una direzione precisa per il progetto John Peaterson?
Sì, sento che mi sto avvicinando molto a quello che ho in mente di fare, anche se il percorso per me è ancora molto lungo e con ancora molto studio da fare. Cerco di scrivere cose di me in cui gli altri si possono identificare.
Hai raccontato spesso di ascoltare molta musica internazionale: ci sono artisti o produzioni che hanno influenzato il sound essenziale e teso di “Pistola”?
No, in realtà non c’è stata molta ispirazione da altri pezzi o artisti: è nato spontaneamente nel giro di dieci minuti partendo dal ritornello. All’inizio era un ritornello in inglese che poi ho trasformato in italiano.
“Pistola” anticipa il tuo primo album: questo brano rappresenta bene il mood generale del disco oppure è solo una delle sue tante facce?
Diciamo che ci sono brani forti, come “Pistola”, e brani più leggeri, ma il mood generale è sempre lo stesso: molto nostalgico e d’amore. Sarà un progetto molto strutturato e soprattutto riconoscibile, sia come musicalità sia come progetto visivo.
Quale domanda avremmo assolutamente dovuto farti? Quale invece la risposta?
“Perché nel tuo progetto ti identifichi in un pupazzo?”
Non mi è mai piaciuto essere al centro dell’attenzione o mostrarmi tanto e penso che usare un pupazzo, creando animazioni in stop motion, mi permetta di fare cose diverse e visivamente strane, un po’ come me.
Al giorno d’oggi, dove non è più la musica che parla per l’artista ma è il personaggio che si crea, è giusto reinventarsi. Vedo tantissimi ragazzi che fanno musica e che usano l’IA per crearsi un immaginario visivo: alcune cose sono davvero belle, ma in generale mi sembra solo una scorciatoia.


