PINHDAR: da Bristol in Italia senza passare dal via

Beh la citazione di Monopoli ormai non si usa più… ma temo centri in pieno la nostalgia che arriva da un passato ormai distante (ma neanche troppo). Una scena che da Bristol poi ha contaminato il resto del mondo, giunge anche da noi e, tra le tante versioni possibili, quella dei PINHDAR di Cecilia Miradoli e Max Tarenzi, sono forse uno dei manifesti più interessanti. La dark-wave, il trip-hop, quel certo modo di sembrare distopici e perennemente sospesi dentro le rovine di un “nuovo” passato… e in questo nuovo disco “Comfort in the Silence” sembra chiaro quale sia la soluzione al caos moderno, alla sua eterna espressione di violenza. Sono composizioni che nelle venature lisergiche mi restituisce comunque qualcosa che somiglia alla quiete…

La violenza sembra un nodo centrale del disco… banale o scontato chiedervi perché?
Ciao grazie per le domande. Non e’ la violenza in quanto tale il tema del disco, ma le varie forme in cui si manifesta soprattutto nella comunicazione. In tutti gli strati della società, dalla politica, ai social fino ai rapporti interpersonali, si assiste a un ‘alzata di toni, a un’aggressività sempre più sopra le righe, che e’ diventata ormai la normalità.

Che molto del suono, a parte proprio la bonus track finale, sembra onirico , contemplativo… quasi distopico… dovremmo tutti fermarci in questo caos?
Forse fermarsi ogni tanto e’ utile per capire. Più che contemplativo lo definirei inquieto, o come e’ stato detto, di “calma penetrante”, come uno sguardo che cerca di descrivere una situazione con intensità più che con fragore.

Non siete tra quelli che pensano che modificare il modo di pensare e di vivere la violenza sia un modificarne i significati e il peso che ha nella società? E dunque non è questo un segno di cambiamento come accade da sempre e per qualsiasi cosa?
Oltre un certo limite a nostro avviso bisogna prendere il rumore del mondo e trasformarlo in un ambiente interiore dove il silenzio assume il valore di una disciplina della resistenza, di atto minimo ma radicale.

Il suono dei PINHDAR? Ho come l’impressione che si attesti sempre dentro quelle scelte di stile… nonostante ora, appunto, lo trovo meno digitale, meno industriale e più verace… o sbaglio?
Il nostro suono muove da scelte stilistiche che guardano al trip hop della scena di Bristol e la dark Wave ma ormai hanno preso una strada personale, anzi più volte il sound e’ stato definito “Pindarico” per il crossover di generi: sfumature dal post rock al prog, shoegaze e post punk, generi che girano intorno a un nucleo costante triphop/darkwave oltre ai testi che sono molto ben riconoscibili e definiti.
Sicuramente questo album e’ più stratificato e suonato, dal vivo poi siamo in tre con batteria ed è ancora più rock, sebbene noi cerchiamo sempre di portare chi ascolta in “realtà parallele”. La tua sensazione crediamo derivi anche dal fatto che in “Comfort in the Silence” la parte elettronica è meno esposta e più dedicata al beat. Abbiamo anche cercato un senso di immediatezza, fino ad arrivare a scrivere alcuni brani nello stesso momento in cui lì producevamo.

Un video straordinario della bonus track… ormai c’è da chiederlo: tutto vero? Siete andati in pieno deserto?
Tutto verissimo ma non ci siamo andati noi purtroppo. Ci e’ andato invece il team di Blackball tv che lo ha prodotto e il regista Matteo Maggi, che ha interpretato il testo di RED come la lotta senza vincitori per una pozza d’acqua nel deserto, bene essenziale che dovrebbe essere condiviso e non conteso.
Hanno giustamente usato due attori e noi a casa 🙂

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