Soviet Soviet @Mikasa, Bologna

Sono poche le band che riescono ad attirare un pubblico variegato. Solitamente, ogni band ha i propri seguaci; adepti ad un genere che difficilmente si lasciano contaminare da altri suoni, storcendo il naso dinnanzi a sonorità che vivono come estranee ai loro abituali ascolti.

I Soviet Soviet rappresentano una di quelle realtà italiane del tutto peculiare; sono una band capace di attrarre un pubblico tanto ampio quanto differenziato: dal darkettone più convinto, all’amante della pop music, passando per i nostalgici degli anni ’90.
Questa mia convinzione ha trovato conferma stasera al Mikasa: siamo all’interno del No Glucose festival – festival di musica indipendente – e il trio pesarese è tra le band che si esibiscono.
C’è una bella situazione, tanta gente, forse troppa? Il locale è davvero piccolo, e il cortile esterno è pieno, con difficoltà di passaggio importante; mentre all’interno, dove suonano i gruppi, la temperatura si aggira sui 40 gradi.
Ma poco importa! Qui pare che siamo tutti presi bene, “It’s friday, I’m in love” per citare Sir Robert Smith.

Tra una pinta e un’altra, siamo intorno alla mezzanotte ed è il turno dei Soviet: bastano i primi accordi di Endless beauty per scatenare il pubblico. Si salta e si canta, e pare di vedere una massa omogenea muoversi all’unisono. Così come per la successiva 1990, con la sua chitarrina vorticosa e la batteria incazzosa, che live rende ancora più che su disco.
Al termine dei primi due pezzi mi rendo conto che si respira un clima tropicale; si suda sotto il palco, e l’elevata temperatura è avvertita anche dai nostri, ma sembriamo tutti noncuranti della condizone, e si continua imperterriti con Remeber now.
Il tempo di recupero, per prendere una boccata d’aria (satura), è breve: quei pochi secondi che intercorrono tra un pezzo e l’altro sembrano essere più che sufficienti.
E così basta l’intro della batteria di Ecstasy per ritornare dove eravamo pochi istanti fa: col corpo e con la mente, totalmente assorbiti dalla musica, a ondeggiare al ritmo di ogni accordo, e saltare ad ogni colpo di batteria.
Insomma, muovere il culo diventa un’esigenza davanti ad un ondata wave straordinaria; ed il livello di coinvolgimento del pubblico è assoluto, come poche altre volte mi è capitato di vedere.
E’ proprio con Ecstasy che si dà inizio irreversibilmente al pogo. Si, perchè a partire da questo momento sembra che la bomba sia definitivamente esplosa e non si può tornare più indietro. Così sia con i brani nuovi –Fairy Tale, Rainbow, Surf a palm– che con quelli vecchi – No Lesson, Gone Fast.
Tutti i brani dal vivo suonano come legati da un’unica trama dettata dalla voce irriverente di Andrea Giometti che si fonde senza mai perdersi al suo basso, trovando sostegno nella vigorosa batteria e in quella meravigliosa melodia disegnata dalle corde di Alessandro Costantini.
I Soviet hanno una forte presenza scenica (pur non intergendo affatto); sanno coinvolgere e trasmettere al loro pubblico quella fame bulimica di suonare; si divertono e divertono.
Con Pantomine si giunge davvero al termine del concerto,lasciandoci quasi increduli, perchè impreparati al fatto che sarebbe finita.
Ma sì, è davvero finita. Nessun bis. Peccato.
Ci è voluto del tempo per riprendersi, la sensazione adrenalinica post concerto è stata importante, e adesso che ho messo su Endless beauty sta tornando.
Unico rammarico: mi aspettavo Going Through e Star dell’ultimo disco, perchè sono le mie preferite; ma forse è un’ottima scusa per tornare a sentirli live, semmai ci fosse bisogno di una scusa!

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