Interview – Eyes Be Quiet

C’è una musica che non ha bisogno di alzare la voce per farsi sentire. Una musica che si muove tra pieni e vuoti, tra presenze e assenze, e che trova proprio nello spazio lasciato libero il suo significato più profondo. Gli Eyes Be Quiet costruiscono il loro immaginario esattamente lì: in quella soglia sottile tra ciò che è stato e ciò che continua a risuonare.

Con “Una stanza vuota”, il duo dà forma a un racconto emotivo stratificato, fatto di tracce, ricordi e fantasmi quotidiani. Un disco che non si limita a raccontare storie, ma prova a restituirne l’eco, lavorando su dinamiche intime, contrasti sonori e una scrittura che scava più nelle sensazioni che nei fatti. In questa intervista abbiamo parlato con loro di influenze (anche inattese), di percorsi diversi che si incontrano, del ruolo della produzione nel costruire tensione e delicatezza, e di come un’immagine semplice — una stanza vuota — sia diventata, quasi senza accorgersene, il centro simbolico di tutto il loro universo.

Quali sono le vostre influenze musicali, c’è qualcosa che che ascoltandovi non potremmo mai immaginare? Condividete le vostre influenze e formazione musicale?

Sicuramente entrambi condividiamo una grande passione per l’ambiente/alternative, con i Radiohead e Bon Iver come i nostri maggiori riferimenti. Probabilmente l’influenza più inaspettata è il grande amore di Silvia per l’emo-core/screamo italiano, un genere crudo con una scrittura che non ha paura di mostrarsi e che l’ha molto ispirata in quel senso.
Invece a livello di formazione veniamo da due percorsi diversi: Gab ha fatto un percorso come chitarrista per poi evolversi alla produzione, mentre Silvia si è sviluppata da autodidatta sul campo vocale e di scrittura. Suonando insieme da tanti anni live siamo anche stati uno lo sprono dell’altro a migliorare ed evolverci.

Il titolo “Una stanza vuota” è un’immagine molto forte: una stanza in cui sono passate persone, emozioni e storie diverse, ma che alla fine torna sempre a svuotarsi. Quando avete iniziato a lavorare al disco, avevate già in mente questa stanza come centro simbolico dell’album oppure è diventata il filo conduttore man mano che i brani prendevano forma?

Quando abbiamo iniziato a lavorare al disco non sapevamo che questa sarebbe stata la figura centrale, è sempre stata un’immagine presente per via della nascita di ogni brano e un filo conduttore invisibile ma tangibile, che siamo riusciti definitivamente a mettere a fuoco nelle fasi finali del disco.

Nel disco convivono momenti molto sussurrati e improvvise aperture più intense, quasi urlate. Come avete lavorato su questi contrasti per costruire l’atmosfera dell’album?

Solitamente partiamo dal songwriting, e le variazioni dinamiche sono già presenti in quella fase. Con la produzione lavoriamo poi ad un arrangiamento che enfatizzi e valorizzi questo aspetto dei pezzi nel modo migliore, cercando di rimanere minimali ma dando più espressività possibile a ogni strumento.

In alcuni brani del disco si ha la sensazione che le canzoni non raccontino solo una storia, ma l’eco emotiva lasciata da chi è passato in quella stanza. Vi interessava lavorare più sulle tracce che le persone lasciano nelle nostre vite piuttosto che sui rapporti stessi?

Sì, uno dei temi portanti del disco sono proprio le tracce che le persone passando lasciano nella nostra vita. Silvia nella parte di scrittura non si concentra molto sulla persona o sui rapporti in sé, ma su una sensazione particolare e precisa che quel legame le ha dato o lasciato. I brani sono come delle riflessioni postume, un modo per elaborare dei segni e dei fantasmi, per poterci convivere meglio.

Il vostro suono sembra muoversi tra ambient, alternative e una dimensione quasi dream-pop, con influenze che ricordano mondi molto diversi tra loro. Come nasce questo equilibrio tra delicatezza e tensione emotiva?

Dal punto di vista sonoro abbiamo lavorato molto per creare un contrasto ben integrato tra un suono quasi acustico e elementi più elettronici, a volte molto ambient e a volte quasi glitch. La gestione e l’arrangiamento di questi elementi è quello che crea questa alternanza di tensione e delicatezza, mantenendo sempre un’atmosfera intima.

Questo è il vostro primo full length dopo i lavori precedenti, e si percepisce un universo sonoro molto compatto e riconoscibile. Sentite che “Una stanza vuota” rappresenta una sintesi di quello che avete fatto finora o piuttosto l’inizio di una nuova fase del progetto Eyes Be Quiet?

Questo disco lo sentiamo sia come una sintesi che come un’evoluzione di quello che abbiamo fatto fino ad ora, ed è nostro desiderio e intenzione continuare ad evolverci, cercando nuove declinazioni di quello che è il nostro sound attuale.

Quale domanda avremmo assolutamente dovuto farvi? E quale sarebbe stata la risposta?

Chiedeteci quando potreste sentirci live! Per noi i concerti sono sempre stati fondamentali, e stiamo organizzando una bella serie di date che non vediamo l’ora di fare. Gli aggiornamenti sulle serate li pubblicheremo sul nostro profilo.

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