Interview: Beeside

Abbiamo intercettato ai nostri microfoni Beeside, in vista dell’uscita del suo nuovo album “Good Boy”. Questo il risultato della chiacchierata col cantautore sardo!

1. Ciao Federico, come nasce il tuo progetto?

Il progetto Beeside è nato nel 2004 con l’idea di prendere i “lati B” dei singoli dei gruppi rock degli anni ‘90 e di riproporli, in versione per chitarra acustica e voce, ai nerd malati di musica come me. Ho pensati ai lati B perché è lì che andavano a finire i brani scartati dai dischi “ufficiali” dei vari Nirvana, Alice in Chains, Soundgarden, Smashing Pumpkins, Dinosaur Jr. solo per citarne alcuni, e questo innescava una ricerca ossessiva negli appassionati – tra i quali pure io, e non eravamo in pochi – affamati di canzoni inedite dei loro musicisti preferiti. Poi mi sono ritrovato ad arricchire il repertorio con stravolgimenti di pezzi più conosciuti rispetto ai “lati B”, il tuttoriportato in chiave country/folk, armonica a bocca e chitarra in fingerpicking. Nel 2010 ho scritto “Moochin’ About”, il mio primo brano nell’ottica “da cantautore”; quello è stato il punto di partenza di un percorso che poi è sfociato nell’album “Mood Spirals”, dove ho raccolto una buona parte delle canzoni che ho scritto tra il 2010 e il 2011.

2. Vediamo che sei molto attivo e che comunque “vivi” di musica. Cosa si prova a ritornare in scena con un nuovo disco?

Non mi sembra vero. Non registravo un disco di brani miei dal 2016, quando è uscito “Lullabies of Love and Hate”. Nel 2020 è uscito l’audio-video “L’Arca di Noè”, dove rivisito i brani dell’omonimo album di Battiato, ma a parte quello ho avuto difficoltà a creare le condizioni ideali per registrare i pezzi che scrivevo. Ogni volta che incominciavo il lavoro, trainato dall’entusiasmo di amici dal cuore grande, succedeva qualcosa che mi costringeva a rimandare. Poi già di mio tendo a procrastinare, il che forse non aiuta. A fine agosto 2025 mi son ritrovato a non resistere più. Ho scelto una ventina dibrani tra quelli che avevo già pronti, mi son chiuso in una stanza per qualche giorno col minimo di attrezzatura indispensabile e li ho registrati. Quindici di quelle canzoni sono finite su “Good Boy”, il nuovo disco.

3. Cosa ha ispirato maggiormente la composizione del nuovo disco?

In “Good Boy” sono andate a finire canzoni scritte anche a grande distanza l’una dall’altra; molte però sono accomunate da un concetto che ritorna, e cioè lo scegliere deliberatamente di metter da parte la visione dell’adulto e adottare invece quella del bambino – che poi in certe circostanze è una condanna bell’e buona. Soprattutto se come me hai difficoltà a ritornare alla visione adulta.

4. Quali sono le tue aspettative?

Spero che le canzoni di “Good Boy” raggiungano più cuori possibile. Sono certo che molte e molti di coloro che le ascolteranno ci si ritroveranno dentro, nelle parole, nelle situazioni, nei disastri e nelle rivincite.

5. Cosa ti ha influenzato nella composizione?

Di sicuro l’influenza più grande me l’ha data l’idea di mare, di onde, di risacca, e quindi di danza. Dal punto di vista musicale molte delle canzoni di “Good Boy” le ho scritte cercando di inseguire quella sensazione, di riprodurmela in testa e di vorticarci dentro. E poi c’è l’influenza della musica tradizionale sarda e del cantautorato britannico. L’idea di una chitarra che canta una canzone in piena autonomia, mentre la voce accompagna la chitarra e ne completa il significato introducendo le parole. È quella la direzione a cui punto quando penso all’approccio minimalista, allo spirito hardcore. Del resto, è proprio suonando punk hardcore che ho imparato a immergermi completamente in quello che scrivo, il mio alfabeto è quello. E infatti in questo disco l’attitudine punk si sente di più, quell’attitudine che mi tengo ben stretta dall’età di quindici anni, quando ho scoperto i Gorilla Biscuits e gli Youth of Today. Questo disco è molto meno “misurato” dei precedenti, rispetto a “Lullabies of Love and Hate” sa più di sporco, di ruvido, e di sicuro è molto più istintivo di “Mood Spirals”.

6. Parlaci del tuo processo creativo, come nasce un brano di Beeside?

In modi diversi ma grossomodo riconducibili a due modalità. La prima è quella legata alla cosiddetta “ispirazione”, quel momento indefinibile in cui, dopo un po’ che sto suonando la chitarra, la canzone emerge spontaneamente, completa o quasi – gli accordi, i jingle, la melodia della voce e il più delle volte anche le parole, vien fuori tutto assieme, di getto. La seconda modalità è invece un’operazione di “centrifuga”: prendo una sequenza di accordi o una melodia, spesso tratta da qualche canto tradizionale – per lo più tradizione sarda – e la modifico più volte, la giro e la rigiro ancora e ancora finché non si è trasformata abbastanza da non potervi più riconoscere ciò da cui ero partito, e ancor meno una volta che ci scrivo sopra un testo; ma qualcosa della musica da cui ero partito è rimasta, e quel qualcosa lo avverti a livello più profondo, sottotraccia, difficile da identificare ma percepibile.

7. Quali sono i tuoi progetti futuri?

Conto di portare “Good Boy” dal vivo. E per quanto riguarda il “poi”, c’è il fatto che questo disco contiene solo una parte delle canzoni che ho scritto tra il 2016 e oggi, e si tratta di brani acustici, da cantautore; il prossimo lavoro è già in cantiere, e darà forma a delle canzoni che invece sono state concepite per esser suonate in elettrico, da una band.

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