Interview: Hey! Elizabeth

Ritrovarsi per suonare insieme, fra amici, per il semplice gusto di dare sfogo ad una passione condivisa. Sostituire il calcetto settimanale con lo studio di registrazione e, alla fine, decidere di condensare la propria musica all’interno di qualcosa che resista al tempo, ad imperitura memoria, per evitare che la musica si propaghi fino a disperdersi durante i live. Gli Hey! Elizabeth suonano principalmente per puro edonismo. Fra trent’anni, riprendendo in mano Her Majesty, il loro primo album uscito da poco, potranno godere del sudore impiegato per registrarlo. Vendere non è un obiettivo a cui tendere, piacere men che meno. Il più classico dei “se qualcuno viene, mi fa piacere” quando la decisione di partire è già stata presa.

Uno di voi parlando a microfono spento ha definito questo vostro Her Majesty un disco “onesto”. Di che genere di onestà parliamo?
E’ un disco fatto senza volerlo e doverlo vendere. A parte Bano (Edoardo Dei, n.d.r), che, per varie vicissitudini della vita, è stato portato a fare il musicista di professione, il resto del gruppo ha un altro lavoro. Per quanto noi si possa tentare di fare musica in maniera professionale, non siamo professionisti e non campiamo di quello che facciamo musicalmente. Di conseguenza non abbiamo vincoli di nessun tipo. E’ un disco che non deve rincorrere nessuno e per questo è onesto. Lo abbiamo fatto perché siamo amici, suoniamo insieme da tanti anni. Avendo qualche soldo in più in tasca abbiamo deciso di fare una cosa vera, che rimanga. E’ onesto anche perché siamo andati alla ricerca di un linguaggio che fosse nostro. La vita ci ha portato a non fare i musicisti di professione così abbiamo deciso di non fare dischi seguendo ritmi alla moda ma semplicemente come ci piace.

Parleremo anche della musica che “vi piace” che, necessariamente, ricade dentro il disco. Prima però affronterei un’altra questione. Dal momento che vendere è il vostro ultimo problema, questo disco non gode di alcuna promozione. Anzi, direi che gli stessi Hey! Elizabeth sono scarsamente pubblicizzati fuori dalla cinta muraria di Pistoia. Perchè?
La questione può essere vista da angolazioni diverse. La prima risposta è la più semplice: cantiamo in inglese in un contesto nel quale negli ultimi tre anni assistiamo ad un prepotente revival della musica cantata in italiano. Non siamo bravi ad essere promozionali con noi stessi e con la nostra musica, non è roba per noi. Probabilmente è un discorso di tempo ma anche di età. Per avere una credibilità devi avere un impatto visivo immediato. Non abbiamo né la voglia né il tempo di bussare ai locali a mezzanotte con giacca e occhiali da sole per sembrare la classica band indie rock. Chi fa l’avvocato, chi ha una figliola, chi è ingegnere o imprenditore, il “vero” lavoro monopolizza il nostro tempo. Nonostante ciò, quando suoniamo siamo dei perfezionisti. Cerchiamo sempre di avere il cerchio quadrato. Nella musica, spesso e volentieri ci si barcamena e si punta ad ottenere un prodotto che ci soddisfi. Noi non apparteniamo a questa schiera e ciò si riflette anche nella promozione: al “fare tanto per fare” preferiamo il non fare. Non siamo, in sostanza, un gruppo che si butta.

Cominciamo ad entrarvi più sotto pelle parlando del vostro modo di suonare. Vi considerate un gruppo “democratico” significa che prendete tutte le decisioni per alzata di mano?
Nel gruppo quasi tutto viene discusso. Tutte le idee, anche già strutturate, sono buttate nel piatto e frullate da tutti e quattro. Non possiamo dire che ci sia uno che si occupa della scrittura dei pezzi, un altro che pensa solo alla musica. E’ un lavoro seriamente ad otto mani, senza alcuna vena retorica. Nella nostra musica non c’è una mente che sovrasta le altre così come uno strumento che predomina sull’altro.

Con questa formazione, suonate insieme da ormai quasi dieci anni pur essendo amici da trenta. Prima vi concentravate solo sui live, poi ad un certo punto siete spariti dalla circolazione. Cosa è successo?
Per tanti anni, accanto ai nostri pezzi, abbiamo fatto cover fino allo sfinimento, palestra e Vietnam da cui un musicista deve transitare. Facendo molte serate, qualcuno di noi riusciva anche a campare con i cachet dei locali. Innegabile che i live ci abbiano portato anche soddisfazioni. Fuori da Pistoia e dintorni, abbiamo suonato all’Alcatraz di Milano per l’Emergenza Festival e in Germania al Taubertal Open Air Festival. Di contro, avendo gradualmente quasi totalmente eliminato le cover dal repertorio live possedendo più pezzi nostri da suonare, la possibilità di trovare porte aperte nei locali per fare concerti si è ridotta sensibilmente. Cantiamo in inglese e questo purtroppo ci limita in un contesto provinciale. In più, facciamo un genere né mainstream né sufficientemente alternativo underground come potrebbe piacere alla maggior parte dei piccoli club che ci sono a Firenze o nelle zone limitrofe.

Avete abbandonato le cover ma anche mutato sensibilmente il vostro sound rispetto ai lavori d’esordio. In generale, Her Majesty è un disco che non strizza l’occhio a nessuno o vuole accaparrarsi una determinata fetta di pubblico. Da dove nasce questo cambiamento di suono?
Qualcuno di noi si era stufato di fare cover indie tutte le sere ma questi pezzi non sono comunque venuti fuori perché abbiamo deciso a tavolino di cambiare. Erano già lì senza pensare se il riff potesse essere pesante o il sound in linea o alla moda. Abbiamo fatto ciò che ci sembrava giusto fare in quel momento. E’ un disco che non è stato partorito nel giro di mesi ma abbiamo impiegato un anno e mezzo per realizzarlo. In quel periodo, chiudemmo con i live pensando solo a registrare. I suoni e la scrittura ricalcano proprio l’evoluzione delle nostre quattro personalità. Gli ultimi due anni sono stati ricchi di cambiamenti. Tutti noi abbiamo iniziato a lavorare e i problemi derivanti da ciò si sono rivisti quando siamo andati a comporre e suonare. Siamo passati da avere i classici “problemi” dei ragazzi ad avere le complicazioni delle persone adulte.

A questo punto, non possiamo più esimerci dal parlare del vostro ultimo album. Siete andati alla ricerca di un sound vostro però le influenze derivate dai vostri ascolti quotidiani non possono non ricadervi all’interno. Direi che tende a piacervi la musica inglese degli ultimi dieci anni, o sbaglio?
E’ innegabile che, musicalmente, siamo d’influenza british da quando abbiamo iniziato a suonare. Dal punto di vista uditivo, un po’ tutti abbiamo ascoltato l’hard rock anni 70 fino allo sfinimento tanto da non ascoltarlo più adesso. Qualcuno di noi aveva persino il poster dei Black Sabbath nella propria cameretta ed è facile riascoltare dentro al disco certe influenze. Dovessimo fare tre nomi diremmo Arctic Monkeys, Oasis e Black Sabbath. Poi, ovviamente, in “Her Majesty” ci sono pezzi che non c’entrano assolutamente nulla con questi gruppi. Se prendiamo “As the day begins”, ad esempio, è un pezzo che musicalmente è mcartneyano con la voce alla “Submarine” di Alex Turner…

Avete cominciato da soli a parlare delle tracce dell’album. As the day begins chiude l’album anche se, a mio giudizio, il punto massimo musicalmente parlando, si raggiunge con 1808. Si intuisce non sia un pezzo posto lì per caso, è così?
Non è assolutamente posizionata nel mezzo al disco per puro caso. E’ l’apice della storia che Her Majesty vuole raccontare.

Dunque si tratta di una sorta di concept album?
Più che un concept album, il disco racconta la storia di un personaggio immaginario che però è come se fosse diviso in quattro parti e ognuna di esse ricalcasse le nostre storie personali. E’ un personaggio prototipizzato, protagonista di una storia romanzata che narra periodi o eventi vissuti da tutti e quattro i componenti del gruppo.

Quindi già ab origine avevate deciso di far ruotare il vostro album intorno alle vicissitudini di questo personaggio?
Assolutamente no, è una sorta di concept album…alla rovescia! Venendo tutti noi, chi più chi meno, da un periodo comune a qualsiasi uomo che passa dall’avere dei sogni, delle aspirazioni a scoprire infine che la realtà è totalmente diversa, abbiamo riversato tutto ciò nei testi. Questo stato d’animo lo abbiamo scoperto contemporaneamente tutti e quattro nel periodo in cui registravamo l’album. Ci siamo accorti, scrivendo, che era come se stessimo narrando una storia tipo della post adolescenza che finisce. Il ragazzo si trasforma in un soggetto che diventa grande e trova delle questioni che mai avrebbe pensato di dover affrontare. Attenzione però, non è assolutamente un disco pessimistico. Anzi, nel finale si attua una sorta di resurrezione dove tutto si autogiustifica.

E questa storia, come detto, raggiunge il proprio apice in 1808?
Esattamente. E’ una storia che parte da terra, da una persona affranta dalla vita che si è ritrovata in terra e poi raggiunge un apice attraverso una serie di emozioni. Tutti hanno avuto o avranno una giornata come quella suonata e cantata in “1808”. E’ la deflagrazione della bomba che è iniziata con la presa di coscienza che non sta andando proprio tutto come uno pensava che sarebbe andata. E’ una canzone totalmente emozionale. E’ l’esatto momento in cui il personaggio che non si sente più un adolescente, comincia a pensare che la sua vita non sarà più la stessa e riscopre certe sensazioni che in realtà sono quelle che lo facevano star bene e lo facevano sentire vivo. Dal punto di vista musicale è invece il classico esempio di come nascono i nostri pezzi.

Ossia, avete un modus operandi ben preciso?
Non esattamente. Iniziamo spesso con qualcosa, sia anche una semplice idea partorita da un singolo, alla quale poi un altro ci attacca un proprio pezzo e così via. Mettiamo nel frigo un embrione da sviluppare in un momento successivo. “1808” nasce da un giro di accordi di una canzone di Morgan suonata a ripetizione. Tre accordi, niente di più. Però a quei tre accordi, ognuno di noi ha aggiunto qualcosa. Qualcuno cominciò a suonarci sopra e poi l’uno su l’altro e alla fine il tutto si è strutturato da se.

Succede così anche per i testi? E soprattutto, paradosso quasi aristotelico, per voi viene prima la musica o i testi?
Viene comunque prima la musica, questo è innegabile. La maggior parte dei testi provengono da uno spunto del singolo rifinito poi dalla zampino di tutti noi. In questo gruppo, non esiste la figura del “factotum”. E’ possibile trovare chi ha più prime pietre da posizionare ma poi tutti partecipano alla costruzione del pezzo. Buttiamo giù idee che spesso sono solo sensazioni e poi amalgamiamo il tutto. Altre volte, come il caso di “As the day begins” ci mettiamo a tavolino e ci chiediamo cosa vogliamo effettivamente raccontare.

Non vi è mai balenata in testa di scrivere testi in italiano, anche solo “per vedere l’effetto che fa”?
Vorremo scrivere in italiano, ci abbiamo provato ma quando andiamo a rileggere i testi ci sembrano delle banalità e soprattutto inadatti ai nostri “accordi inglesi” di sottofondo. Piano piano stiamo partorendo testi che più ci aggradano quindi nel prossimo disco proporremo anche qualcosa in italiano.

Siete dunque già proiettati nel futuro. La storia del personaggio proseguirà?
Impossibile. La storia del personaggio è finita, l’ultimo pezzo dell’album è un pezzo dolce ma che in realtà parla di un funerale. E’ però un funerale visto da un punto di vista diverso, quello del protagonista. E’ il personaggio stesso a raccontare quello che vede attorno al suo funerale e mentre fuori c’è tanta tristezza, in realtà lui prende coscienza di tutto quello che di buono ha fatto vedendo tutta la gente presente. Dentro di sé è una cosa dolce. Pur pensando che la propria vita non sia andata come volevi, alla fine vedi che al tuo funerale sono presenti tutte le persone amate o che ti hanno amato. Però continuiamo a scrivere. La nostra principale paura è quella di tornare nel turbinio della scrittura senza fare promozione. Come prima target abbiamo l’obiettivo dei live extraurbani per questo parteciperemo alle selezioni per l’Arezzo Wave Festival.

In Her Majesty si intravedono vari lati della vostra musica che sa essere dolce e aggressiva nel giro di un paio di tracce. Se vi dicessero di proporre un vostro pezzo per radio, quale lato di voi scegliereste?
Proporremmo As The Day begins, anche se a tutti noi piacerebbe che i possibili ascoltatori conoscessero “1808” pur non essendo un pezzo da radio. E’ una traccia di oltre sei minuti che ha bisogno di essere ascoltata per gustare pienamente la sua climax. Non è possibile dimezzarla per fare un radio edit. Se invece dovessimo scegliere un pezzo più aggressivo andremmo su “It’s not that hard”.

Qual è stato il momento più difficile durante il periodo di registrazione dell’album?
Diremmo il periodo di post produzione ma unicamente perché lo consideravamo noioso. Stefano Tocci, il produttore, in tal senso ci ha aiutato a tirare fuori il nostro lato che fuoriesce durante i live. Le chitarre sono state incise, sovraincise, gonfiate. Anche venti o trenta tracce di chitarre però sempre suonate e risuonate. Nel nostro disco c’è comunque pochissimo editing, è quasi tutto suonato dall’inizio alla fine. Il lavoro al pc, essendo come detto dei perfezionisti, è però stato a tratti nauseante. Nel progetto originale sarebbero dovute esserci 11 tracce ma alla fine ben 4 sono state cassate perché risentendole non ci sembravano adatte al disco.

Siamo in chiusura e non possiamo non parlare di titolo e copertina che avete scelto per il vostro primo album. Da dove deriva Her Majesty? Intuisco ci sia un velato richiamo alla canzone dei Beatles che chiude Abbey Road
C’è tanto dentro questo titolo. Il richiamo ai Betales è innegabile, è un grazie ad un gruppo che ci ha dato tanto. Pensavamo che dentro la dicitura “Her Majesty”, utilizzato spesso per appellare la regina d’Inghilterra, potesse entrare tutto Il brit, che è in noi. Siamo figli di quella cultura musicale lì, inutile negarlo. Compriamo perfino la marmellata inglese al supermercato! La cultura non è quella dove nasci ma è quella che ti scegli, un po’ come gli amici. C’è piaciuta anche l’idea del titolo anche dopo aver incasellato il disco in questa storia. “Her Majesty” è sua maestà la vita. Comanda lei, ti travolge e tu sei artefice fino ad un certo punto.

Si ringraziano gli Hey! Elizabeth (Lorenzo Colzi, Filippo Baldi, Francesco Sabatini, Edoardo Dei) per la preziosa disponibilità.

Foto di Clara Novelli
@clellinovaraphotography
www.clellinovara.com

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