Interview: 1999

Un nuovo piccolo mistero della scena italiana, quattro cifre e nessun nome. Un nuovo singolo dal titolo In. Analog live, campionamenti dal vivo, soundscaping provenienti dal mondo della natura e da quello prettamente industriale si combinano alla pulsazione ritmica creando una pasta sonora fluttuante tra techno, ambient, soundtracks e new age. Un viaggio tra il Rif marocchino, l’Andalusia e le montagne del Tibet. Chi sia 1999 per adesso non è importante, ma abbiamo scambiato quattro chiacchiere con lui.

Chi si nasconde dietro il nome di 1999?
Un pittore di suoni e di spazi sonori.

Cosa succedeva nella scena musicale del 1999?
Succedevano alcune cose belle e altre meno belle. Tra le belle uscivano dischi come quelli degli Afterhours, Marlene Kunz, c’erano i Quintorigo, i Verdena prodotti da Canali, ma soprattutto Zero dei Bluvertigo (extraterrestri!). Tra quelle meno belle, per non dire brutte, c’era il nuovo disco di Jovanotti, gli 883, i Luna Pop e un’altra serie di cagate di fabbrica. Le mie cellule secernevano liquidi in risposta alle basse dei Pan Sonic, alla follia dei Matmos o di Peder Mannerfelt, Bjork. C’era pure chi andava a vedere i Deep Purple con il metallaro alla chitarra (S.M.). A proposito dei metallari, c’erano quelli appassionati delle plettrate a 250 bpm di John Petrucci, quelle non le capivo. C’era chi aveva ricevuto la grazia di spacchettare The Fragile dei NIN, chi aveva avuto modo di saltellare sulle ritmiche cavalcanti di Issues dei Korn. Ci pensi che era uscito California dei Mr. Bungle? Insomma, tantissima roba! Non so dirti oggi quante di queste cose suonerebbero vecchie e perché. A volte ho l’impressione che ci piace muovere solo il culo. E sento anche un’approssimazione pazzesca tra le cose che si scrivono, che sembra si cerchi di inseguire la ricetta giusta già conclamata da qualche parte in Europa, subito con il clone pronto a portata di mano. Ne accadevano di cose nel 1999, io ero un ragazzino. Ne accadono anche adesso.

In che cosa, musicalmente parlando, ritroviamo il Marocco, l’Andalusia e il Tibet?
Se peschi in fondo, quello che sta sotto la ritmica e che ogni tanto emerge e si rende riconoscibile per qualche secondo, per poi tornare a strisciare sotto, sono rimandi ad altri luoghi geografici e sonori. Puoi sentire anche dei canti tibetani, fortemente riverberati. Oppure le note di un gamelan o di un rito ancestrale come di alcune popolazioni Indios. Ci sono le note bizzarre di un ghimbri distorto che diventa un basso incollato a un tom. Ma non è solo questo che sa di Marocco, di Andalusia e di Tibet. Credo alla sinestesia che genera la musica. Quindi di Marocco, Andalusia e Tibet puoi vederne i colori, o puoi sentire l’odore di Djamaa El Fna, tra le note dei synth di Soft Miracles o tra i tom distorti di IN, che è l’introduzione a un mondo preciso, primitivo.

I tuoi viaggi (valgono anche quelli mentali) hanno influenzato la tua musica?
I miei viaggi invadono la mia scrittura musicale. Sia quelli mentali che quelli fisici. Ed oggi mi organizzo per stare almeno un mese fuori all’anno e andare in giro con il mio registratore portatile a registrare il traffico di una città, delle foreste, dei fiumi, degli oceani, degli animali notturni e di quelli che vagano alla luce del giorno. Sono documenti sonori di vita che diventano parte integrante della scrittura.

Quale sarebbe la situazione ideale per un tuo live? E chi dovrebbe venire ad ascoltarti?
La situazione ideale è notturna. Potrebbe essere in un club di Berlino, o a Barcellona o in una spiaggia deserta in riva a un mare cristallino, durante un tramonto. Di notte in una foresta, altrettanto bello. Dovrebbero venire tutti quelli che hanno desiderio di liberarsi, di non pensare a niente se non a liberarsi ballando e facendosi trasportare dai suoni e dall’esperienza sinestetica che i suoni e la musica generano. Ci tengo tanto che sia così. E desidero che giorno dopo giorno diventiamo sempre di più.

Come nasce un tuo brano? Quanti altri ne potremo ascoltare?
Nasce generalmente da un flusso. Di solito è così, scrivo per flussi e poi comincio a tagliare di qua e di la. Parto da una ritmica che trasformo, registrando quello che faccio dal vivo. La trasformo in tempo reale, come se suonassi a un live. Solitamente per un brano butto giù tra i 20 e i 30 minuti di improvvisazione ritmica, poi faccio la stessa cosa con i synth. Molte volte la ritmica entra dentro ai synth e poi la riverso di nuovo, o la ricampiono (faccio dei resamples) fino a quando non diventa un suono nuovo e mi ci diverto. Alla fine gli do un luogo, come mettere lo zucchero a velo su una torta. Prendo i miei campioni di suoni dal mondo, li lavoro, alcuni diventano ritmici, altri tappeti sonori, altri fanno una texture che si lega fortemente alla ritmica. Alla fine viene fuori il brano, quando decido che è tutto quello che voglio dire in quel momento e in quei minuti.
Avremo modo di ascoltarne ancora.

La domanda che non ti ho fatto ma che avrei dovuto farti?
E’ importante credere in Dio? Perché ti mangi le unghie?

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