Opinions: la reunion degli Scisma, quando le emozioni nascono dall’equilibrio

La reunion degli Scisma è un avvenimento così importante nell’ambito che trattiamo che ho deciso di riservarle un trattamento particolare. Non farò, infatti, una recensione dell’EP e una del live, ma esprimerò le mie considerazioni su tutta l’operazione come cosa unica, perché secondo me solo un punto di vista globale è quello giusto per capire la bontà o meno dell’operazione.

Una delle canzoni più amate degli Scisma è L’Equilibrio e il tratto caratteristico più importante per la band è sempre stato quello dell’equilibrio tra le sue diverse anime: quella irruenta e sanguigna di Paolo Benvegnù, quella raffinata e composta di Michela Manfroi e quella parimenti ricercata ma un po’ pazzerella di Sara Mazo. Noi fan degli Scisma non abbiamo mai smesso di sentire la mancanza della band proprio per quanto amavamo quell’equilibrio. Quando si è diffusa la notizia della reunion ci siamo entusiasmati proprio per la possibilità di viverlo ancora, di respirarlo, sia riascoltandoli dal vivo che – addirittura – in nuove canzoni scritte per l’occasione.
Proprio per questo, il primo ascolto di Mr. Newman ha suscitato reazioni per lo più tiepide. Infatti, il suddetto equilibrio faticava a emergere, anzi non si notava proprio: le canzoni sembravano outtakes della carriera solista di Paolo nelle quali la voce di Sara veniva inserita a forza e Michela era relegata a un ruolo di secondo o addirittura terzo piano. In realtà gli ascolti successivi hanno fatto notare, almeno a me, che qualcosa di diverso dai Benvegnù in queste canzoni c’è e che i contributi di Sara e Michela un peso ce l’hanno. Adesso mi è chiaro, e dovrebbe esserlo anche a tutti coloro che hanno dedicato almeno tre – quattro ascolti all’EP, che queste canzoni non vengono dallo stesso processo creativo dei Benvegnù, che sono evidentemente state scritte per questi nuovi Scisma e che è normale che gli equilibri siano cambiati dato che sono passati 16 anni e il coinvolgimento dei tre protagonisti nell’ambito musicale non è stato certo lo stesso. Inoltre, le canzoni sono tutte belle o quantomeno interessanti e mai scontate, con una buona varietà stilistica e territori che gli Scisma non avevano mai esplorato e non hanno avuto paura nel farlo.

Inutile, comunque, nascondercelo: la voglia di quell’equilibrio, quello degli anni Novanta, era rimasta intatta tra noi fan, e il live doveva proprio servire a ridarcelo di nuovo, almeno per una sera, per il tempo di un concerto. Le incognite, però, c’erano: Paolo non ha fatto altro che suonare per dieci anni, mentre le altre due avranno fatto in tutto questo tempo lo stesso numero di apparizioni sul palco che Benvegnù ha fatto in una settimana, per non parlare poi degli altri tre musicisti, con Giovanni Ferrario che si è mantenuto sempre attivo al contrario di Giorgia Poli e l’ulteriore punto di domanda di un batterista nuovo. C’era di che temere, insomma, e invece è andato tutto alla grandissima ed è stato proprio il live, come spesso succede, a aver dato il senso di questo ritorno, che si spera non sia stato davvero così breve ma che si possa riproporre in futuro.

Il punto chiave è stato, ormai non dovrei più nemmeno dirlo, l’equilibrio, che si è concretizzato come meglio non avrebbe potuto, al di là di qualche incertezza assolutamente marginale e normalissima dopo tutti questi anni di assenza. Le sensazioni che vivevamo quando andavamo a vedere gli Scisma sono riemerse e ci siamo resi conto tutti di quanto fossero uniche e che davvero nessun’altra band ci ha più fatto sentire così. Soprattutto, ci siamo resi conto, guardandoli sul palco, che anche per loro sono riemerse le stesse sensazioni che vivevano quando suonavano assieme con continuità: lo si leggeva nei loro volti, in come si cercassero continuamente con lo sguardo, nel loro body language più esplicito di qualunque cosa detta o scritta. Le movenze magnetiche di Sara, gli accessori stravaganti di Paolo e Giovanni, una Michela che vibrava di tensione pur dovendo stare ferma per suonare la tastiera: tutto come allora e non erano pose studiate a tavolino, era l’emotività irripetibile degli Scisma che emergeva prepotente. Chi se ne importa, quindi, di quei due o tre momenti non perfetti e di una scaletta che ha penalizzato eccessivamente Rosemary Plexiglas, non è questo il punto.

Visto il proliferare delle reunion oggigiorno, i fan del gruppo che torna insieme vogliono soprattutto autenticità: ebbene, mi viene in mente solo un gruppo negli ultimi anni che ha mostrato con la stessa forza che la voglia di tornare insieme sia sgorgata direttamente dal cuore: sono gli inglesi Shed Seven, che dal 2007 non fanno altro che prendersi un mese ogni due anni per fare il tour della Gran Bretagna e suonare alla gente le canzoni che vuole sentire. Gli Scisma dovrebbero fare lo stesso: gli impegni artistici e di vita reale per tutti sono pressanti, quindi anche se gli anni non sono due ma sono tre, anche se non è un mese ma venti giorni, va bene lo stesso, ma questa cosa non può e non deve finire qui, perché ci sono troppo amore, troppo cuore, troppi sentimenti di troppe persone in ballo e non si può ignorare una simile carica emozionale. Si scelgano un momento periodico in cui far rivivere tutto questo: ce lo meriteremmo noi e se lo meriterebbero loro. E se, al contrario degli Shed Seven, vogliono fare altre canzoni nuove, ben venga, dato che quella del 2015 non hanno affatto sfigurato sul palco al cospetto dei classici.

Noi fan non abbiamo mai smesso di sentire la necessità di questa operazione e alla prova dei fatti si è visto che avevamo ragione. Questo è quanto e è la cosa più importante.

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