Interview – Cecilia Barra
Cecilia Barra torna con “rose petal”, un brano che parte dal corpo, dalla sensualità e dalla sicurezza con cui una donna può scegliere di raccontarsi, ma che finisce inevitabilmente per confrontarsi con lo sguardo degli altri. Al centro del pezzo c’è quella tensione tra la libertà che pensiamo di aver conquistato e la voce del giudizio che continua a seguirci, oggi anche attraverso social e nuove forme di controllo e di esposizione.
Il riferimento a “Bocca di Rosa” diventa così un modo per mettere in dialogo epoche e linguaggi diversi, interrogandosi su quanto sia davvero cambiato il modo in cui una donna può parlare del proprio corpo e della propria sensualità. Ma “rose petal” racconta anche la crescita musicale di Cecilia Barra: il lavoro sull’arrangiamento e sulla produzione le permette di trattare la voce non soltanto come elemento centrale, ma come parte di un paesaggio sonoro più ampio, influenzato anche da artisti come Hiatus Kaiyote e Jordan Rakei. Abbiamo parlato con lei di sicurezza, giudizio, produzione, influenze e della scelta, sempre più consapevole, di mescolare italiano e inglese.
- In “rose petal” c’è una donna che sembra perfettamente a proprio agio con il proprio corpo, ma questa sicurezza viene continuamente attraversata dallo sguardo degli altri. Ti interessava raccontare una sicurezza già raggiunta o, al contrario, quella parte di noi che continua a vacillare anche quando pensiamo di esserci liberati del giudizio?
Entrambe le cose in realtà: più l’ammirazione nei confronti della sicurezza già raggiunta, e il successivo desiderio di motivare gli altri (e me stessa) a trovarla a nostra volta. Il brano vuole proprio spronare l’ascoltatore a sfidare quella voce del giudizio altrui che c’è dentro di noi, dopo aver fatto notare quanto è sexy e accattivante vedere qualcuno che riesce a infischiarsene.
- Il riferimento a “Bocca di Rosa” è interessante perché prendi una figura nata in un immaginario completamente diverso dal nostro e la riporti nel presente. Cosa rimane, secondo te, di quella donna quando cambiano il linguaggio, il contesto e soprattutto il modo in cui oggi una donna può raccontare autonomamente la propria sensualità?
Secondo me permane il giudizio degli altri, anche se cambia il modo in cui viene espresso: nel caso di “Bocca di Rosa” era rappresentato dalle comari, adesso ci si nasconde dietro le tastiere, si fa bullismo sui social, revenge porn, gruppi su Facebook eccetera eccetera. Con la recente ondata regressista dei movimenti “trad wife”, antifemministi e tutta la cosiddetta “manosphere” questa libertà di raccontare autonomamente la propria sensualità si sta perdendo nuovamente e per me è importante provare a riportare il tema al centro della conversazione, per evitare di fare passi indietro piuttosto che avanti.
- Nel brano la voce viene trattata anche come materia sonora, quasi come un altro strumento dentro la produzione. Quanto è cambiato il tuo modo di scrivere da quando hai iniziato a occuparti direttamente anche di arrangiamento e produzione, e quanto invece lasci ancora che sia la canzone a dirti come vuole essere costruita?
Arrangiare e produrre ha arricchito sicuramente il mio modo di scrivere e di utilizzare la voce, perché mi ha aiutato a vedere la musica più a tutto tondo. Ovviamente la melodia e la voce sono sempre protagoniste nel mio approccio, quello non si può negare, ma mi piace provare ad amalgamarle agli altri strumenti e all’elettronica, renderle parte del paesaggio, e non un oggetto in primo piano scorporato dal resto dell’immagine. Lascio che il mio istinto mi guidi molto nelle fasi iniziali, quando devo proprio trovare la prima scintilla d’idea, e da lì inizia a comporsi il quadro nel mio cervello, dove poi mettere tutto al suo posto in maniera più ragionata.
- Quali sono le tue influenze musicali, e quali in particolare ti hanno portato qui, a questo singolo?
In questo singolo penso si senta molto l’influenza degli Hiatus Kaiyote e di Jordan Rakei, soprattutto nell’assenza di una struttura canzone convenzionale, ma anche in alcuni dettagli d’arrangiamento che ho sicuramente imparato da loro.
- Quale domanda avrei assolutamente dovuto farti e invece non ti ho fatto? Quale invece la risposta?
Rimango sempre sorpresa quando non mi viene chiesto come mai scrivo e mescolo insieme italiano e inglese: la risposta è semplicemente che ci sono alcune immagini e alcune parole nello specifico, che in inglese rendono meglio e altre che, al contrario, rendono meglio in italiano, proprio a livello di poeticità.
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BIO:
Cecilia Barra, classe ’99, è una cantautrice e polistrumentista milanese.
Dopo l’esperienza con la band jazz-fusion Fool Arcana, decide di scrivere, arrangiare e produrre il suo primo disco da solista.
Dopo il diploma in conservatorio in canto jazz, decide di conseguire un master alla Berklee College of Music in Contemporary Performance and Music Production, e sceglie di viaggiare. Così nelle città di Valencia, Colonia e Quito nasce l’idea di fondere le sonorità più nostrane del cantautorato italiano alle armonie e groove più internazionali del neo-soul, nasce Lost Generation(s). Nell’alternarsi di italiano e inglese, il jazz, il soul e l’R&B sfumano uno nell’altro, tra strutture non convenzionali e cambi di scenario improvvisi, dove testi e melodie ispirati a Lucio Dalla e Fabrizio De André incontrano il sound più contemporaneo di Hiatus Kaiyote, Jordan Rakei e RAYE.



