Vasco Brondi, Jovanotti e l’eterna lotta tra l’essersi venduti e il meritare fiducia

Dopo la compilation tributo agli 883, dopo Alessandro Raina che abbandona il mondo indie per fare l’autore per le popstar, dopo Brunori che apre i concerti di Ligabue, un altro caso è destinato a divedere le opinioni degli appassionati sullo spinoso argomento del rapporto tra indipendenza musicale e mainstream: Vasco Brondi ha collaborato alla scrittura del testo di un brano contenuto nel nuovo disco di Jovanotti.
Il rapporto tra Brondi e Cherubini non è iniziato certo con questa collaborazione, ma già nel 2011 lo stesso Brondi aveva fatto da apertura ai concerti di Jovanotti nelle arene, presentandosi tra l’altro da solo come ai suoi inizi, senza band. La cosa non era stata discussa più di tanto, mentre invece la partecipazione di Brondi addirittura al disco di Jovanotti ha già sollevato un vespaio di discussioni.

Nelle risposte ai vari commenti su Facebook. Brondi dice che le persone deluse da questa sua scelta sicuramente non hanno mai ascoltato né questo disco nuovo e nemmeno i due precedenti di Jovanotti, che secondo lui sono meglio di quasi tutti i dischi indie usciti negli ultimi anni. Il problema è che un appassionato di musica indipendente difficilmente si metterà mai a ascoltarli questi dischi: di solito, in questi casi ci si lascia attirare da un bel singolo, com’è successo nei casi di Malika Ayane con il brano scritto dallo stesso Raina o di Cesare Cremonini, con il singolo scritto in collaborazione con Davide Petrella dei Le Strisce. Jovanoti, invece, fa parte di quegli artisti dei quali ovviamente capita di ascoltare canzoni in radio o in diffusione nei negozi, ma invariabilmente si tratta di canzoni che non spingono chi non è già suo fan a approfondire.
Jovanotti, quindi, è proprio uno dei simboli del perché chi di solito ascolta i vari Brondi, Dente, Brunori, e via via fino ad arrivare ai nomi più nascosti, non apprezzerà mai chi al momento in Italia è capace di riempire gli stadi e vendere milioni di copie dei propri dischi. Il fatto che uno dei nomi di maggior spicco del nostro mondo indipendente lavori insieme a lui non può, quindi, che creare polemiche e delusioni. In casi come questo, però, è bene non fermarsi al primo impatto e effettuare almeno due ordini di valutazioni.

C’è un primo punto di vista, che nel nostro ambiente ha iniziato a essere accettato dopo le esternazioni di Raina, secondo cui chi è in grado di scrivere canzoni così di successo non è solamente una persona furba capace di portare i giusti argomenti per abbindolare il popolo bue, ma è anche un compositore estremamente preparato e competente. Personalmente, e credo che questo valga per molti, mi è difficile ritenere che non ci sia un po’ di furbizia in questi autori, però non essendo io un tecnico ma solamente un ascoltatore, non ho problemi a prendere per vera l’affermazione della competenza di queste persone, dato che viene da chi è sicuramente più preparato di me. Se Brondi sostiene, quindi, di aver imparato moltissimo dall’esperienza con Jovanotti, è difficile dubitarne, visto che stiamo parlando di uno che, in circa 25 anni di carriera, è stato capace di parlare a tutti, passando per diversi linguaggi comunicativi e target di ascoltatori fino a arrivare a essere amato universalmente. Insomma, non è solo uno furbo, ma bisogna ammettere che a fare il suo mestiere è anche capace.

Il secondo punto di vista riguarda chi è l’esponente del nostro mondo che ha fatto un piccolo passo “di là”. Vasco Brondi è uno che, dopo essere uscito quasi dal nulla e aver ottenuto un successo immediato e strepitoso sapendo fare solo un numero ben delimitato di cose, ha provato a rifare un disco da solo, risultando a molti fermo sui propri pregi ma anche sui propri limiti, e ha poi capito che per andare avanti i suoi limiti andavano superati. Da lì, c’è stato un live per il tour del secondo disco che già mostrava differenze nel suono ben più evidenti rispetto a quelle eventualmente presenti tra i due dischi. Dopodiché c’è stato un terzo disco realizzato grazie al contributo di tanti musicisti, Federico Dragogna in primis, e una serie di tour nei quali il progetto cambia pelle ogni volta. Si può apprezzare o non apprezzare Brondi, ma è indubbio che Le Luci della Centrale Elettrica sia il progetto che si è evoluto più marcatamente nell’intero panorama musicale indipendente degli ultimi anni e che più ha cercato l’aiuto di altri musicisti per migliorare.

Tutto questo dovrebbe portare a pensare che quando Brondi dice che negli occhi di Jovanotti vede “lo scintillio di umanità e di passione”, non possiamo non crederci, proprio perché a dircelo è il musicista che più si è messo in discussione negli ultimi anni e che più di tutti ha provato a imparare dal lavoro di squadra. Quindi, ovviamente rimaniamo liberi di non apprezzare per nulla Jovanotti, ci mancherebbe, ma non per questo dobbiamo dare a Brondi del venduto o rimanere delusi solo perché qualcuno che ci piace ha lavorato con qualcuno che non ci piace. Un mio amico, che considero una delle persone dalla maggior cultura musicale mista a apertura mentale che io conosca, stamattina mi ha scritto su whatsapp: “Se anche Jovanotti si è comprato Vasco Brondi siamo messi male”. Io gli ho risposto “Lo considererò un venduto solo quando mi sembrerà tale ciò che fa nei suoi dischi, e per ora così non è”. Vasco Brondi è uno che merita fiducia, quantomeno sull’onestà intellettuale delle sue scelte e delle sue affermazioni, perché se l’è guadagnato, e secondo me se la merita anche in questo caso.

Seguici!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *