Hibaku Jumoku – Hibaku Jumoku

Ci sono dischi che hanno bisogno di essere ascoltati più volte per essere capiti e altri che, al contrario, sembrano cambiare forma proprio mentre li stai ascoltando. L’esordio omonimo degli Hibaku Jumoku appartiene decisamente alla seconda categoria. Non perché sia difficile o volutamente incomprensibile, ma perché rifiuta di stabilizzarsi in una forma precisa: quando sembra di aver trovato il suo centro, lo perde e riparte da un’altra parte.

La formazione è già sufficiente a spiegare una parte di questa sensazione. Paolo Inserra alla batteria, Antonio Gallucci al sax tenore e Francesco Bucci al basso tuba: tre strumenti, nessun pianoforte, nessun contrabbasso, eppure un suono che raramente dà l’impressione di essere incompleto. La scelta del basso tuba non è una semplice sostituzione, perché modifica fisicamente il modo in cui il trio occupa lo spazio. Il registro grave diventa quasi una presenza materiale, mentre il sax può permettersi di essere contemporaneamente strumento melodico, rumore, linea spezzata o elemento di disturbo.

È qui che il disco diventa davvero interessante. Gli Hibaku Jumoku non sembrano particolarmente interessati a dimostrare quanto siano bravi a suonare jazz, né a utilizzare il jazz come una specie di certificazione di qualità. Lo prendono piuttosto come un punto di partenza e lo deformano attraverso groove ostinati, improvvisazione, effetti e improvvisi cambi di prospettiva. Le influenze punk e le sonorità elettroniche non arrivano come citazioni da mettere in vetrina: entrano dentro la struttura e la rendono più sporca, più fisica, a volte persino inquieta.

“Little Man” mette subito in chiaro questa attitudine, mentre “Playing Trees” costruisce il proprio movimento sul rapporto quasi ostinato tra batteria e basso tuba. “E.S.T.” insiste ancora di più sulla dimensione ritmica, trasformando il sax in una presenza che si muove sopra una struttura sempre pronta a cambiare. Poi arriva “Hibakusha”, breve e straniante, quasi una frattura interna al disco, prima che “Beyond the Desert Storm” allarghi nuovamente lo spazio e lasci emergere una componente più malinconica.

Ma forse è proprio la dimensione psichedelica a rendere il disco più difficile da incasellare. Non è una psichedelia fatta di atmosfere dilatate o di pura contemplazione: qui è soprattutto una questione di percezione. Il suono sembra continuamente modificare le proporzioni tra i tre strumenti. Un groove può diventare una specie di trance, una melodia può improvvisamente perdere la propria riconoscibilità, un effetto può trasformare il sax in qualcosa che sembra provenire da un altro strumento.

Anche il titolo assume allora un significato interessante. Gli hibakujumoku sono gli alberi sopravvissuti al bombardamento atomico di Hiroshima, diventati simbolo di resistenza e capacità di rigenerarsi. Nel disco questa idea non viene raccontata direttamente, ma sembra quasi tradursi nella sua stessa struttura: prendere una forma conosciuta e costringerla a sopravvivere trasformandosi.

Il risultato è un album che non cerca necessariamente una destinazione. E forse è proprio questo il suo pregio maggiore: gli Hibaku Jumoku non sembrano voler dimostrare che il jazz può essere punk, elettronico o psichedelico. Sembrano piuttosto voler vedere cosa succede quando smettiamo di preoccuparci del nome da dare alle cose.

“Hibaku Jumoku” è un disco fisico, nervoso e soprattutto libero. Un piccolo laboratorio sonoro in cui tre musicisti riescono a produrre molto più di quanto la formazione lasci immaginare. E, soprattutto, è un debutto che non sembra avere fretta di spiegarsi: preferisce lasciare l’ascoltatore dentro quel punto preciso in cui il ritmo prende il sopravvento e non è più così importante capire dove si stia andando.



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