Interview – Andy Carrieri
Quando si parla di blues il rischio è sempre lo stesso: ridurlo a un esercizio di nostalgia o a un genere da custodire sotto una campana di vetro. Andy Carrieri, invece, sembra muoversi nella direzione opposta. In “All Things Bright” la tradizione è un punto di partenza, non di arrivo. Le canzoni prendono forma senza l’ansia di dimostrare qualcosa, tra brani originali che raccontano stati d’animo e storie personali e cover smontate e ricostruite con assoluta libertà. Anche nelle sue risposte emerge lo stesso approccio: il blues non è un’etichetta da difendere, ma un linguaggio da fare proprio, da contaminare e usare per esprimersi. È una visione che nasce da anni di esperienza, di studio e di ascolto, e che rende questo disco qualcosa di più di una semplice raccolta di brani.
Viviamo in un’epoca in cui la musica viene consumata sempre più velocemente. Il blues può essere un antidoto per riabituarsi a un ascolto più consapevole?
Qualsiasi genere può esserlo. Anche il blues, ai suoi esordi come race-music, ha subito trasformazioni in tempi molto brevi anche perché era un genere considerato mainstream e soggetto alle mode, con una frequenza di meno di 10 anni dal 1909 fino anni ’60. Sicuramente le nuove generazioni possono apprezzare di più il blues degli esordi dagli anni 20 fino a R.Johnson se non altro perché è stato un po’ meno inflazionato ed è un genere che si presta a molte interpretazioni.
“All Things Bright” sembra un disco molto libero. Lo hai vissuto così anche durante la registrazione?
In un certo senso sì. Soprattutto la title-track, ma la registrazione in studio è stata intensa: 35 takes in 1 giorno e mezzo. Un lavoro piuttosto faticoso ma che mi ha dato soddisfazioni. Con i miei pezzi ho cercato di raccontare storie e stati mentali mentre con le cover mi sono divertito a rimaneggiarle in totale libertà, senza regole.
Cosa significa oggi, concretamente, vivere il blues?
Innanzitutto, io non faccio distinzioni tra blues e rock: sono due modi differenti di vedere la stessa cosa. Quindi, se per “vivere il blues” si intende suonarlo, significa farlo diventare una cosa propria, trasformarlo e usarlo per esprimersi.
Il blues ha ancora una funzione sociale oppure è diventato soprattutto un linguaggio artistico?
La vera funzione sociale che ha creato il blues è stata l’esigenza degli afro-americani, liberati da 300 anni di schiavitù, di appropriarsi di una propria cultura ed essere accettati come americani. Parallelamente è sempre stato anche un linguaggio artistico. Amiri Baraka (Le Roy Johnes) nel “Popolo del blues” lo considerava un linguaggio jazzistico mentre per W.Marsalis lo shuffle è swing. Quindi linguaggi artistici.
Hai imparato qualcosa dal cinema e dalle colonne sonore che hai poi riportato nella tua musica?
Ho imparato a trasformare le immagini in suoni. Ad essere il più possibile essenziale per rendere più lineare la composizione e non accavallare le note per far risaltare i suoni. Poi, immagino, ognuno interpreta le immagini a modo suo, è un’esperienza molto soggettiva perché mette in collegamento la vista con l’udito ma, al tempo stesso, ci mette in relazione con il mondo che ci circonda.
Ci sarà modo di ascoltare “All things bright” dal vivo?
Certamente, lo sto già portando in giro. Questa estate sarò presente ad un paio di festival tra Bologna e Modena ma conto di poterlo presentare in giro da settembre in poi. Stay tuned.



