Interview – Patrizia Laquidara

Da sempre in equilibrio tra parola e suono, Patrizia Laquidara attraversa i linguaggi senza separarli. Con il singolo “Nessuno deve restare di fuori” (che anticipa il suo album “Flòrula”), la sua figura di cantastorie contemporanea si arricchisce di nuove traiettorie sonore e narrative. Tra memoria, viaggio e trasformazione, la musica diventa spazio politico e poetico insieme. Un progetto che guarda avanti senza recidere le radici, confermando la sua voce come una delle più libere e riconoscibili del panorama italiano.

In che modo ti riconosci nella definizione di “cantastorie contemporanea”? Cosa significa oggi raccontare cantando?

Ho sempre amato la definizione di cantastorie ancor più di quella di narratrice. Traghettare storie da un luogo all’altro, da una persona all’altra, uscire dall’autobiografia per aprirsi a uno spazio collettivo. Il termine cantastorie racchiude in sè anche l’essenza del viaggio, dello spostamento, per questo mi piace. “Contemporanea” perchè in questo disco ho provato a parlare all’oggi, a dialogare con chi vive il presente come spazio di passaggio tra passato e cambiamento. Spero di esserci riuscita.

Nei tuoi lavori l’infanzia torna spesso come spazio originario. Che ruolo ha in “Flòrula”?

L’infanzia ritorna nelle sonorità mediterranee del disco, nel marranzano che compare e si mescola all’elettronica perchè la Sicilia è il luogo dove sono nata. Compare nella canzone Anna, che è una figura femminile che ha accompagnato la mia infanzia. Ma che nel disco diventa simbolo di una femminilità arcaica e ancestrale. Compare nel brano La bambina, dove parlo di una bimba che canta, balla, batte i talloni a terra, e che diventa simbolo di quella parte ostinata di ognuno di noi che non si rassegna, non si arrende, che continua a custodire in sè ogni futuro possibile.

“Nessuno deve restare di fuori” rappresenta per te un punto d’arrivo o di partenza?

Rappresenta entrambi. Un punto di arrivo per quanto riguarda la scrittura e i concetti che vuole esprimere.  Un punto di partenza per quelle che saranno le sonorità del prossimo lavoro discografico.

Il disco è attraversato da molti incontri e collaborazioni. Quanto conta per te il dialogo nella creazione artistica?

Soprattutto in questo album conta moltissimo. Perchè Flòrula, nato dal mio romanzo “Ti ho vista ieri” scritto in forma di biografia, vuole allontanarsi dal racconto individuale e allargare lo sguardo. per aprirsi a uno spazio di condivisione. Trasformare in canzoni i personaggi, i viaggi, i racconti presente nel libro è stato il tentativo di attraversare quello che sono stata, la mia storia, senza restarne prigioniera, cercando uno slancio collettivo, trasformandola in qualcosa di più grande di una biografia: un canto che diventa, inno, gesto politico ed emotivo insieme

Come riesci a non perdere l’equilibrio fra tradizione e sperimentazione?

Guardando al futuro riflettendo sul passato. Cercando buone collaborazioni. In questo caso la figura di Edoardo Piccolo, con cui ho prodotto il disco, è stata fondamentale per tentare di unire e tenere insieme radici e presente, un presente che è tempo di trasformazione importante.

Come cantautrice, dove senti di collocarti nella scena musicale del nostro paese?

Una cantautrice un po’ fuori dal coro. Attratta dalla musica, ma anche dalla scrittura, dal teatro, dalla poesia, cose che cerco di tenere insieme, anche se la strada maestra è sempre la musica.

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