Interview – JodedosS

Ne IL GRILLO PARLANTE, il nuovo EP della band punk-rock JodedosS, acquari, chiodi e autolavaggi diventano immagini attraverso cui raccontare il rapporto con una realtà fatta di schemi imposti, pensiero omologato e desiderio di libertà. Le metafore e le situazioni surreali non sono semplici esercizi di stile, ma strumenti per dare forma a concetti complessi, lasciando spazio all’interpretazione e a significati diversi. L’ironia agisce, a detta della band, come un cavallo di Troia, rendendo più accessibile una critica che non rinuncia alla propria incisività, mentre le melodie immediate e l’energia punk-rock invitano a muoversi, senza sacrificare la profondità dei testi.

Ma se da un lato c’è la sensazione di vivere in uno spazio confinato, dall’altro resta la possibilità di rompere il vetro e lasciarsi cadere, anche a costo di farsi male. Abbiamo chiesto ai JodedosS di farci entrare nel loro immaginario per capire meglio cosa si nasconde dietro queste immagini.

Nel racconto dell’EP compaiono immagini molto concrete e allo stesso tempo stranianti, come acquari, chiodi e “autolavaggi del cervello”. Come avete lavorato sulla scelta di queste immagini e cosa vi permette di esprimere un’immagine surreale che una formulazione più diretta non riuscirebbe a restituire?

Non è necessariamente una scelta stilistica, a volte le idee che prendono forma man mano, assieme ai testi, determinano una scrittura più diretta, meno metaforica, a volte invece l’idea prende forma utilizzando parole che appunto richiamano delle immagini, che peraltro è la modalità che personalmente preferisco come forma di comunicazione nella musica. Fin da bambino sono infatti sempre stato affascinato da canzoni che riuscivano ad evocarmi delle immagini in testa. In questo EP, sicuramente, vi è un maggior impiego del concetto di “metafora”, e per come volevamo esprimere i concetti, penso che un acquario mostri molto bene il concetto di un mondo molto confinato, non solo nel senso fisico (anche la terra su cui viviamo ha dei limiti spaziali oggettivi), ma soprattutto dal punto di vista mentale, sul quale occorre lavorare per sentirsi “liberi” in uno spazio dai confini reali, nel quale viene però visto con normalità il richiudersi al suo interno, omologandosi per il quieto vivere. In Acquario (come un pesce) l’immagine dell’acquario diventa la metafora di una vita confinata, ripetitiva e apparentemente sicura, ma priva di slancio. I riferimenti al criceto, alla rana, al dejà vu e alla “scatola dei non puoi” raccontano di un’anima che si sente intrappolata in schemi prestabiliti, ma quasi contenta o forse rassegnata. Mentre l’Autolavaggio porta questo concetto all’estremo: l’“autolavaggio del cervello” vuole essere una satira della comunicazione moderna, del bombardamento mediatico e della facilità con cui ci si lascia trascinare da idee preconfezionate.

L’acquario è associato alla sensazione di essere intrappolati e “Precipito” viene presentata come il momento in cui quel vetro viene finalmente infranto. Quanto era importante costruire nel disco una contrapposizione tra ciò che contiene e ciò che libera?

Fondamentale, in quanto non vogliamo trasmettere un messaggio esclusivamente negativo, nichilista o di sola critica, ma anche di “speranza”… puoi farcela! Spero che questa versione di “Precipito” trasmetta la gioia di cadere giù. Cadere, e farsi male, sono esperienze funzionali alla crescita. Evitare sempre gli ostacoli, come viene sostanzialmente imposto dalla società odierna, secondo me non aiuta, anzi… alle volte è necessario sentirsi male, schiantarsi, per elaborare un problema ed uscirne, più forti di prima.

L’ironia sembra avere una funzione precisa, quella di alleggerire la superficie senza rendere meno incisivo ciò che state raccontando. Come stabilite il punto in cui una situazione surreale resta ironica ma continua a portarsi dietro il peso della critica?

Bella domanda… Quando vedo il mio batterista che mi strizza l’occhio, ride, ma non perde il beat… diciamo che il punto esatto non lo puoi mai prevedere o calcolare con esattezza, ma la sua funzione è quella del “cavallo di Troia”, facilitare l’ingresso nelle mura, quindi se l’operazione riesce, il punto era giusto.

Le vostre melodie sono immediate, mentre i significati sottostanti sono legati a temi complessi come manipolazione e alienazione. Cercate deliberatamente questo contrasto tra accessibilità sonora e stratificazione dei testi?

D’altronde di virtuosi nella band non ne abbiamo, quindi di più non si può fare…ahahahah. Scherzi a parte, decisamente sì, l’accessibilità sonora è fortemente desiderata, quando scriviamo la melodia di un brano, deve essere accattivante, diciamo che deve avere il “gancio”, diretti e via, anche perché il nostro habitat naturale “live” è il piccolo club o il piccolo festival, dove la gente sì, viene ad ascoltarti, ma deve anche sentire il desiderio di muoversi e ballare. Poi voglio dire, noi suoniamo del punk rock in fondo, che, anche se ogni membro della band ha le sue preferenze e declinazioni, è quello che ci accomuna nei vari generi che ascoltiamo. 

Quanto spazio lasciate all’interpretazione dell’ascoltatore davanti a immagini che non spiegano tutto esplicitamente? Vi interessa che una stessa scena possa assumere significati diversi per chi la ascolta?

Questo è l’aspetto più interessante dell’arte in generale, dalla poesia ai dipinti, dal video alla musica passando per le sculture… è decisamente bello pensare che, anche involontariamente, si lasciano comunque dei margini di interpretazione, diciamo degli spazi indefiniti, che comunque trasmettano emozioni e contesti differenti a differenti fruitori. Qualcuno può ritrovarsi nel significato dei testi della nostra musica, qualcun altro può invece interpretare nuovi scenari, percependo quindi emozioni diverse. Un momento decisamente particolare è infatti stato quando, dopo il primo Ep, autoprodotto e distribuito con il passa/parola/mano da  amici e conoscenti, non avendo dichiarato un “genere musicale” di appartenenza, ci sono stati affibbiati i generi più improponibili, tipo hippie punk, che di fondo potrebbe suonare addirittura come un ossimoro…

Se doveste scegliere una sola immagine contenuta nell’universo di IL GRILLO PARLANTE per spiegare il modo in cui JodedosS guardano alla realtà, quale sarebbe e perché proprio quella?

Imparare a pensare, che è l’unica immagine non dichiarata nei testi, ma descritta in “chiodi”, l’unica canzone con un testo diretto, che trova la sua espressione nella copertina dell’Ep, con una TV affondata in un acquario.

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