Roccia Ruvida: Davide Geddo

Certamente oggi la critica vale molto meno di qualsiasi disco in circolazione. E come darti torto caro Geddo? Ma forse la vera colpa non è nei critici assenti o nei dischi meno interessanti. Forse la vera colpa ha due radici profonde. Da una parte l’assoluta obesità dei settori: tanti dischi, troppi, decisamente e inutilmente troppi, con poche cose importanti da dirci… così come i “critici”, basta avere un blog e ci improvvisiamo scrittori di musica così come basta avere un “garage band” e registriamo dischi da perfetti “artisti”. E per secondo, però, va anche detto che a forza di cantarcela così mettiamo TUTTO sullo STESSO PIANO. Arriva un disco nuovo o una critica fuori dal coro e automaticamente, in ragione del primo punto, facciamo di tutterbaunfascio… però alla fine, denuncia dopo denuncia, lamentela dopo lamentela, i dischi si fanno e nelle interviste vogliamo apparire. Tutti. Anche i profeti più alti del libero pensiero si sono piegati al sistema e pagano di tasca loro per star dentro quel pentolone di cui poi ci si lamenta con parole alte. Che bizzarra cosa la natura umana…

E senza fare di tutterbaunfascio voltiamo decisamente pagina e ad artisti come Davide Geddo va riconosciuto il merito della “strada”, quella vita in musica e in scrittura misurata con un’arte ancora artigiana e lontana dai cliché mediatici e digitali che oggi servono ad omologare ogni cosa. “Fratelli” quindi è un disco vero, di sensazioni vere e di parole buone… è un disco da Cantautore con tutto l’alto significato che questa parola comporta. Sono dischi da non consumarsi come si fa con il rumore di fondo che c’è mentre mangiamo il nostro panino a portata di birra. E purtroppo, volendo aggiungere un terzo ingrediente alla ricetta di cui sopra, il pubblico non impiega più neanche un minuto a misurarsi con qualcosa che non sia immediatamente codificabile. E nessuno fa niente per curare questo male che, ad esser sinceri, invisibilmente fa più morti dei virus sfacciatamente extra ordinari…

Mi incuriosisce sempre capire lo stato dell’arte di un percorso, soprattutto quando si produce in risultato ambigui. Perché devo dirlo: troppo spesso la tua voce non è intonato in questo disco. Sono schietto e sincero. E siccome non sei certamente un artista di “primo pelo” mi chiedevo cosa rispondi a questa mia accusa? Oggi che tutti i dischi sono perfetti…

L’idea era di privilegiare il sangue, la tosse, la povere delle strade che consumiamo per portare in giro la nostra musica. I pezzi sono pensati per il live e la voce voleva spezzare più che unire quasi a dimostrare che la fratellanza di chi combatte dalla stessa parte della barricata non è sinonimo di armonia ma anzi di sforzo e dolore.

E molti diranno: vabbeh l’intonazione è una questione di forma. Quel che disco e canto, la passione e la spiritualità che ne esce sono la vera linfa vitale. Ai cantautori, quelli “impegnati” soprattutto, si passa anche questo. Almeno così funzionava. Ma a me sembra comunque un cercare scuse per cadere in piedi…

Cercare scuse per cadere in piedi è uno dei miei principali mestieri insieme a vivere sopra le mie possibilità e piangere sul latte versato. Il tutto senza sentirsi in colpa. Mai.

E senti parliamo di video: perché certamente oggi che tutti si producono in pellicole cinematografiche per i propri dischi, tu sei ben lontano da certi cliché. Ai pochi soldi che purtroppo limitano tutti noi nelle cose, quale altro motivo adduci? E non ci credo che interessa poco l’apparire…

Io sono ligure. Apparire mi piace ma molto meno di spendere dei soldi in canali che poi durano davvero poco e non ho ancora ben compreso cosa diano. Comunque il mio senso del risparmio prevale ma non ha resistenza per cui appena finisco di pagare questo disco farò almeno un video. Ho già l’idea ma questa pandemia rompe in ogni senso. Compreso questo.

Parliamo di collaborazioni. Tutti diranno che si scelgono sempre per il cuore e lo spirito di condivisione. Certamente anche e soprattutto questo. Ma poi dietro le collaborazioni, spesso scomodissime da gestire, quanto bisogno c’è di apparire, di rendere “interessante” un disco che da solo forse non è? Parlando sempre di fumo da dare in pasto alla critica…

Ma che caspio me ne frega della critica che ormai è una delle poche cose che conta meno della mia musica. Le mie collaborazioni nascono da amicizie reali, persone che frequento e che vado a vedere in concerto ogni volta che posso. Gente con cui mi sono ritrovato a cena o a bere. Volevo davvero rappresentare in un mio disco la musica on the road. Un tipo di musica che vive davvero sulle strade d’Italia da anni e che da sempre è sottovalutata in nome di una ricerca della novità ad ogni costo. Novità che non durano e non lasciano niente da tempo immemore.

Abbassiamo come sempre l’ascia di questa finta guerra e torniamo a parlare seriamente di un disco che penso sia figlio di un certo folk americano. In copertina Davide Geddo incontra Davide Geddo. Il primo, di spalle con uno zaino, il secondo viene verso di noi con una chitarra in mano. Forse il mondo quotidiano incontra quello irrazionale. Due fratelli, due uomini dello stesso sangue, la stessa faccia ma attitudini e cuori diversi. Questo disco ha tante sfaccettature in se… da chi è stato scritto? Da chi sta di spalle o da chi ha la chitarra in braccio? Spero si colga tra le righe questa domanda che apre sicuramente risposte molto impegnative…

L’idea della copertina è quella di ritrovarsi nelle strade meno battute e non in uno specchio o in qualche elucubrazione. Il musicista si riconosce in un altro se stesso che invece in salita cerca di raggiungere la propria arte. La somiglianza unisce le due identità e il disco cercherebbe di svelare la possibilità per i due di incontrarsi davvero. Naturalmente la fotografia scattata dal fotografo Mario Rossello si presta anche ad ulteriori interpretazioni e quasi tutte quelle che mi hanno raccontato erano ugualmente interessanti. In certi casi di più.

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