Interview – Galapaghost
Con Neon Dream, Galapaghost sembra ancora una volta interessato più alla possibilità di cambiare direzione che alla necessità di confermare quella precedente. Dopo gli esordi legati a un universo più folk e cantautorale, Casey Chandler ha progressivamente ampliato il proprio linguaggio, arrivando oggi a una dimensione più elettronica e difficilmente riconducibile a un’unica definizione. Anche questo EP nasce senza un progetto sonoro stabilito a priori: le canzoni prendono forma attraverso tentativi, deviazioni e soprattutto la disponibilità a lasciarsi sorprendere da quello che succede durante la scrittura e la registrazione.
È un atteggiamento che sembra riflettersi anche nel suo modo di intendere la musica e la vita: nessuna particolare esigenza di inseguire una carriera prestabilita, nessun interesse per l’idea di arrivare a una destinazione definitiva, ma la curiosità di continuare a esplorare. Persino i limiti, anziché essere un ostacolo, possono diventare uno strumento creativo. E così, tra nuovi ascolti, strumenti inattesi, quindici anni di vita in Italia e qualche episodio decisamente surreale, Galapaghost racconta un percorso in cui la libertà sembra essere non tanto un obiettivo, quanto il punto di partenza.
- Ascoltando Neon Dream rispetto ai tuoi lavori precedenti, viene spontaneo chiedersi se nel frattempo siano cambiati anche i tuoi ascolti. C’è qualche artista, genere o disco che ha avuto un ruolo, anche inconsapevole, nell’avvicinarti a questo nuovo suono?
Sì, negli ultimi sei mesi ho ascoltato tantissimo i Kunzite. Probabilmente sono il gruppo che preferisco in questo momento e hanno un sound davvero particolare. È possibile che abbiano influenzato in qualche modo questo EP, ma chi lo sa?
Ascolto talmente tanta musica che faccio fatica a dire da dove arrivi un’influenza precisa. E poi non parto mai con l’idea di voler ottenere un certo tipo di sound, perché nel momento in cui cerco di pianificarlo troppo, per me perde naturalezza.
- Hai detto che quando inizi una canzone non sai mai dove ti porterà. Quanto conta per te, in questo processo, la possibilità di lasciarti sorprendere da quello che stai creando? Ti è mai capitato che una canzone finisse in un posto completamente diverso da quello che avevi immaginato all’inizio?
Oh sì, adoro sorprendermi mentre scrivo e registro! Probabilmente l’esempio più evidente di una canzone che ha preso una direzione completamente diversa da quella che immaginavo è Never Heard Nothin’, che poi è diventata anche la mia canzone più conosciuta.
Ne avevo registrate un paio di versioni e all’inizio era praticamente un pezzo blues rock, con tanto di riff di chitarra pesante nel mezzo, ahah. Ma non riuscivo mai a trovare la versione giusta, quindi l’ho lasciata da parte per anni.
Poi, per il mio ventunesimo compleanno, mi hanno regalato un ukulele. La canzone mi piaceva ancora molto e ho pensato di darle un’ultima possibilità, questa volta provando qualcosa di completamente diverso. All’epoca mi sembrava un’idea abbastanza assurda, anche perché non avevo mai sentito una canzone del genere suonata con l’ukulele. Però… ha funzionato!
- Dopo tanti anni di attività, e dopo aver attraversato mondi molto diversi tra loro, senti di avere ancora qualcosa da dimostrare a te stesso come musicista oppure oggi la musica è diventata soprattutto uno spazio di esplorazione personale?
Sì, per me la musica è sempre stata libertà assoluta. È il mio modo di esprimermi ed è qualcosa di cui ho bisogno, che mi nutre profondamente. Cerco continuamente di mettermi alla prova e di esplorare nuove direzioni.
Non lo faccio per i soldi (ovviamente, ahah) né per la fama o per altro. Lo faccio semplicemente perché AMO fare musica. Ancora oggi, quando mi viene una bella idea o riesco a scrivere una canzone che mi piace, mi sento come un bambino.
La musica è magia.
- Vivere in Italia ormai da diversi anni ti ha portato a stare in qualche modo tra due mondi. Ti capita di sentirti ancora un musicista americano che vive in Italia, oppure pensi che questa distinzione abbia ormai sempre meno senso per te?
Non mi ero mai reso conto di QUANTO fossi americano finché non mi sono trasferito qui, ahah. Il modo di vivere in Italia è talmente diverso da quello americano che, all’inizio, è stato un vero shock culturale. E la cosa mi ha sorpreso, perché negli ultimi quindici anni avevo già trascorso cinque o sei mesi in Italia, anche se in periodi diversi.
Continuo comunque a sentirmi un musicista americano che vive in Italia. Non sto cercando di diventare italiano o di fingere di esserlo. All’inizio forse ho provato un po’ ad adattarmi e a confondermi tra la gente, ma ho capito abbastanza in fretta che non fa per me, ahah.
Adesso preferisco semplicemente vivere qui con curiosità, cercando di assorbire il più possibile dalla cultura italiana, imparare dalle persone che incontro e restare aperto a un modo di vivere diverso da quello con cui sono cresciuto.
- Con Neon Dream hai lasciato molte cose volutamente aperte, senza indicare una direzione precisa per il futuro. Se potessi scegliere senza alcun vincolo — economico, commerciale o di genere — quale sarebbe la cosa che ti piacerebbe davvero provare a fare con la musica nei prossimi anni?
Sinceramente, non c’è niente nella mia vita che mi impedisca di fare la musica che voglio. Anche se avessi un milione di dollari, non credo che cambierebbero molto né la mia musica né il mio stile di vita. Per fare il tipo di musica che faccio non servono grandi mezzi, e non penso che avere uno studio enorme e super attrezzato, con cento tastiere e microfoni, renderebbe necessariamente le mie canzoni migliori. Ho fatto musica di cui sono molto orgoglioso anche quando non avevo praticamente un soldo.
Anzi, credo molto nella “paralisi della scelta”. Avere troppe possibilità, per me, può diventare controproducente. Preferisco darmi dei limiti, perché spesso è proprio lì che divento più creativo.
In passato, per esempio, mi è capitato di comprare un solo strumento e decidere che avrei scritto usando soltanto quello. E ha funzionato benissimo. Quando ho troppe possibilità davanti, invece, rischio di sentirmi sopraffatto.
- Quale domanda avremmo assolutamente dovuto farti? E quale invece la risposta?
Ti è mai capitato di essere truffato su Instagram e di scrivere e produrre una canzone vera per il compleanno di un bambino che non esisteva, perché il suo finto papà ti aveva promesso dei soldi altrettanto finti? Ehm… sì. Imbarazzante, ma sì.



