Interview – Flemma

Venerd’ 11 giugno è uscito il nuovo singolo del cantautore campano Flemma per Perindiepoi Dischi, e noi ne abbiamo approfittato per fare qualche domanda all’artista.

Benvenuto su Indieroccia, Flemma! Allora, partiamo dall’inizio con una domanda che sa di rebus: descriviti attraverso tre aggettivi che non ti appartengono, anzi, che dicono tutto il contrario rispetto a quello che sei.

Grazie! Ecco i tre aggettivi: complessità, spensieratezza, hi-fi. I primi due sembrano scollegati fra loro ma in realtà il mio è un tentativo di condurre una riflessione profonda nella maniera più semplice possibile!

Qual è il primo ricordo che costudisci riguardo alla musica? Come nasce il tuo rapporto con le sette (o meglio, tredici) note?

Ricordi sulla musica ne ho tantissimi, ho sempre suonato e soprattutto ho sempre ascoltato tantissima musica fin da bambino. Con i ragazzi della mia prima band custodiamo il ricordo della nostra sala prove. Un box dove ci riunivamo sempre per suonare e che ha fatto da sfondo praticamente a tutta la nostra vita.

Flemma è un progetto particolare, che fin qui ha tirato fuori solo singoli. Non senti l’esigenza di un album d’esordio? 

Preferisco l’idea del singolo. Mi rappresenta di più, proprio in virtù del concetto di semplicità di cui parlavo nella domanda precedente. Mi piace l’idea del singolo brano come unico e completo, scollegato da qualsiasi altro contesto. 

Oggi, ritorni con “Ossigeno”, che sembra in effetti un invito a “respirare”. Il 2020 (e parte del ’21) è stato in effetti un anno da apnea. Come hai vissuto la pandemia, e in qualche modo ha influenzato la tua scrittura?

La pandemia è stata uno shock. I primi tempi erano di totale incredulità, ci ho messo un po’ a metabolizzare la gravità della situazione, di cosa stesse veramente succedendo. Indubbiamente ha influito molto sulla mia vita personale e probabilmente anche sulla mia scrittura, anche se certi elementi sono rimasti gli stessi di sempre. In questo periodo ho tirato fuori tre pezzi, probabilmente la reclusione mi ha reso più prolifico. 

Tra l’altro, sei anche producer di te stesso. Come ti relazioni alla produzione, da che cosa parti? E sopratutto, cosa deve avere un brano per farti dire “sì, è quello giusto!”?

Di solito parto da un’idea vocale, che poi sviluppo con la Machine. Spesso creo delle basi che lascio sedimentare per un po’ prima di riprenderle e finalizzarle. Quando il brano è finito e non suona noioso, lo porto in studio da Kristian Maimone, produttore di La Casetta Studio, e rifiniamo il tutto dandogli l’identità finale con mix e mastering. E’ importante per me avere un secondo parere, e di Kristian mi fido molto. 

Chiudiamo con una domanda sulla realtà che ha sposato il progetto, Perindiepoi Dischi. Sei l’ariete di sfondamento della giovane etichetta, che sembra aver buon gusto nelle scelte. Perché oggi, nell’era in cui tutti si proclamano “indipendenti”, c’è questa corsa alle etichette (spesso anche molto piccole e poco decisive, nel percorso d’affermazione dell’artista)? E cosa ti ha portato a scegliere proprio Perindiepoi?

Nel mio caso credo che avere un sostegno da parte di un’etichetta, seppur giovane, sia utile. Specialmente quando c’è una vera vicinanza agli artisti senza invadere e pilotare il loro lavoro. I tempi hanno reso molto più semplice creare musica da soli, in maniera indipendente, e sono totalmente a favore della cosa ma al tempo stesso ritengo ancora importante la presenza di persone che possano seguire il tuo lavoro, fornirti delle opinioni e in generale sostenere il processo creativo. Una cosa non esclude l’altra.

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